
Qualche riflessione sulle radici dell’ascesa di Trump e sulla debolezza della cultura della democrazia negli Stati Uniti (e non solo), che l’ha resa possibile.
Verso la metà degli anni Sessanta tenni un piccolo corso di orientamento per studenti degli Stati Uniti che si preparavano a trascorrere un anno scolastico in Italia – un gruppo abbastanza speciale, non fosse che per la scelta di conoscere realtà diverse dal loro egocentrico paese. Alla fine, feci una piccola verifica. Una delle domande era: quali sono le principali differenze tra il sistema politico italiano e quello degli Stati Uniti? La più intelligente e motivata rispose: “L’Italia è una repubblica parlamentare, gli Stati Uniti sono una democrazia”.
In quel momento, suoi connazionali e quasi coetanei uccidevano e morivano in Vietnam in nome di una “democrazia” che questa ragazza colta e intelligente non sapeva che cosa esattamente volesse dire. Non l’ho più dimenticato, e ci ho ripensato adesso, che l’avvento di Trump e il suo consenso di massa rivelano una frattura in una formula – “democrazia americana” – che per troppo tempo è stata presunta come inscindibile.
“NOI SU TUTTO”
Alle origini, c’è un paradosso: gli Stati Uniti sono stati davvero la prima (e a lungo quasi l’unica) democrazia (certo, con tutti i limiti e contraddizioni su cui torneremo) e quasi l’unica repubblica (nel 1914 in Europa erano repubbliche solo Francia, Svizzera e San Marino). Da qui nasce l’idea degli Stati Uniti come eccezione e l’identificazione di “democrazia” con un paese (e con un paese solo: la mia studentessa non capiva che era “democrazia” anche la repubblica parlamentare italiana). Il concetto di democrazia stinge nell’egemonia del nazionalismo: anche per una persona tutt’altro che sciovinista come lei, democrazia voleva dire Stati Uniti, e Stati Uniti voleva dire democrazia. Indipendentemente dai contenuti.
Questa storia per cui la democrazia americana è, se non unica, comunque speciale e superiore è stata interiorizzata da media e politologi italiani (mi ricordo un americanista illustre, giornalista e deputato, che spiegava alla radio che negli Stati Uniti ci sono i “checks and balances” – equilibri e controlli – come se divisione dei poteri e controllo costituzionale non ci fossero pure da noi). Anche per questo, i nostri media e politologi hanno creduto che lo slogan nazionalista “America first” fosse un ritorno degli Stati Uniti a una presunta tradizione isolazionista, che privilegia le questioni interne rispetto all’interventismo post-seconda guerra mondiale.
Ma sono mai stati “isolazionisti” gli Stati Uniti? È vero che nel suo messaggio di addio George Washington ammoniva gli americani a evitare di “intrecciare il nostro destino con quello di qualsiasi parte dell’Europa, e impigliare [entangle] la nostra pace e prosperità con i tormenti delle ambizioni e rivalità dell’Europa”.
La parola chiave qui è “Europa”; e l’Europa non è il mondo. Pochi anni dopo, infatti, la cosiddetta “dottrina di Monroe” sottoponeva l’intero continente americano alla “protezione” e all’egemonia esclusiva degli Stati Uniti. È il contrario dell’isolazionismo, e infatti in tutta l’era del loro presunto isolazionismo gli Stati Uniti non hanno fatto che intervenire fuori dai propri confini, dal Nicaragua nel 1854 al Cile nel 1973 al Venezuela nel 2026. È incomprensibile che da noi si continui, due secoli dopo, a parlare della “dottrina di Monroe” come di un dato oggettivo, un principio (una “dottrina”, appunto) che non si discute ma di cui si prende semplicemente atto, anziché la pretesa di un singolo stato, non legittimata da nessuno, di determinare i destini di un’intera area geografica – la stessa illegittimità, mettiamo, di una possibile “dottrina Putin” che affermi il diritto della Russia di escludere potenze “occidentali” dalla propria sfera di influenza. Più che isolazionismo, “America first” vuol dire solipsismo e dominio: solo noi, prima noi, noi su tutto – über alles, per così dire.
