Ossessione decoro. La lotta alle scritte sui muri di Torino

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Ossessione decoro. La lotta alle scritte sui muri di Torino
(disegno di mario damiamo)

Tra i buoni propositi per l’anno nuovo che il sindaco di Torino ha annunciato negli ultimi mesi ce n’è uno dedicato al decoro urbano e alle scritte sui muri: il 2026 sarà “l’anno della pulizia dei graffiti […] in un percorso di cura in cui puntiamo a coinvolgere anche i soggetti privati”, leggiamo in un suo post Instagram del 16 dicembre. La grafica da discount alimentare sovrappone il volto sorridente di Lo Russo al corpo di un operatore Amiat in tuta da imbianchino, ripreso di spalle mentre lavora. Il messaggio è stato pubblicato il giorno successivo alla rimozione delle scritte che il corteo femminista del 25 novembre aveva lasciato sul colonnato all’incrocio tra via Po e piazza Vittorio: erano i nomi delle donne vittime di femminicidio nell’ultimo anno. “Vogliamo prenderci cura della città insieme a chi la vive, perché il decoro urbano non è solo estetica: è rispetto per Torino e per chi la anima ogni giorno”, continua il post del sindaco. Lo stesso giorno, le foto delle pulizie in corso hanno corredato anche un post dell’assessora comunale e sedicente attivista lgbtqia+ Chiara Foglietta (Pd), che si dichiara fiera di avere coordinato un lavoro nato con “l’obiettivo di restituire a cittadini e turisti la piazza in tutta la sua bellezza”.

L’azione femminista dello scorso novembre ha fatto infuriare anche i negozianti della zona e i cronisti cittadini non hanno perso tempo a pubblicare i loro pareri indignati. Insieme al presidente dell’associazione dei commercianti, le “vittime” dell’imbrattamento hanno espresso rabbia per il danno economico subìto e preoccupazione per il rischio che quei muri sporchi, in prossimità dello shopping natalizio, potessero turbare lo sguardo dei potenziali clienti. A innervosire rappresentanti pubblici e negozianti ha poi contribuito il fatto che l’ultimo intervento di pulizia straordinaria nell’area era stato celebrato pochi mesi prima, il 25 maggio, con la festa di chiusura del cantiere di “riqualificazione di via Po”, durato un anno e mezzo e costato cinque milioni e mezzo di euro. E che l’anno prima ancora, nell’estate 2024, a ripristinare il decoro nei portici ci aveva provato la cittadinanza attiva, con un intervento di pulizia promosso dall’associazione commercianti di via Po insieme a Circoscrizione 1, fondazione Contrada e Torino Spazio Pubblico. “Durata delle pareti pulite? Tre giorni esatti!”, riporterà con tono frustrato un giornalista locale (Torino Cronaca, 16 marzo 2025).

La pulizia straordinaria di dicembre è solo l’ultima di un lungo elenco che mostra l’ossessione ricorrente per le scritte sui muri. Il tormentone contro “gli imbrattamuri” ha riempito le pagine della cronaca torinese tutte le volte che un corteo ha lasciato i segni del proprio passaggio; che un grande evento cittadino ha imposto il “restyling” di vie e piazze specifiche; che fondi ad hoc hanno “rigenerato” aree “degradate”. L’esistenza delle scritte sui muri ha sempre messo d’accordo destra e sinistra: è vandalismo, segno di “inciviltà”. Nel discorso pubblico dominante, l’opposizione ai “vandali” si costruisce mediante un lessico militare e paternalista: “guerra”, “caccia”, “combattere”, “educare”, “punire”; la città viene invece umanizzata, e la sua immagine risulta “ferita”, “oltraggiata”. Le parole chiave sono più o meno sempre le stesse: aumentare la vigilanza e inasprire le sanzioni. Nessuna delle due ha mai funzionato. Sfogliando i giornali del passato, la rassegna dei tentativi – falliti – di mantenere i muri puliti si fa corposa, ma riprenderla in mano oggi può risultare appagante: le parole del potere svelano le molte facce di questa ossessione ottusa, il suo andamento, le sue debolezze.

