Sono gli scontri di piazza a generare la repressione o viceversa?

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Sono gli scontri di piazza a generare la repressione o viceversa?

La manifestazione del 31 gennaio a Torino in sostegno di Askatasuna ripropone un tema ricorrente, quello degli scontri con le forze dell’ordine, intorno al quale si mette in scena un gioco delle parti che a prescindere dai singoli schieramenti e posizioni individuali ha come effetto quello di isolare il dissenso creando intorno al conflitto sociale lo stigma della illegittimità.

In modo esplicito nessuno si sognerebbe di negare legittimità alla manifestazione del dissenso, ma questa legittimità è intrinsecamente legata ai modi con cui il conflitto viene agito. A essere invocata ogni volta è la condanna di ogni forma di violenza e le modalità con cui questa condanna viene invocata è talmente coercitiva che qualsiasi tentativo di analizzare i fatti diventa assimilabile a un atto di terrorismo. Allora, ciò che interessa chiarire non è tanto cosa è successo il 31 gennaio, o in altre situazioni analoghe, ma cosa significa la condanna della violenza, a che esigenze risponde, e cosa significano gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine e a quali esigenze rispondono.

Si dice sempre che gli scontri di piazza, generalmente attribuiti a una minoranza di criminali, se sono le attuali opposizioni a parlare, oppure imputati sempre più spesso a tutta la massa dei manifestanti considerati come eversori, se è l’attuale maggioranza a parlare, sono la giustificazione di una stretta repressiva che non vede distinzioni nel colore della compagine al governo. Perché se è vero che l’intensità degli ultimi provvedimenti – tra gli attuati e i promessi – è particolarmente elevata, è altrettanto vero che il meccanismo di criminalizzazione del conflitto sociale non è e non è stato un’esclusiva di questo governo. Rovesciando il ragionamento, se non ci fossero scontri di piazza non ci sarebbero neanche i pacchetti sicurezza.

In effetti, nella narrazione della compagine di volta in volta al potere la semplice esistenza del conflitto sociale costituisce un elemento di attrito rispetto a una narrazione nella quale tutto si svolge in modo armonico e la cosa pubblica è amministrata nell’interesse di tutti, anche perché l’idea stessa di un conflitto di classe è diventata inammissibile: dopo il 1989 tutti ci troviamo nel miglior mondo possibile, che non vuole riconoscere né ammettere l’esistenza di zone oscure, di elementi intrinseci di violenza, oppressione e sfruttamento, gli stessi che esistevano prima della caduta del muro di Berlino. Il conflitto che emerge da questi elementi rimossi, non può essere riconosciuto se non al prezzo dell’ammissione che non viviamo affatto nel migliore dei mondi possibili e che il regime democratico è pienamente partecipe dei conflitti, dei genocidi, degli olocausti e delle svariate forme di guerra che appestano il mondo.

Si potrebbe obiettare che le responsabilità tanto dell’Olocausto quanto della Seconda guerra mondiale siano dei regimi fascista e nazista, ma l’attualità in Europa e negli Stati Uniti dimostra una volta di più che, ora come allora, l’affermazione di regimi autoritari avviene in sostanziale continuità e non in rottura con i sistemi cosiddetti liberaldemocratici. La cosa, in effetti, non è tanto stupefacente se si considera che al fondo tanto dei regimi totalitari di stampo fascista quanto di quelli democratici c’è la stessa gerarchia sociale, lo stesso modo di produzione: quando l’accumulazione del capitale è in piena espansione si allargano le maglie della redistribuzione, quando l’estrazione di capitale fronteggia momenti di crisi ricorre al lato truce del potere. Immaginare che possa non esistere il conflitto sociale significherebbe pretendere che la stragrande maggioranza delle persone comprimano i propri bisogni riproduttivi fino a mettere in discussione la propria stessa esistenza per salvaguardare l’esistenza del dispositivo di potere che amministra gli stati e le persone che ci vivono.

