Violenza e impunità poliziesca. Venti anni dal caso del 4F a Barcellona

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Violenza e impunità poliziesca. Venti anni dal caso del 4F a Barcellona

Di fronte all’orrore, la perversione e l’impunità del potere che sta sbocciando con chiarezza cristallina davanti ai nostri occhi – tra il genocidio ritrasmesso in diretta dagli stessi israeliani, fino ai documenti Epstein in confronto ai quali Salò/Sodoma è una barzelletta – sembra quasi velleitario ormai denunciare le miriadi di abusi, violenze e montature istituzionali che abbiamo subito negli ultimi anni. Eppure non possiamo perdere di vista quello che succede intorno a noi: le impunità globali incoraggiano e sostengono quelle locali. Qualche giorno fa è stato il ventesimo anniversario di un terribile caso di violenza istituzionale che ha segnato un’epoca, avvenuto il 4 febbraio 2006 a Barcellona.

Durante questi venti anni sono stati pubblicati tonnellate di articoli, alcuni libri, e anche un documentario, passato anche nella televisione pubblica TV3, senza tuttavia che si arrivasse alla condanna dei colpevoli. Le conseguenze più immediate sono state: il suicidio di Patricia Heras, una poetessa underground, le cui poesie ancora si trovano sul suo blog poetadifunta; una vita rovinata per Rodrigo Lanza, anarchico cileno accusato di aver tirato una pietra a un poliziotto; altre tre persone innocenti arrestate; e tutto l’establishment repressivo e istituzionale catalano che per anni ha falsificato le prove per nascondere la verità: e cioè che il comune di Barcellona e la sua polizia in quegli anni manteneva stretti legami con trafficanti e criminali per controllare i quartieri del centro storico in via di gentrificazione.

Per i dettagli rinvio allo straordinario documentario Ciutat Morta di Xapo Ortega e Xavier Artigas, che si può vedere online; al blog Desmontaje4F; e al libro collettivo Ciutat Morta: crónica del caso 4F di Mariana Huidobro, Helen Torres, Katu Huidobro (la prima e l’ultima, madre e sorella di Rodrigo Lanza). Il contesto in cui sono avvenuti i fatti è questo: il centro storico di Barcellona che viene sventrato, con la scusa di grandi eventi e apertura al turismo, creando zone di rappresentanza e zone in cui invece si accumulano tutte le macerie, materiali e umane. Una di queste era il quadrato di viuzze nel settore destro della città vecchia, dove le demolizioni avevano lasciato un grande vuoto tra i palazzi, conosciuto dagli abitanti come Forat de la Vergonya, il buco della vergogna. Anche su quell’area c’è un film militante, El Forat di Chema Falconetti (2004), che racconta la lotta degli abitanti e degli squatter – in catalano okupa – per impedire la costruzione di un grande parcheggio multipiano e rivendicare invece un parco per il quartiere.

A chi frequentasse la zona, risultava evidente che nel sottobosco delle strade e delle piazze – tra marocchini, algerini, gitani, sudamericani – alcuni fossero legati alla polizia: informatori, chivatos, pedine della pressione costante che le forze dell’ordine esercitavano sugli spazi occupati e i movimenti politici locali: tentativi di sgombero e irruzioni della Guardia Urbana erano all’ordine del giorno, spesso erano accompagnate da strani movimenti di questa popolazione marginale.

A un certo punto però c’era stato un salto di scala: uno dei palazzi abbandonati della zona – un antico stabile di quattro piani di proprietà del Comune – era diventato una specie di fumeria di crack a cui le istituzioni garantivano totale impunità. Inizialmente occupato da un gruppo di latinoamericani, che però erano stati scalzati da una compagine molto più oscura. L’edificio era conosciuto come Teatre okupat oppure Anarkopenya (“Gente anarchica”); chi ci viveva intorno tendeva a chiamarlo Narkopenya. Nonostante fosse evidente il malaffare, i soldi che giravano, rave che andavano avanti fino all’alba in mezzo alle case, per lo sconcerto degli abitanti, la polizia non faceva mai un controllo, mai un tentativo di sgombero, a differenza di tutte le altre occupazioni della zona. Sembrava un luogo utilizzato per screditare tutto l’ambiente okupa, oppure come punto di raccolta di informazioni per la polizia.

