Secondo una valutazione preliminare della Commissione europea, TikTok violerebbe il Regolamento sui servizi digitali (Digital Services Act, o DSA) a causa dell’effetto “rabbit hole” del suo sistema di raccomandazione di contenuti. “Rabbit hole” significa, letteralmente, “tana del coniglio” (o del Bianconiglio, quello di Alice nel paese delle meraviglie), ma in questo caso si potrebbe tradurre come “vicolo cieco”.
Il feed “Per te” di TikTok, ha spiegato la Commissione, mostra all’utente un flusso continuo di video personalizzati in base agli interessi manifestati dall’utente stesso, ma lo fa anche quando mostrare ripetutamente contenuti di un certo tipo può comportare rischi per la salute mentale o per l’immagine corporea di chi li guarda.
Più un utente interagisce con un certo tipo di contenuto, più l’algoritmo del feed “Per te” di TikTok gli raccomanda contenuti simili ai primi per cui ha manifestato interesse: questo tipo di ripetizione insistente però, sostiene la Commissione, può riguardare temi come, per esempio, tristezza, isolamento, e cattiva immagine corporea, con un impatto negativo sulla salute mentale degli utenti, in particolare su quella di minori e adulti vulnerabili, che restano intrappolati nel “vicolo cieco” di quei contenuti e non riescono più a uscirne.
Secondo i risultati preliminari dell’indagine della Commissione, TikTok non ha valutato come avrebbe dovuto l’effetto del suo algoritmo nel condurre gli utenti in questi “vicoli ciechi”.
«Il Regolamento sui servizi digitali attribuisce alle piattaforme la responsabilità di occuparsi degli effetti negativi dei loro sistemi di raccomandazione. Le constatazioni preliminari di oggi dimostrano ancora una volta che TikTok deve fare di più per tutelare il benessere dei propri utenti, compresi i minori», ha detto Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.
Se questa valutazione preliminare fosse confermata la Commissione potrebbe adottare una decisione di non conformità, che comporterebbe una multa proporzionata alla natura, alla gravità, alla reiterazione e alla durata della violazione, fino a un massimo del 6 per cento del fatturato annuo totale dell’azienda (circa 1,8 miliardi di euro).