RELIGIONE CIVILE
Alle origini della democrazia negli Stati Uniti sta la Costituzione del 1789. Giustamente, media e politologi insistono sul fatto che Trump sta violando la Costituzione. Prima di domandarci che cosa c’è in questa Costituzione che renda possibile violarla in modo così flagrante, domandiamoci: ma che vuol dire Costituzione per tanti cittadini americani? In altre parole: quanto è debole la cultura democratica in questa “grande democrazia”?
All’inizio degli anni Ottanta, un predicatore evangelico di Harlan, Kentucky, mi spiegava che “la nostra Costituzione è basata sulla Bibbia”. Una mia amica proletaria (elettrice democratica, oggi fa post anti–Trump su Facebook) mi confermava che “i dieci comandamenti fanno parte della Costituzione”, scambiando i comandamenti per i dieci emendamenti del Bill of Rights, che aggiunsero alla Costituzione quei diritti essenziali di cui i “padri fondatori” si erano dimenticati. D’altra parte, Barbara Dane, organizzatrice della resistenza alla guerra del Vietnam tra i militari, raccontava che il governo cercava di impedire la distribuzione del Bill of Rights nelle vicinanze delle basi militari (ma già nel 1925 lo scrittore Upton Sinclair era stato arrestato per averlo letto in pubblico).
Erano passati neanche quattro anni dal varo della Costituzione, e già nel discorso pubblico se ne parlava come di un ”venerabile documento”, addirittura “parola di Dio”. Secondo Thomas Jefferson, l’assemblea costituente era “un’assemblea di semidei”. Quando si parla di “religione civile” negli Stati Uniti, insomma, bisogna prenderlo almeno in parte alla lettera. Qualcuno scambia pezzi della Costituzione con un pamphlet sovversivo, e qualcuno li scambia con la Bibbia. Come tutti i testi sacri, venerati e sconosciuti, sono pochi quelli che si prendono la briga di leggerla. Così anche “Costituzione”, come “democrazia”, diventa un significante vuoto che ognuno riempie con i suoi desideri e pregiudizi. Gli assalitori di Washington erano convinti di essere loro i difensori della democrazia americana; e gli elettori Maga non riconoscono negli atti del regime Trump violazioni di una Costituzione in cui credono che ci sia scritto solo quello che vogliono loro.
Ma poi, quanto è democratica la Costituzione degli Stati Uniti? In un certo senso, è diventata venerabile sul serio: è la più antica costituzione in vigore in qualunque parte del mondo. Con gli occhi del 1789, era la rivoluzione incarnata; con quelli del terzo millennio, non solo un compromesso che, spaventato del suo stesso radicalismo, consolida il potere di proprietari e schiavisti e ricostituisce il principio di autorità turbato dalla rivoluzione. Ci voleva coraggio per inventare uno stato senza un re (la letteratura americana fino alla Guerra Civile, da Hawthorne a Poe, è ossessionata dalla figura della decapitazione del re, di uno stato senza testa, senza centro); perciò la Costituzione e la religione civile americana investono la figura del presidente di un’aura simbolica di sacralità ben oltre i poteri concreti che il testo gli garantisce (anche per questo gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di assassini di presidenti, tentati o riusciti – forma repubblicana del regicidio).
Nel corso della storia, a questo potere simbolico si intreccia un graduale slittamento dei poteri reali verso l’esecutivo. Fino a quando, addomesticato il parlamento, controllato l’ordine giudiziario, salta la consunta illusione dei checks and balances e la stessa Corte Costituzionale che dovrebbe vegliare sui suoi atti dichiara che il presidente non è punibile per nessuno dei suoi atti ufficiali – legibus solutus, come i sovrani assoluti di tre secoli fa –, senza che nella venerabile Costituzione si trovassero gli anticorpi per impedirne il suicidio.
