La guerra dello Stato ai minori nel nuovo Pacchetto sicurezza

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La guerra dello Stato ai minori nel nuovo Pacchetto sicurezza
(disegno di federica pagano)

Il 31 gennaio del 1908 Secondo M., nove anni, nato a Perugia, viene internato in riformatorio, all’epoca casa di correzione. A seguito della morte del padre sua madre aveva rinunciato a occuparsi di lui, affidandolo agli zii. Questi ultimi non erano riusciti a seguirlo e la madre aveva chiesto che fosse lo Stato a prendersene carico perché “invece di ascoltare i saggi consigli e le amorevoli correzioni della famiglia, fuggiva di casa rifugiandosi presso i socialisti. Nella sua tasca fu infatti ritrovato l’Inno dei lavoratori”. Da allora, scrive preoccupata la madre, la sua cattiveria è cresciuta in maniera allarmante, covando idee sovversive contro i preti e i ricchi. Per il sindaco della città, il ragazzo più che un incorreggibile è un deficiente, e segue le orme di un padre morto in galera. A confermare la necessità di internarlo, una nota dei carabinieri: “Si ritiene Secondo M. un discolo. Quindi, si propone che venga rinchiuso in casa di correzione. Si allega l’Inno dei lavoratori, tolto indosso al ragazzo”. L’ingresso di Secondo M. in riformatorio segue quello di tante e tanti altri dalla fine dell’Ottocento in poi, che “con il loro comportamento, rappresentavano una minaccia di sovvertimento sociale”.

Con queste parole si conclude Questo figlio a chi lo do?, libro inusuale e prezioso scritto da Barbara Montesi, docente di storia contemporanea ed esperta di storia dell’infanzia. Il volume parte da un quesito: il minore appartiene alla famiglia o allo Stato? Se il genitore non può, non vuole o non ha gli strumenti per occuparsi della crescita di un figlio, in che misura deve intervenire il potere statale? Montesi raccoglie lettere di genitori, note dei carabinieri, sentenze dei giudici e sfoghi dei bambini che offrono uno spaccato di cos’era il Regno d’Italia e, soprattutto, delle condizioni di estrema povertà in cui versavano molte delle famiglie dell’epoca. Una povertà che, complice l’impronta lombrosiana, veniva fatta coincidere con la stupidità e l’ozio e, infine, con la criminalità. Lo Stato invita le famiglie che non possono occuparsi dell’educazione dei propri figli a mandarli in riformatorio, così da poter essere corretti e reinseriti nella società.

Le lettere di quei genitori sono angoscianti, soprattutto quando arriva la consapevolezza che i luoghi di correzione finiscono spesso per essere solo luoghi di internamento, nella disperazione dell’attesa, fatta di comunicazioni interrotte e lettere censurate. Se i riformatori venivano considerati luoghi di punizione e non di educazione, è anche vero che proprio in quegli anni inizia a farsi strada l’idea che il minore “deviante” debba accedere a un percorso alternativo di giustizia, non assimilabile a quello degli adulti (fino alla metà dell’Ottocento in Italia adulti e minori condividevano gli stessi spazi di reclusione). 

Le basi del diritto penale minorile in Italia furono poste proprio a inizio Novecento, grazie anche alla spinta dei primi movimenti femministi che guardavano con entusiasmo a esperimenti nati negli Stati Uniti, come l’istituzione del primo tribunale per minorenni, in cui si volgeva lo sguardo alla tutela e all’educazione del minore, in aperto contrasto con la tradizione punitivista e carceraria. Rossella Raimondo spiega inoltre che “la grande trasformazione che avvenne in Italia in materia di giurisprudenza penale minorile continuò […] nella seconda metà del Novecento”, quando il sistema detentivo minorile “mutò ulteriormente nelle sue strutture e funzioni, quale risultato di una serie di concause, tra cui il movimento di critica contro le istituzioni totali”.

