
Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino, Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano Portelli.
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A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima, Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle richieste dei clienti.
Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non si è concluso.
Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge.
La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei baraccati devastati dall’eroina.
Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura, affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle.
Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines, già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba. Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire.
“La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”, gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli “Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco, in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e nel buio incatenarli.
“La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa. Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato, espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora: un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in gioco per capire come e dove agire.
Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati, colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno restituite, e redistribuite. (stefano portelli)