CHI È POPOLO E CHI NO
Un altro abbaglio della nostra pubblicistica sugli Stati Uniti è lo scandalizzato stupore con cui si parla di un paese “diviso”. Ma quando mai non lo è stato, il paese che ha combattuto la più sanguinaria guerra civile della storia? Sotto l’apparente omogeneità ideologica, il consenso centrista della sfera politica è sempre stato attraversato da una separazione tra chi vi è rappresentato e chi no, a partire dalla discriminazione razziale tra bianchi e non bianchi che è ancora un principio strutturale del paese, ma anche da una lotta di classe di violenza e intensità a noi sconosciute.
Nel suo discorso di addio, George Washington definiva gli americani come un “free people”, un popolo libero. Popolo in che senso? In quel momento c’era senz’altro più libertà negli Stati Uniti che altrove; tuttavia, anche lì la maggioranza delle persone – donne, schiavi, nativi, non possidenti – non erano libere affatto. Puoi parlare di popolo libero solo se ne delimiti i confini e lasci fuori gli altri: la democrazia si proclama valore universale, ma in nessun luogo e tempo è stata applicata universalmente. Qui sta la contraddizione originaria: il principio di inclusione implica una pratica di esclusione; la democrazia vale per gli inclusi e non si applica agli altri.
L’esclusione comincia ai confini dello stato. In questo, gli Stati Uniti non sono soli: la Gran Bretagna, “faro di democrazia” a casa sua, pratica imperialismo e massacri in tutto il resto del mondo; la “liberté” francese non valeva in Algeria; l’“unica democrazia del Medio Oriente” scende in piazza a difesa delle regole interne ma non conosce limiti fuori di sé e istituisce nei territori occupati un doppio regime legale per chi è popolo e chi no.
Questo processo si riproduce nei rapporti interni. Come ha mostrato Eric Foner, la storia della libertà americana è la storia delle lotte degli esclusi per accedere alla sfera dell’inclusione: movimento operaio, abolizionismo, suffragismo, femminismo, movimento dei diritti civili, gay liberation movement… Sono state conquiste costate sangue, ma sempre a rischio. Si può anche tornare indietro: il diritto di scelta delle donne è già stato abrogato in gran parte del paese (con la motivazione che non era previsto nella Costituzione del 1789!); il diritto di voto degli afroamericani è eroso in pratica e minacciato in prospettiva; lo ius soli, la cittadinanza per nascita, è in discussione; e i dissidenti vengono riclassificati come “terroristi interni” (l’assassinio di Renée Goode potrà restare impunito: lei non era più “popolo”). La politica di Trump consiste nel ridefinire (anche in termini razzisti) chi è “popolo” e chi no: uno dei suoi primi atti è stata l’abolizione dell’ente incaricato di promuovere “diversità, equità e inclusione”; la caccia ai migranti, la presunzione di colpevolezza per chi ha aspetto o accento diversi, ribadisce il confine tra popolo e non-popolo, con l’effetto collaterale non trascurabile di rinforzare il senso di identità e fedeltà tra quelli che continuano a essere, o credersi, inclusi.
Potremmo dire, parafrasando Gobetti, che Trump è “l’autobiografia” della sua nazione. Ma non è una storia solo americana. Gli Stati Uniti sono, se mai, il luogo dove la contraddizione originaria e la debolezza attuale della democrazia si manifestano nel modo più pericoloso e traumatico, ma non esclusivo. “America first” non è tanto diverso da “prima gli italiani”: anche l’Italia è “spaccata” tra un “popolo” che ha accesso (sì, limitato, disuguale e precario) alla sfera dei diritti politici, e un non-popolo di migranti e “clandestini” che ne sono esclusi. Abituati a considerarsi un paese inclusivo (terra di immigrati) e consensuale, gli Stati Uniti vivono la crisi del consenso e dell’inclusività come crollo di ogni regola; l’Ice è solo l’aspetto più evidente di un disordine più profondo ma diffuso. Abituati da sempre a saperci divisi, noi possiamo forse gestire questa condizione in modo più controllato (l’involuzione autoritaria a cui lavora Meloni non consiste nell’abolire le regole ma, almeno per ora, nel rifarle a suo uso, mantenendo la facciata dello stato di diritto). Almeno per ora. Dicevano negli Stati Uniti: “it can’t happen here”, qui non può succedere. Stiamo attenti a non illuderci anche noi. (alessandro portelli)

