
Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale. La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati; affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”, solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri.
La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour, restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh.
Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze.
RESISTENZA E TERRORISMO
Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi.
Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata, quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante. Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di mira obiettivi non militari.
Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem, abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden.
Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione?
CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH?
Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano. Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che, tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza».
L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte, d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire nelle carceri israeliane.
Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante, ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo, indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana.
Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da Israele in Cisgiordania.
Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello. Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto, e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena». (francesca di egidio)

