
Organizzate eventi sul fratello minore di Mussolini, sul segretario del Partito nazionale fascista Ettore Muti: vi ritenete un centro di ricerca di destra?
«Molti ci vedono a destra, ma abbiamo superato questa vecchia dicotomia. Presto pubblicheremo un libro su Che Guevara».
Il titolo?
«Che Guevara visto da destra».
(ilcentro.it, Ultradestra d’Abruzzo, il responsabile del Centro studi: «È formazione culturale. I nostri iscritti crescono»)
Credo di aver già scritto, in questa rubrica, di una brava insegnante di francese che avevo alle superiori. Una volta scelta la parola di questa settimana, mi sono ricordato di una sua lezione che mi piacque molto, un lunedì mattina del quarto o del quinto anno a occhio e croce. Va detto che -pr aveva la sfortuna di doversi accollare le prime due ore del primo giorno della settimana, che coincidevano per noi studenti con il momento dei conteggi del Fantacalcio (non c’erano le app automatiche di oggi, si faceva tutto con carta, penna e Corriere o Gazzetta dello Sport): una pratica che implicava l’abbassamento, da parte di almeno mezza classe, di una soglia d’attenzione già di per sé non troppo elevata.
A conteggi finiti anche io incominciai ad ascoltare. Essendomi perso la parte iniziale della lezione, però, per un bel po’ non riuscì a capire come mai dovevamo studiare in letteratura francese la produzione teatrale di un autore irlandese e di un movimento a cui era stato dato nome da un critico ungherese, con un saggio, The Theatre of the Absurd, scritto in inglese.
Trentanove anni, oggi, sano come un pesce, a parte la mia vecchia debolezza, e intellettualmente ho adesso ogni motivo di credere sulla… (esita)… cresta dell’onda… o da quelle parti. Celebrata l’orrenda ricorrenza, come sempre in questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Rimasto a sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a separare il grano dalla pula. Buttata giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di nuovo nella mia tana, nei miei vecchi stracci. Appena mangiato, mi spiace dirlo, tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per un uomo nel mio stato. (samuel beckett, l’ultimo nastro di krapp)
Ho letto per la prima volta un mesetto fa L’ultimo nastro di Krapp. Personalmente odio le banane, ma per quanto ne sappia hanno un sacco di virtù: sono energetiche e nutrienti, fanno bene al cuore mi pare, e all’intestino. Per cui una delle cose che mi sono chiesto mentre leggevo è quale fosse lo stato di quell’uomo per cui queste, mi riferisco alle banane, potessero risultare così micidiali. Ci ho messo un po’ anche a capire – forse per colpa di quei venti minuti impiegati a fare i conteggi del Fantacalcio – come mai il protagonista di quel lavoro ce l’avesse così profondamente con il tempo, tanto da flagellarsi con l’ascolto delle vecchie bobine registrate negli anni precedenti, e tanto da consacrare il ricordo di un sé che disprezza e condanna a ultima immagine, anzi ultimo suono, della sua vita.
Spoiler: l’opera si conclude con Krapp che fissa il vuoto sul palcoscenico in silenzio, e il nastro, ormai finito, che gira a vuoto nel registratore.
(credits in nota1)
Beckett mi è sembrato più lineare di un Armony davanti a una puntata di qualche giorno fa di Otto e mezzo, in cui l’ospite principale era tale Leonardo Maria Del Vecchio, giovane miliardario e principale erede del fu proprietario di Luxottica.
Del Vecchio, trent’anni lo scorso maggio, ha detto di non essere né di destra né di sinistra (ma che gli piacciono Berlusconi, Renzi e Meloni). Possiede però due o tre giornali importanti e ha provato a comprare anche La Repubblica qualche settimana fa: «Lo faccio – ha spiegato – perché mia figlia possa avere un giorno informazione da firme autorevoli e non da tiktoker».
Il giovane imprenditore si è presentato davanti alle telecamere di La7 in un bel completo blu e uno stato di apparente trance, da far probabilmente temere i propri cari per la sua salute: lunghissime pause, capacità argomentative di un tredicenne strafatto di Diazepam, labbra e altre terminazioni nervose del volto che gli pulsavano all’impazzata non appena il discorso si faceva più insidioso (tipo quando è stata tirata in ballo l’accusa di omissione di soccorso che gli pende sulla fedina penale, dopo un grave incidente stradale nel 2025 sulla tangenziale di Milano).
(credits in nota 2)
Come sempre, davanti all’assurdità di questi personaggi, quelli che mi fanno più incazzare sono quelli di sinistra, o presunti tali, e nel caso specifico i soliti Lilli Gruber e Massimo Giannini (chiedo scusa a chi si sente realmente di sinistra, ma è meglio definirli così che beccarsi una querela). Se nella parte del gran cortigiano c’era il tiratissimo Italo Bocchino, che si prodigava in difese d’ufficio al miliardario talmente ruffiane da risultare comiche, il quadretto si completava con le cannonate sulla Croce Rossa che Gruber e Giannini sparavano, credendo di mettere alla gogna il giovane miliardario con continue provocazioni e – questa è una specialità della giornalista ex Rai – facendo di tutto per tirargli di bocca frasi sconvenienti, per esempio su Trump.
Come se aspettassimo l’imminente uscita dalle quinte di Godot, io e g. siamo rimasti con occhi sbarrati ad ammirare lo spettacolo, tra la prosopopea di quei due che si compiacevano di aver fatto domande scomode al loro ospite, il giovane che non vedeva l’ora di uscire di lì per fare serata, e una domanda in fondo ingenua che rimaneva latente nell’aria: ma cosa cazzo l’avete invitato a fare?
a cura di riccardo rosa
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¹ Rudiger Vogler in: Lisbon Story, di Wim Wenders (1994)
² Estratti da un’intervista a Filangieri Giuseppe, Cinico tv (1992)

