Zero al viscido tentativo, lo stagnante modello italico che cerca di buttare tutto in caciara, di coinvolgere il maggior numero di colpevoli per dire alla fine: lo fanno tutti. Il maldestro tentativo di Salvare il Soldato Bastoni, da parte di una stampa approssimativa o, peggio, molto accurata nella scelta dei suoi temi, è agghiacciante. Assimilare l’interpretazione da Oscar del difensore dell’Inter al rigore assegnato al Napoli a Vergara è operazione intellettualmente disonesta, per un fatto abbastanza lapalissiano: Vergara prende un calcio, Bastoni prende per il culo tutta l’Italia del pallone. Vi è una sostanziale differenza.
Uno il missile a due teste che sgancia Conte: destinazione Istanbul e Nottingham. Parlando di Giovane e Alisson, il tecnico dice che Giovane e Alisson sono arrivati e lavorano senza ‘spocchia e senza presunzione’: in quel momento nelle orecchie di Lucca e Lang si genera il famoso sibilo di quando ti fischiano le orecchie a distanza. Antonio non dimentica.
Due alle spalle di Rasmus e in quei due c’è Politano. Che in quella posizione perde ulteriormente incisività, diventa spesso un corpo estraneo, fatica a creare situazioni interessanti. Matteo va ormai considerato a tutti gli effetti un laterale a tutta fascia, il feeling con la porta è in questo momento pari a quello fra Corona e Signorini: 32 presenze stagionali e 0 gol all’attivo. A Bergamo spazio ad Alisson con Vergara.
Tre ad alzare le mani per chiedere un fallo su Vergara e Politano che addirittura si volta, perdendo il contatto visivo col pallone. Sul primo gol della Roma è grave la disattenzione collettiva, un black out mentale come quelli che si infilano sulla colonnina del Telepass senza avere l’apparecchio e sono poi costretti a fare retromarcia. Siamo sicuri che quelle immagini avranno fatto incazzare Conte più di Russell Crowe in “Il giorno sbagliato”.
Quattro punti sulla Juve, tre sulla Roma. È il patrimonio che il Napoli non può pensare di gestire, c’è poco da fare calcoli in una corsa Champions che è, citando l’anziano che parla con Paolo Villaggio in ‘Io Speriamo che me la cavo’, come la scala di un pollaio: corta e piena di mer*a. E il Napoli deve stare attento a non pestarla, proseguire come se l’obiettivo massimo fosse ancora raggiungibile. Fare troppi calcoli sarebbe un rischio troppo grande. Con l’Atalanta devi provare solo a vincerla.
Cinque i cambi di Conte e qualcosa che si muove. Dalla panchina arriva l’assist e il gol del 2-2, un Gilmour che subito fa capire cosa vuol dire fare il centrocampista di mestiere ed in generale delle energie fisiche e mentali che consentono di riprendere la partita. È il tema della stagione, lo sarà ancora col nuovo infortunio di Rrahmani, ma è chiaro che allungare le rotazioni sia un’esigenza vitale per questa squadra, che gioca un calcio dispendioso ed ha tanti calciatori con la spia della riserva accesa.
Sei e mezzo a Giovane, che fa l’assist del pareggio con semplicità. Ed alla fine la semplicità è quello di cui ha bisogno il Napoli in questo momento, una pillola di leggerezza come quella di Mary Poppins per buttar giù una stagione pesante sotto tutti i punti di vista. Se non si può essere un’ autostrada, a volte basta anche provare ad essere un sentiero: la via per la felicità non conosce discriminazioni.
Sette a Leo, che con l’audacia che ci mette riceve l’automatico aiuto della fortuna. Vero, il suo tiro è deviato ma che importa? Ci ha provato, come fa sempre. Abbassa la testa e allunga la falcata, o converge verso il centro cercando nel piede destro l’ispirazione. La rete del pareggio è camomilla per il Napoli prima dell’intervallo, un infuso che trasmette alla squadra una tranquillità di cui ha un disperato bisogno. Per Spinazzola sono già 3 le reti condite da 4 assist: un bottino da fare invidia a molti dei nostri esterni d’attacco.
Otto di incoraggiamento a Buongiorno, che gioca una gara in crescendo rossiniano e trova il sostegno del Maradona, che ne comprende il momento molto delicato. Un paio di chiusure a modo suo e l’intervento su Malen nel secondo tempo che tiene in piedi il castello azzurro. Alessandro ne aveva bisogno, è un primo piccolo passo per ritrovare se stesso, una canzone contro la paura come quella di Brunori. “Ma non ti sembra un miracolo. che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore a volte basta una canzone, anche una stupida canzone, solo una stupida canzone, a ricordarti chi sei…”
Nove alla volontà di Hojlund. Che non gli arriva un pallone giocabile, che deve solo sporcarsi le mani, affondare le dita nel fango e provare a farlo diventare un vaso d’argilla come Demi Moore in Ghost. È commovente la partita di Rasmus, che fa mille scatti e cerca di guadagnare col fisico un piccolo vantaggio sul mastino N’Dicka, dando vita ad un duello entusiasmante. Pare una talpa, che apre varchi sotterranei per consentire poi ad altri l’accesso, come in occasione del 2-2. “Il successo è la somma di piccoli sforzi, ripetuti giorno dopo giorno”. Tutti in piedi per questo ragazzo.
Dieci ad Alisson de Almeida Santos, in versione Super. Entra e spacca in due la partita con quella voglia di attaccare la porta tutta brasiliana, quella ricerca costante dell’uno contro uno, della giocata in velocità che fa alzare in piedi i tifosi. In pratica, ciò che Lang aveva promesso e mai mantenuto, questo ragazzo del 2002 lo mette in pratica senza fare proclami, facendo parlare il campo. Controlla col sinistro, poi con l’altro piede prende Svilar in contro tempo, il tutto alla velocità con cui Geolier chiude un paio di barre. Non è stato annunciato come un diamante che luccica, ma trova la sua forza nel terreno di gioco che fa nascere fiori anche dal letame.