IL CONFLITTO COMUNISTA
“Una città cancella e un’altra scrive. […] Il muro appartiene a chi lo paga. La volgarità è tale soltanto se non si versa l’apposita tassa”, commentò Gigi Marsico in un suo servizio televisivo (“Torino Spray”), prodotto dalla Rai e mandato in onda nel 1978. Il servizio osserva il ruolo delle scritte in una fase rovente per la politica italiana e locale, e documenta l’intervento di pulizia che l’amministrazione del comunista Diego Novelli avviò per rendere la facciata pubblica della città gradevole agli occhi dei pellegrini attesi in occasione dell’ostensione della Sindone. Con un concorso apposito, “Torino pulita”, vennero allora assunti cinquanta salariati addetti alla pulizia dei muri. Nel suo servizio, Marsico chiede a uno di loro di leggere ad alta voce alcune delle frasi che, prima di essere coperte, erano state catalogate per volere dell’amministrazione. Minuti dopo, il microfono passa a Novelli, il quale contesta che “il dialogo sia mantenuto nelle scritte sui muri” e liquida i messaggi di allora come “insignificanti”, o tutt’al più espressione di “un malessere” – a differenza delle scritte “del maggio francese”, dove “c’era un’immaginazione del potere” – precisa il comunista, per legittimare la repressione come una scelta “di qualità”. Come ad assecondare un conflitto interiore tra repulsione e attrazione, da una parte le tracce di dissidenza venivano sottratte alla vista, dall’altra venivano registrate e storicizzate. Nello stesso periodo il sindaco annunciò l’installazione di “grandi tabelloni sia per i manifesti sia per le scritte”, promettendo “multe salate” per i trasgressori. Questa ammissione implicita di impotenza, mascherata da tolleranza, connoterà altre proposte future.

Un conflitto interiore attraversava anche la cronaca influente. Su La Stampa di Agnelli, mentre si dava spazio alle lamentele di cittadini indignati dalla presenza delle scritte, le stesse erano giudicate sì come un atto “incivile”, ma anche come “l’indice di una maggiore partecipazione dei giovani al dibattito politico; […] uno sfogo biasimevole ma tutto sommato innocente, di passioni che diversamente si riverserebbero in ben altri canali”. Questo timore era diffuso e si accompagnava alla logica lineare secondo cui il “vandalismo grafico” fosse frutto del disagio sociale giovanile, e che condizioni di vita migliori e una maggiore libertà di espressione avrebbero quindi risolto il problema. Si criticavano dunque le proposte di legge repressive (come quella della Dc, che voleva l’arresto fino a sei mesi) e si lanciavano appelli alle istituzioni: “Puniamoli pure con una tiratina d’orecchi, ma non prima di esserci assicurati che siano ben pulite le coscienze della classe dirigente” (La Stampa, 22 febbraio 1978).

Nel suo servizio televisivo, Marsico intervista anche due giovani militanti: a guardare i muri di Torino – dice lui – sembra che la rabbia si sia abbassata, che si scriva meno, e questo può essere anche un brutto segno – confermano gli interlocutori – perché vuol dire che la rabbia si trasferisce su altri terreni: “Non si scrive più, ma si spara”. Finito il secondo mandato di Novelli, La Stampa informa poi di una “contrazione nell’attività dei grafologi politici”; secondo carabinieri e polizia, “la sconfitta del terrorismo ha eliminato anche i suoi fiancheggiatori” (La Stampa, 1 settembre 1985).