Il 4 febbraio 2006, durante una di queste feste che riempivano il palazzo all’inverosimile, un gruppo di anarchici passa sulla strada di fronte – forse andavano proprio alla festa, forse altrove – e incontrano una pattuglia della polizia municipale. I poliziotti li riconoscono immediatamente come okupas – dal modo di vestire, dai capelli – e iniziano a provocarli. Nel corso del battibecco, dal quarto piano della Narkopenya qualcuno butta un enorme vaso di cemento proprio in testa a un poliziotto. Il poliziotto finisce in coma.

I poliziotti cercano subito vendetta: irrompono nella Narkopenya, la gente scappa dai tetti nei palazzi vicini, e poi arrestano tutto il gruppetto di anarchici: Rodrigo Lanza, Juan Pinto e Alex Cisternas. Nel commissariato della città vecchia, accanto alle Ramblas, Rodrigo e gli altri vengono torturati in modo così violento che devono essere portati in ospedale. Quando arrivano all’Hospital del Mar, sempre insieme ai poliziotti, succede un’altra cosa assurda. Nello stesso ospedale c’era una ragazza che non c’entrava niente: Patricia Heras era uscita di casa qualche ora prima con un’amica per andare a una festa da tutt’altra parte della città; le due avevano avuto un incidente di bicicletta ed erano finite nello stesso ospedale. I poliziotti le vedono vestite “strane” – un po’ dark, un po’ queer – e le fermano. Guardano nel telefonino: uno degli sms diceva in modo scherzoso che quella sera si sarebbe usciti in un locale queer del Raval, La Bata di Boatiné: bateamos? aveva chiesto. Ma bata vuol dire anche mazza da baseball. Così, Patricia viene presa insieme agli altri, e portata nello stesso commissariato. La vita distrutta da un messaggio.

Le vicende sono lunghe e difficili da ricostruire. Il sindaco di Barcellona sulle prime dichiara “troveremo chi ha tirato il vaso”; poi cambia immediatamente versione, sostenendo che il poliziotto sarebbe stato mandato in coma da una pietra lanciata da Rodrigo. Quattro diversi periti smentiscono questa ipotesi, mostrando che è impossibile che una pietra abbia causato quel tipo di lesione, che la distanza era troppo grande, che tutti hanno visto il vaso tirato dalla Narkopenya: ma non c’è niente da fare – la menzogna diventa la versione ufficiale. Ogni allusione al palazzo occupato e al vaso lanciato da lì dentro sparisce; il caso del poliziotto mandato in coma ha un colpevole, ed è un anarchico cileno di nome Rodrigo – un capro espiatorio perfetto per colpire insieme sia gli immigrati che i dissidenti politici, con il poliziotto mandato in coma come vittima innocente. Nel 2008 arrivano le sentenze: tre anni di carcere. Per omicidio! Era evidente che sia i giudici che i poliziotti sapevano benissimo che erano innocenti. In carcere entra anche Patricia, che c’entra ancora meno degli altri tre.

La madre di Rodrigo, Mariana Huidobro, intanto si era trasferita dal Cile a Barcellona per difendere il figlio. Trova una grande rete di supporto, decine di persone che lavorano quotidianamente gratis per smontare le menzogne che hanno portato Rodrigo in carcere – finanziandosi solo con le feste, le donazioni, la vendita di magliette, spillette e adesivi. Pure Amnesty fa un dossier sul caso, a novembre 2007. Anche Patricia Heras ha una grossa rete di sostegno da parte di decine di amiche e compagne sue, soprattutto queer, un ambiente che in quel periodo a Barcellona era esplosivo: la compagna di Patricia era Diana Torres, autrice e performer molto conosciuta. E qui viene la parte più dolorosa di tutta la storia. Dopo tre anni di carcere, Patricia ottiene la semilibertà: ogni notte deve tornare a dormire in carcere, ma di giorno può stare fuori. Per mantenersi, però, deve tornare a lavorare. In carcere aveva trovato un certo equilibrio, un gruppo di detenute con cui aveva bellissimi rapporti. La semilibertà, paradossalmente, distrugge questo equilibrio. La vita scissa tra dentro e fuori, tra il carcere del lavoro e il carcere vero e proprio, ha la meglio su di lei: nell’aprile del 2011 si suicida, buttandosi dal settimo piano.