Pensare che gli apparati repressivi esistano perché esiste il conflitto sociale non è quindi esatto, sarebbe più appropriato dire che gli apparati repressivi esistono per prevenire il conflitto sociale: dalle istituzioni disciplinari alle forme più direttamente brutali di repressione, vedi i reparti antisommossa, lo scopo è quello di neutralizzare il conflitto che il dispositivo sociale (democratico?) innesca per il suo strutturale funzionamento.

Il conflitto è, quindi, una scaturigine del sistema, non una sua deviazione e nessuna persona felice e appagata rischierebbe la galera o di farsi spaccare la testa da un manganello se non fosse spinta da uno stato di bisogno. Questa cosa è talmente ovvia che si ricorre in modo massiccio a concetti come quello di devianza e criminalità, che hanno il “pregio” di introdurre la dimensione morale e quella psichiatrica, per cui chi agisce il conflitto è da considerare malvagio e malato.

Il problema allora non è la violenza del conflitto in sé, che diventa una sorta di giustificazione della violenza repressiva, ma il fatto stesso di dover ammettere che il modo di produzione, la struttura stessa della nostra società, per poter funzionare ha bisogno di creare disagio, esclusione, devianza, che non sono incidenti, ma elementi propri del nostro sistema, democratico o meno che sia.

Del resto, di fronte alle manifestazioni dei giovani ecologisti che imbrattano, o mettono in scena l’imbrattamento di opere d’arte o, al più, fanno sit-in e blocchi stradali nella più limpida tradizione non violenta, i governi e le forze politiche, non solo quelle fasciste, hanno risposto con una ferocia e una sproporzione sfociate nel sadismo. È sembrata una reazione contro-edipica dei padri che ammazzano i figli per paura di perdere il potere. Del resto la catastrofe climatica, ridotta al massimo dello schematismo, è la lotta dei padri che preparano l’assassinio dei figli.

Un altro recente esempio di reazione spropositata dei governi di fronte, non ad azioni violente, ma a opinioni difformi dall’indirizzo ritenuto lecito dalle classi politiche delle varie democrazie europee e statunitense, è quello della definizione di antisemitismo. Anche qui il semplice fatto di opporsi pubblicamente, anche solo a livello verbale, a un genocidio viene considerato un atto di terrorismo. Ma questa accusa rivolta a persone pacifiche e inermi è nella migliore delle ipotesi un atto intimidatorio e l’intimidazione è una forma di violenza.

Chi ha vissuto Genova nel luglio 2001, con la sua prova generale di marzo a Napoli, sa bene che la violenza di stato non ha bisogno di pretesti, e non conosce limiti, potendosi spingere tranquillamente dal pestaggio alla tortura all’omicidio e, soprattutto, sa di essere impunita e impunibile. È quindi un falso quello che vorrebbe le strette repressive conseguenza degli scontri di piazza. Lo stato, i suoi rappresentanti politici e amministrativi, non hanno nessun bisogno degli scontri di piazza né di altre giustificazioni per imporre misure repressive; queste nascono dall’esigenza di controllare gli equilibri sociali resi sempre più instabili proprio dalle politiche economiche discriminatorie e marginalizzanti adottate.

La violenza di stato non è quindi una risposta agli scontri di piazza e, più in generale, all’antagonismo sociale, al contrario il conflitto è una reazione all’imposizione di misure economiche, sociali, urbanistiche e via dicendo, che hanno come unico fine l’estrazione di profitto a beneficio di una classe molto ristretta di persone. L’espressione non violenta del dissenso o è assolutamente irrilevante, come le manifestazioni simboliche indette dalle opposizioni parlamentari o, se riesce a colpire il bersaglio, subisce la stessa repressione violenta che subirebbe se si organizzasse per agire il conflitto in una forma diversa.

Ma perché la violenza di stato sia in qualche modo giustificabile è necessario che attorno si costruisca un campo semantico che la faccia apparire come la reazione sacrosanta al pericolo costituito dai cosiddetti gruppi antagonisti. In effetti, il tema ricorrente è quello della difesa dello stato, delle istituzioni democratiche, come se l’ordinario conflitto sociale, anche duro, anche violento, fosse tout court equiparabile a un moto rivoluzionario, al tentativo di abbattere/prendere il potere per tramutare lo stato e la democrazia in qualcosa di diverso.

