Da 0 a 10: De Bruyne risponde ai veri bolliti, il retroscena di Allegri, la testata di Lucca e la freccia avvelenata su Conte

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Da 0 a 10: De Bruyne risponde ai veri bolliti, il retroscena di Allegri, la testata di Lucca e la freccia avvelenata su Conte

Napoli-Frosinone 3-0, il nostro da 0 a 10: la risposta di De Bruyne ai bolliti, il retroscena di Allegri, la testata di Lucca e la freccia avvelenata su Conte

Zero a questa estenuante sosta, che ci ha ridotto in una stato di semicoscienza, in cui rifiutavamo il cibo al secondo week-end senza il Napoli, come in quei video che girano sul web sugli effetti del Fentanyl negli Stati Uniti. Altra mossa geniale per avvicinare la gente ad un calcio ormai schiavo di un calendario folle,  che ha fatto perdere le staffe pure ad un monaco buddista come Lobotka. 

Uno il rigore dato al Napoli che molta stampa ha definito ‘rigorino’.  L’armata degli anti-Napoli, pronti ad accogliere insulti per aumentare le interazioni, si è subito attivata per criticare la decisione di dare il rigore a Hojlund. Gente che forse non ha mai praticato alcuno sport, perché quel contatto in corsa ti fa cadere. Il rigore o c’è o non c’è, il termine rigorino non ha nessun senso. Non credo mi daranno il Premio Pulitzer per questa considerazione, ma resto comunque ambizioso. 

Due volte battuto, la prima malissima da Hojlund. Parliamoci chiaro: in una squadra che ha Kevin De Bruyne, il rigore non può tirarlo Rasmus. Un concetto che Allegri ha ribadito con ironia e forza: “Mi ha detto che De Bruyne gli aveva dato la palla, gli ho detto che doveva ridargliela”. Perché il pallone è rotondo, ma certe gerarchie sono scolpite nella pietra.

Tre centrali e la sensazione di avere qualche certezza in più, con uno schieramento che la squadra aveva mostrato di apprezzare già sotto Conte. Questo 3-4-2-1 sembra premiare diversi azzurri, lo stesso Neres, non ancora al top, può sgasare centralmente e arrivare subito al nocciolo della questione, senza dover partire troppo largo. Allegri è a caccia di “un centro di gravità permanente”, magari l’ha trovato.

Quattro cambi, l’ultimo è Giovane, che poi alla fine per noi è un grande mistero. Uno di quei discorsi mai affrontati, come la valigetta di Pulp Fiction, che tutti hanno visto ma nessuno ha mai saputo cosa contenesse. Con Giovane è così: è arrivato a gennaio, ma nessuno si è fatto un’idea chiara del calciatore che è e può diventare. Ieri un bel guizzo sull’assist per il 3-0 per reclamare un pochino di attenzione.

Cinque al povero Lucca, desolante e desolato. Che non ne azzecca una, che va a sbattere contro i muri pensando siano quelli di Harry Potter al binario 9 e trequarti. Lo guardi e capisci che in questo momento tra Lorenzo e un attaccante capace di incidere c’è la stessa distanza con Point nemo,  ovvero il luogo dell’oceano più distante da qualsiasi terra emersa sul pianeta Terra.

Sei e mezzo a Badiashile che “non è che perché ha sbagliato una volta era diventato un brocco”.  Ora lasciamo da parte i paragoni scomodi, pure abbastanza inutili con un certo Kalidou: siamo ancora davvero lontani. Giusto però sottolinearne la buona prova ed evidenziare un potenziale che sta tutto lì da vedere, ma cerca disperatamente un sistema che possa tornare a valorizzarlo.  La conferma che è il contesto a fare il calciatore e quasi mai il contrario. “Le dita di una mano non sono tutte uguali”.

Sette a Lang, che segna e scaglia la freccia contro Antonio Conte: “Questo allenatore mi parla, a differenza di quello dell’anno scorso”. Noa agisce più centralmente e sembra essere più nel vivo della questione. “Toto, ho l’impressione che non siamo più in Kansas”, dice Dorothy ne Il mago di Oz. E Lang sembra aver scoperto un mondo nuovo, dove finalmente qualcuno gli parla, gli dà fiducia e gli permette di seguire la propria strada di mattoni gialli. Ma il viaggio verso la Città di Smeraldo è appena cominciato. E dipenderà tutto da lui.

Otto a una nuova percezione delle cose e del tempo, che non viene più vissuto passivamente, ma aggredito. Non c’è bisogno di scomodare i paradossi di Zenone per dimostrare che il movimento non è un’illusione, ma una necessità. Perché il tempo non aspetta nessuno, e chi si limita a guardarlo passare ha già scelto di restare fermo. Il Napoli non può vivere soltanto con la paura di prenderle. Prima o poi deve anche tornare a darle.

Nove a Kevin, che ha causato un aumento degli acidi biliari incontrollato, mortificato opinionisti bolliti, loro, e non De Bruyne. Ma come si possono usare certi termini per un campione simile? Come non si può non comprendere una verità così elementare, il belga ha bisogno di giocare in un sistema che ne esalti la maggiore dote: costruire calcio nella trequarti avversaria. “In piedi davanti al mare meravigliato della propria meraviglia: io un universo d’atomi un atomo nell’universo”. Ci sono calciatori che inseguono il pallone e altri che gli danno un senso.

Dieci punti in campionato, come una boccata di ossigeno dopo una lunga apnea. È sembrato un Napoli in crescita anche nelle gambe, nelle falcate, nella convinzione di poter essere ancora protagonista. Col rientro di McTominay, in attesa di Vergara, la squadra sembra avere più soluzioni e una nuova destinazione. “Hai mai sentito il prurito ai piedi?” chiedono a Jim Carrey in Truman Show, ecco: questo Napoli, dopo aver trascorso troppo tempo a guardarsi le scarpe, sembra aver ritrovato la voglia di alzare gli occhi verso l’orizzonte.

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