LA CACCIA AL “TEPPISMO PURO”
Tra gli anni Ottanta e i Novanta la “caccia ai graffiti” non si arresta e si concentra anzi su una nuova categoria di “vandali”: “gli anarchici”. In particolare, sono quelli di El Paso, occupazione attiva dal 1987, a mandare in allerta le forze istituzionali, dal Comune alla Digos. Nel 1989, le loro scritte diventano il perno della disputa sullo sgombero dello spazio da poco occupato: la sindaca socialista Maria Magnani Noya voleva escludere un intervento repressivo e impegnarsi a trovare loro una sede alternativa, ma a patto che “la finiscano di imbrattare i muri”, dichiarò ai giornali; e questi ultimi riportarono la risposta a questa condizione: “Se ci faranno sgomberare, copriremo tutta Torino con lo spray” (La Stampa, 30 agosto 1989). Gli occupanti di El Paso divennero il principale incubo dei fan del decoro urbano per tutto il decennio successivo: durante i due mandati del centro-sinistra di Valentino Castellani (1993-2001) erano descritti come “una tribù” dedita al “teppismo puro”. A causa loro, agli inizi del 1996 il sindaco sbuffò pubblicamente, perché gli imbrattamenti continui in via Po vanificavano il tentativo di mantenerla pulita in vista del summit sulla revisione del trattato di Maastricht: “Sembra il dispetto di un bambino che, sinceramente, si stenta a capire”. Per l’evento internazionale Castellani aveva ordinato una operazione di “lifting cittadino”: “Torino si fa bella per Maastricht”. Oggi, le parole che usò per annunciarla suonano più che altro come una supplica ai suoi nemici in strada: “Viviamo in una città tollerante, che ama lasciar vivere. Cerchiamo allora di mantenere le cose nei limiti del buon senso e dell’intelligenza”.

Per proteggersi dalle scritte, negli anni Novanta le istituzioni si spinsero anche oltre la consueta vigilanza fatta dagli agenti in strada. Esasperata dalla quantità di soldi spesi per eliminare le tracce lasciate dai “balordi della notte” sui marmi e sui vetri del Teatro Regio, l’allora soprintendente dell’ente, Elda Tessore, mobilitò il Comune perché si adottasse una soluzione drastica: “Dobbiamo rimuoverle due volte per stagione lirica. […] Le denunce alla polizia sono inutili. […] Per il problema delle scritte non resta che chiudere l’atrio con una cancellata” (La Stampa, 13 settembre 1992). È in queste circostanze che nel 1994 venne installata l’“Odissea Musicale” del celebre Umberto Mastroianni: un cancello in bronzo le cui dimensioni e forme, l’impianto compositivo, le geometrie astratte che lo riempiono, soddisfano a pieno la richiesta della committenza, perché lo rendono più simile all’ingresso di una fortezza militare che a un teatro.

Gli anni Novanta vedono nascere anche i primi comitati “anti-graffiti”, come quello di via Po (1996), composto da professionisti e residenti che si autofinanziano per dare un segnale forte al Comune. L’allora assessore all’arredo urbano, il democratico Gianni Vernetti, definì l’iniziativa come “sinonimo di grande civiltà […] il primo passo verso una collaborazione sempre più intensa” (La Stampa, 16 maggio 1996). Ne nasceranno poi altri (Rilanciamo via Sacchi, Rilanciamo i portici di via Nizza, Retake Torino, PuliAmo Torino), e la città punterà sempre di più sulle loro risorse.

NUOVO MILLENNIO, NUOVI NEMICI
All’alba del nuovo millennio le scritte sui muri rimangono l’ultima forma di espressione grafica “criminale”, perché altre pratiche fino ad allora considerate vandaliche vengono legalizzate. A capo di questo processo c’è il progetto MurArte, avviato nel 1999: il Comune era in affanno per l’attività frenetica dei “graffitari” e, stimolato dalla richiesta di un writer stanco di agire clandestinamente, intuì che l’unico modo per sconfiggerli fosse ingaggiarli per “il bene comune”. Si optò allora per un intervento “non repressivo”, ma “dissuasivo”, come l’ha definito Roberto Mastroianni (Writing the City, 2013), filosofo e critico d’arte più recentemente coinvolto nel progetto. Con MurArte si è proposto alle crew locali “un patto istituzionale, che limitasse l’impatto ‘vandalico’ del writing, valorizzandone il valore artistico-espressivo e la funzione di rigenerazione urbana”. È così che si è imposta la differenza netta tra il “writing” come “pratica scritturale dai contorni precisi”, e i “semplici atti di vandalismo” come “scritte, volgarità, scarabocchi” (sempre Mastroianni). Da allora, le pratiche artistiche certificate vengono confinate entro recinti governati dall’alto; le semplici scritte sono sempre più disprezzate.