Lo stesso anno del suicidio di Patricia si apre uno scenario completamente imprevisto. In una festa nella zona del porto turistico, in una delle discoteche del centro commerciale Maremagnum, un ragazzo di Trinidad y Tobago finisce in una rissa con due energumeni che avevano molestato la sua compagna. I due sono poliziotti fuori servizio: il ragazzo viene preso e portato in commissariato, dove subisce anche lui delle torture, che però sono riprese dalle telecamere di sicurezza. Ma Yuri non era un nero qualunque, come credevano i suoi aguzzini. Era il figlio del console di Trinidad y Tobago. Esplode un caso: i video vengono resi pubblici, e i due poliziotti sono condannati.

Si dà il caso però che i due poliziotti, Victor Bayona e Bakari Samyang, fossero gli stessi le cui dichiarazioni avevano fatto condannare Rodrigo, Alex, Juan e Patricia. A quel punto il caso del 4F si riapre: due videomaker iniziano un crowdfunding per un documentario, e con l’aiuto dei giornalisti de La Directa riescono a rintracciare tutti i protagonisti. Il Comune, la polizia, naturalmente fanno muro; ma anche alcuni degli arrestati non avevano più voglia di parlare. “Quanti neri devi torturare prima di trovare il figlio di un diplomatico?” dice uno degli autori. Ma soprattutto, il documentario spiega che il caso del 4F è inserito in un omicidio più ampio: quello che ha come vittima la città stessa. La gentrificazione che proprio in quegli anni stava uccidendo la vita sociale di Barcellona, aveva trovato l’intoppo di quei corpi non conformi alle sue regole – le loro sofferenze erano l’effetto diretto della violenza urbanistica. Come disse la giudice che archiviò il caso di fronte all’evidenza delle menzogne dei due poliziotti torturatori: “Potete portarmi altri mille come voi, ma io crederò sempre alla polizia”.

Le istituzioni fanno quadrato intorno ai loro elementi più perversi, e la paura è molto più forte di quello che crediamo. Tra le centinaia di persone che erano alla festa nel teatro occupato quella sera, nessuno ha mai dichiarato di aver visto chi ha lanciato il vaso – il che basterebbe per riaprire l’intero caso. Addirittura Ada Colau, che prima di essere eletta aveva nominato Patricia Heras nella sua campagna elettorale, da sindaca non riuscì mai a “fare un gesto” per far uscire la verità sul 4F. Lo racconta la madre di Rodrigo, Mariana Huidobro: “Mi è rimasto un sapore amaro in bocca. In che mondo viviamo? Com’è in realtà la polizia? Che poteri ci sono lì dentro che fanno così paura? Perché un Comune dove ora c’è una donna guerriera, nonché un amico e un’amica che sono stati parte della campagna per il 4F, non possono lavorare senza doversi proteggere le spalle? Sono sicura che tutto è molto più oscuro e malato di quello che immaginiamo. È quello che ho imparato: che la realtà è molto più terribile della finzione”.

Venti anni dopo, continuiamo a sorprenderci di quanto siano false le illusioni che proiettiamo sulla realtà. Con le parole di Patricia Heras, marzo 2008:

Ho tagliato la gola alla mia illusione,
l’ho appesa a un semaforo cieco
e ho visto come si dissanguava, incredula,
borbottando nervosa,
ho visto il dolore brillare molto vicino,
si è spento nascosto dietro il suo misero destino.
Apro la scatola, ed è vuota.

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