Partire da quanto avvenne all’inizio del secolo scorso per commentare quanto sta accadendo oggi in tema di giustizia minorile può apparire un audace salto temporale. Eppure, è anche leggendo quanto fu scritto e costruito in quegli anni che si può comprendere l’entità del danno che si va infliggendo al sistema di tutele e garanzie che, con fatica, è stato costruito attorno al minore.  La superficialità del legislatore che si accosta a questi temi nella fase storica attuale si accompagna a una forma di disumanità delle istituzioni che, scriveva Luigi Ferrajoli, finisce per essere contagiosa se non arginata tempestivamente.

Già nel marzo del 2002 il ministro Castelli presentò due disegni di legge riguardanti la giustizia minorile e le misure per una risposta normativa alla devianza giovanile. L’inizio del nuovo secolo coincideva con la riproposizione di un vecchio allarme sociale: la criminalità giovanile. Nel 2001 il delitto di Novi Ligure aveva rappresentato la punta dell’iceberg di una crescente ossessione, mediatica e politica, che finiva per interpretare la minore età come un cavillo burocratico da eludere piuttosto che una garanzia di tutela. Castelli propose una serie di norme che oggi appaiono familiari: l’innalzamento delle pene per i minori di età compresa tra i sedici e i diciotto anni, l’estensione della misura cautelare, il ridimensionamento di alcuni meccanismi dell’istituto della messa alla prova, un maggiore allineamento dei processi minorili a quelli ordinari degli adulti e il ridimensionamento della componente socioeducativa all’interno del tribunale minorile. Le critiche da parte di associazioni, magistrati e operatori del settore – che sottolineavano la natura essenzialmente propagandistica e securitaria di entrambi i disegni – e il netto rifiuto da parte dell’opposizione in parlamento per evidenti pregiudiziali di costituzionalità, fecero naufragare i progetti del governo Berlusconi in materia.

Tra i critici di quella che Castelli definiva rivoluzione – e che più propriamente fu ribattezzata restaurazione – c’era Maurizio Galvani, che sul Manifesto scriveva: “Quando un ministro afferma con tanta convinzione (leghista) che ci vogliono pene più severe per adolescenti che non sono da considerare piccoli teppistelli ma criminali, l’obiettivo diventa chiaro. Si vuole eludere la differenza tra adulti sottoposti a giudizio e minori; si vuole adultizzare il processo penale minorile e cancellare la possibilità che un minore o un ragazzo sia in grado di riparare, di cambiare, di essere rieducato o come si diceva una volta ‘essere riacquistato alla società’. Sono criminali senza più attenuanti ed hanno sbagliato tutti coloro – che nell’ altro secolo – hanno cercato di dare una spiegazione e una giustificazione dell’antisocialità”.

Un quarto di secolo è passato e la riproposizione del topos del giovane teppista criminale ritorna, rinnovato sotto alcuni aspetti (oggi prende le forme del minore straniero non accompagnato o del cosiddetto “maranza”). La sostanza rimane però la stessa: fare in modo che il minore sia raccontato e immaginato come un adulto spregiudicato, il cui odio verso la società necessita di una punizione adeguata, non più alla sua età anagrafica, ma alla percezione di pericolo che trasmette.

L’attuale ministro degli Interni Piantedosi ha scritto su X a fine gennaio: “Immigrazione irregolare e baby gang sono strettamente collegati. Molti dei giovanissimi che oggi commettono reati sono di seconda generazione, i figli di coloro che arrivarono irregolarmente in Italia in un periodo di sbarchi incontrollati, nella totale mancanza di considerazione di chi allora era al governo, che non solo sottovalutò gravemente le conseguenze di una politica dei porti aperti, ma che oggi ci fa addirittura la morale sulla sicurezza nelle città. Noi abbiamo invertito la rotta. L’immigrazione irregolare è drasticamente calata e abbiamo creato i presupposti perché queste dinamiche tra dieci anni non si presentino più. E abbiamo in cantiere un nuovo pacchetto sicurezza, una parte significativa del quale riguarda proprio il contrasto alla violenza giovanile”.