Dai primi anni del secolo la rimozione dei graffiti diventò un affare anche per le ditte specializzate: Grafbuster è quella a cui il sindaco Chiamparino si rivolgeva più spesso per far cancellare le scritte in città, comprese quelle davanti casa sua, si legge in un articolo del 2004. Gli interventi più costosi di quegli anni furono quelli effettuati in prossimità delle Olimpiadi invernali del 2006, quando Chiamparino riuscì a ottenere dal governo “poteri speciali” per gestire dieci milioni di euro. In seguito, la giunta Fassino usò la delibera d’urgenza per ripulire la città in due occasioni memorabili: nel 2011 i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (duecentomila euro per “rinfrescare” le zone più degradate); nel 2015 l’ostensione della Sindone e l’Exto, costola torinese della più famosa, discussa e contestata Expo Milano.

L’obiettivo dichiarato di Piero Fassino era aumentare “la percezione di essere in una città sicura”, e la lotta alle scritte, in centro e non solo, costituiva un passo fondamentale in questa direzione: “Il riscatto delle periferie passa anche attraverso il decoro. […] Rispetto l’arte di strada, per la quale abbiamo spazi dedicati, non i muri lordati” (La Stampa, 20 aprile 2016). Così, nel 2016, a ridosso delle elezioni, fece ripulire i Murazzi e affidò ad Amiat un intervento straordinario più ampio da centomila euro. Durante un incontro del Pd annunciò poi di aver ottenuto un buon risultato dall’allora ministro dell’interno Alfano: da lì a poco il nuovo decreto sicurezza avrebbe incluso anche interventi contro il graffitismo (Repubblica Torino, 8 aprile 2016). Nulla di tutto questo servì a garantirgli il secondo mandato; la sua retorica verrà però ripresa dai suoi successori: Chiara Appendino (5 Stelle), di un altro colore politico, e Stefano Lo Russo, compagno di partito. Le loro politiche saranno ugualmente agguerrite e la “percezione di insicurezza” sarà per entrambi un cavallo di battaglia capace di attrarre cittadini volenterosi, terzo settore socialmente impegnato, enti filantropici e finanziamenti europei. Le scritte politiche, degli autonomi come degli anarchici, continueranno a essere il loro incubo principale.

A diventare più ostile è poi la cronaca locale: da un decennio almeno, le parole a discolpa o favore di teppisti generici e dissidenti politici sono sparite; e nei rari casi in cui il discorso non è criminalizzante, è solo perché le scritte diventano oggetto di studio accademico, come nel progetto “U-Night”, la versione torinese della “Notte dei ricercatori” (2023). Per il resto, i giornali continuano ad amplificare voci ormai familiari, quelle che chiedono più controlli e dispositivi di videosorveglianza. Più interessanti di queste sono però le voci di quei politici locali che senza volerlo svelano le debolezze e i limiti del sistema: lo scorso novembre la Circoscrizione 7 presieduta dal democratico Deri ha interpellato il sindaco perché al giardino Maria Teresa di Calcutta, recentemente imbrattato da scritte contro i partiti fascisti, la polizia non ha potuto “individuare i responsabili degli episodi di vandalismo” a causa del mancato funzionamento delle telecamere installate proprio con questo scopo. Chissà da quanto tempo non funzionano, si chiedono in circoscrizione.

Nell’ultimo ventennio, infine, la relazione reciprocamente ruffiana tra writer riconosciuti e istituzioni ha portato “i graffitari pentiti” (così titola un articolo del 25 giugno 2018, La Stampa) a partecipare a numerose iniziative di rigenerazione urbana durante le quali, per contratto, sono stati loro stessi a coprire i graffiti e le scritte di vecchi compagni di strada. Nel 2018, alcuni di loro si spinsero fino a svelare al Comune i segreti tecnici del writing; e lo fecero gratuitamente – non a caso rimanendo anonimi – nell’ambito di un progetto triennale finanziato da Compagnia di San Paolo. Questo loro voltafaccia costituisce forse la novità maggiore del nuovo millennio. Chissà in quante altre occasioni li vedremo all’opera mentre “Torino Cambia” con i fondi del Pnrr. (alessandra ferlito)

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