Se si guardano con onestà e da vicino, però, i conflitti radicali delle democrazie occidentali si può facilmente constatare come questi siano tentativi di rendere più effettiva la democrazia rivendicandone l’autenticità e ponendo questioni interne al sistema stesso. Si potrebbe citare nuovamente il movimento No Global o anche il No Tav, forse il conflitto più longevo ancora in corso in Italia: di fondo, in questi come in altri casi il punto è che la democrazia venga realmente attuata e non abbattuta. Non è la presa del potere nel senso dell’assalto al palazzo d’inverno, ma la restituzione del potere alla base della popolazione da parte di chi, da quella popolazione, l’ha ricevuto in delega. Si reprime una parte della popolazione per il semplice fatto che non è d’accordo a vedersi imporre decisioni dall’alto senza essere coinvolta nel processo decisionale, ma in un sistema democratico in cui la sovranità del popolo è delegata e non ceduta, imporre una decisione “dall’alto” contro la popolazione è un attentato alla democrazia.

Il potere sul quale si regge uno stato non è legittimato da un meccanismo di consenso e delega, se così fosse il mandato della classe politica odierna dovrebbe valere circa la metà di quello della classe politica di quaranta o cinquanta anni fa, dato che ormai le percentuali di affluenza al voto, nelle tornate più partecipate, galleggia poco sopra il cinquanta per cento. Il potere non ha bisogno di consenso perché è un dispositivo che si autoproduce, un dispositivo conservativo che non ammette cambiamenti sostanziali. Per questo negli ultimi decenni le differenze tra opposti schieramenti alternatisi al governo dell’Italia, ma il discorso potrebbe valere anche per Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti, Francia, eccetera, sono state più una questione cosmetica che di struttura. Un dispositivo che ha come funzione quella di riprodurre se stesso non ammette alcunché al di fuori di se stesso. Quindi, il consenso non si guadagna, ma si pretende. Per trovare la democrazia in questo scenario bisogna allora rivolgere lo sguardo verso le zone liminari: la democrazia non è il cuore del sistema, ma la sua periferia. L’autoreferenzialità onnipotente del potere è rotta dal conflitto. Gli scontri di piazza non sono un moto eversivo, ma il tentativo della democrazia di individuare il proprio perimetro infrangendo l’autoreferenzialità del potere. Nell’assenza di conflitto c’è il pieno funzionamento del dispositivo autoreferenziale; nella comparsa del conflitto, qua e là, si delinea il perimetro della democrazia. La democrazia è dunque nella continua tensione tra un dentro e un fuori. Questa tensione genera movimento. Quando lo scontro tra dentro e fuori si interrompe, quando la tensione sul perimetro viene meno, è l’omeostasi, la dittatura.

Chi si scandalizza per gli scontri di piazza ignora, o finge di ignorare, che il terreno dello scontro non lo definiscono i manifestanti, ma le forze dell’ordine: fino a qui è consentito l’esercizio democratico, oltre sei un terrorista, un eversivo, uno che attacca le istituzioni dello stato. Il dispositivo di potere stabilisce la quota di democrazia che può tollerare, oltre la quale scatta la violenza repressiva volta a ristabilire un equilibrio, nel quale le increspature che la vita democratica produce sono assolutamente livellate.

Non è quindi il conflitto a determinare la repressione, semmai il contrario, e da questo punto di vista l’argomento secondo il quale chi agisce gli scontri di piazza fornisce un pretesto al governo per mettere in atto misure repressive, afferma implicitamente che per non sollecitare la violenza dello stato è meglio stare muti.

Non c’è mai stato un momento in cui le pratiche non violente abbiano evitato la violenza, da Gandhi a Martin Luther King è abbastanza noto come un corpo inerme non inibisca l’esercizio brutale della repressione. La violenza e la non violenza sono forme del conflitto, entrambe deputate a svelare il perimetro delle possibilità democratiche, la sua tolleranza di fronte agli squilibri che lo stesso sistema democratico produce. (emiliano schember)

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