Il post del ministro illustra due dei presunti fattori di turbativa dell’ordine pubblico contro cui si indirizza l’ennesimo pacchetto di norme in materia di sicurezza presentato al consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio: i minori e, appunto, i cosiddetti “maranza”. A questi si aggiungono, come di consueto, le persone migranti, i manifestanti e gli attivisti dei centri sociali, in una deriva sempre più evidente verso un diritto penale d’autore, che tende a sostituirsi al diritto penale del fatto, finendo per colpire la persona per ciò che è o per ciò che rappresenta, ancor prima dell’eventuale commissione di un reato.

Non paghi di quanto previsto dal Decreto Caivano (ampliamento della custodia cautelare in carcere per i minori in presenza di determinati reati; maggiore ricorso a misure cautelari e strumenti di controllo; rafforzamento della risposta sanzionatoria per reati commessi in gruppo o con violenza; potenziamento del daspo urbano e divieto di accesso in alcune aree), le nuove proposte di norme perfezionano il disegno afflittivo e carcerocentrico del governo Meloni, tramite alcuni elementi principali: l’estensione dell’ammonimento da parte del questore anche a ragazzi tra i dodici e i quattordici anni, prevedendo pesanti sanzioni economiche alle famiglie; reclusione da uno a tre anni per chi è trovato in possesso di strumenti con lama oltre i cinque centimetri; utilizzo dei metal detector nelle scuole su richiesta dei dirigenti scolastici e stretto controllo dei prefetti sugli strumenti di controllo utilizzati nelle scuole; soppressione dell’articolo 13 della legge 47/2017 che permette al tribunale per i minorenni, attraverso un decreto motivato e dopo aver valutato caso per caso, di estendere l’affidamento ai servizi sociali fino al compimento dei ventun’anni, se necessario per completare il percorso verso l’autonomia.

E poi c’è la scuola. Pochi giorni fa al Ferraris di Scampia gli studenti hanno trovato ad accoglierli unità cinofile antidroga e metal detector (episodi analoghi sono già avvenuti in altre scuole campane). Da tempo la presenza della polizia nelle scuole viene spiegata come un necessario passo in avanti verso la costruzione di presidi di legalità, e il recente accordo tra il ministero dell’Istruzione e il ministero dell’Interno non fa che consolidare l’idea che perfino l’istituzione scolastica debba sottostare a dinamiche di sorveglianza e repressione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da anni il numero crescente di iniziative curate dalle forze di polizia italiane rivolte a un pubblico di giovani e giovanissimi, rendendo esplicita la collaborazione tra esercito e scuola pubblica. Tra i vari progetti merita di essere menzionato un concorso rivolto agli studenti di scuola secondaria sul ruolo del militare italiano come “baluardo dei valori di civiltà a tutela della pace e della libertà”.

Nel frattempo, la condizione di salute di bambini, adolescenti e giovani adulti in Italia evidenzia diverse fragilità, con un marcato deterioramento del benessere psicologico dopo la pandemia, in particolare tra i ragazzi tra i quattordici e i diciannove anni. Più di 700.000 giovani sotto i venticinque anni convivono con ansia e depressione, e a questo quadro si aggiungono la povertà minorile – che interessa il diciassette per cento dei minori – e significative differenze territoriali nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. Al 30 settembre 2025 risultavano 16.534 minori e giovani adulti (fino ai venticinque anni) complessivamente in carico agli uffici territoriali della giustizia minorile. Di questi, 4.747 erano soggetti a misure restrittive della libertà, con un aumento dell’8,1 per cento rispetto a fine 2024. Dal 2022 a oggi, e soprattutto dopo l’approvazione del Decreto Caivano nel 2023, il numero di detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) è aumentato del cinquantacinque per cento, passando da 392 a 611 presenze. Attualmente, nove Ipm su diciassette soffrono di sovraffollamento, con picchi del centocinquanta per cento in alcuni istituti.

I secoli passano ma la risposta dello Stato nei confronti del minore continua a rimanere inevasa. Il prossimo rapporto sulle condizioni della giustizia minorile italiana, curato da Antigone e in presentazione oggi a Roma, è stato intitolato Io non ti credo più. E non poteva essere altrimenti. (marica fantauzzi)

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