
Molti anni fa, in un paese lontano, sorgeva un piccolo villaggio chiamato Melodia. Per tanto tempo quel villaggio era stato governato da un capo antipatico e autoritario. Il suo nome era Testa d’uovo. Da bambino aveva avuto una madre severissima e un padre che lo maltrattava. «Un, due, tre! Testa, spalle, gambe e piè!», era l’insopportabile marcetta che accompagnava ogni ordine dato dallo scorbutico genitore al ragazzo, e così nessuno si stupì quando Testa d’uovo diventò un adulto odioso, ossessionato dall’essere rispettato e convinto in fondo di una sola cosa: chi comanda deve essere obbedito.
Un giorno Testa d’uovo decise di imparare a suonare uno strumento, pensando che questo lo avrebbe fatto apprezzare da qualcuno. Si fece comprare così un violino nero che suonava sempre allo stesso modo. «Ascolta che belle note, pulite e ordinate!», continuava a ripetere ai suoi amici. «Sarà…», gli rispose un giorno Occhi Belli, una compagna di scuola a cui aveva provato a dedicare una sonata. «Ma c’è qualcosa che non va. Il motivo è noioso, ci vorrebbe un po’ di fantasia, o qualche altro strumento ad accompagnare…».
L’ultima cosa che aveva dentro di sé Testa d’uovo era però la fantasia. E così, frustrato, rispose così a Occhi Belli. «Non capisci niente, sei solo una femminuccia! La fantasia non serve a niente, e crea confusione. Questa è vera musica, e questo è l’unico strumento buono!» (Testa d’uovo non aveva mai imparato ad accettare le critiche, soprattutto non aveva mai imparato a suonare nessun altro strumento, e forse per questo non poteva tollerarli).
Col tempo, a furia di suonare la stessa musica semplice, ordinata e sempre, sempre uguale, Testa d’uovo riuscì a convincere molte persone delle sue teorie e addirittura a farsi nominare capo di Melodia. «In discarica tutti gli altri strumenti», gridava dal terrazzo di casa e faceva scrivere sui manifesti. «Niente flauti, tamburi, trombe e chitarre. Basta coi cori, le bande e le orchestre!». I suoi strampalati ordini venivano eseguiti dai Controllori del suono che si era messo accanto, un gruppo di giovani sempliciotti che mai si erano sentiti prima di allora così importanti. «Chissà cosa succederebbe se il violino di Testa d’uovo suonasse con una corda in meno», aveva detto un giorno uno di loro, dopo aver bevuto un po’ troppo nettare frizzante. «Ma cosa dici, imbecille!», gli aveva risposto il capo-controllore. «È come se adesso qualcuno si mettesse a scrivere con la mano sinistra o a dipingere macchine volanti. Il violino è il violino, così è sempre stato e così sempre sarà».
Così, per anni, nel villaggio di Melodia fu ascoltata solo la musica, incredibilmente monotona, che Testa d’uovo imponeva. Chi provava anche solo a costruirsi da sé uno strumento diverso, e a suonarlo tra amici, veniva punito.
Con il passare del tempo però gli abitanti del villaggio cominciarono a stancarsi. La musica del violino nero era noiosa, non faceva divertire e non serviva neanche a far addormentare i bambini. Piano piano alcuni iniziarono a pensare che era arrivato il momento di riprendere gli strumenti e decidere liberamente che musica ascoltare e soprattutto suonare.
«Mi ricordo che quando ero bambino mio padre mi suonava una musica bellissima, credo avesse un flauto». «A casa mia non c’erano soldi e così io e i miei fratelli avevamo costruito dei piccoli tamburi di latta con le scatole di pomodoro». «Certo, anche riempendo una bottiglia con i sassolini che potremmo trovare giù al torrente potrebbe venir fuori un ritmo divertente».
Idee di questo tipo cominciarono a diffondersi sempre più tra gli abitanti di Melodia, che presero una notte una decisione coraggiosa: distrussero (quasi) tutti i violini neri costruiti per volere di Testa d’uovo e lo mandarono via su una nave, lontano dal villaggio, affinché non potesse più tornare a comandare.
Il giorno dopo Melodia si riempì di suoni nuovi. Immediatamente gli abitanti uscirono di casa e cominciarono a suonare tutti gli strumenti che per anni erano stati proibiti. Si sentivano chitarre, sassofoni, trombe, pianoforti e mille accordi differenti. Cominciarono a suonare insieme in bande musicali, e ognuno strimpellava la musica che gli piaceva, bella o brutta che fosse.
Un giorno alcuni cittadini suggerirono di adottare una regola: se non volevano che un solo uomo tornasse a comandare, dovevano inventare dei modi diversi di governare Melodia. Crearono così tre assemblee: ognuna aveva un compito, e messe insieme avrebbero fatto sì che mai più la musica avrebbe potuto essere decisa da una sola persona.
In primavera, con il sole e il vento caldo, fu scritto il Grande spartito musicale del villaggio, che conteneva alcune regole, condivise dopo lunghe chiacchierate davanti al fuoco l’inverno precedente, per poter scrivere canzoni in grado di accontentare un po’ tutti. «Una di queste assemblee deve essere sempre in contatto con il villaggio», disse il vecchio saggio Barba bianca, mentre sgranocchiava dei biscotti e accarezzava il suo cane. «Deve ascoltare tutti e trovare delle regole perché ognuno possa scrivere e suonare cose che non facciano male agli altri. Potremmo chiamarla Musicamento».
«Sì, ma non possiamo far finta che non esistano uomini e musiche malvage», fece riflettere Naso di cane, proprio lui che odiava norme e obblighi di ogni tipo, e che aveva cresciuto i propri figli insegnandogli che l’uguaglianza vive nella libertà. «Temo ci tocchi creare un Gruppo Musicale per controllare che tutti rispettino le regole».
«Eh già! Così verranno fuori degli altri Testa d’uovo e ci convinceranno di nuovo a suonare una sola musica, con la chitarra o il contrabbasso stavolta!», fece qualcuno da fondo sala.
«Ma cosa dici, non può succedere! Ormai abbiamo capito!», rispose Naso di cane, mentre Barba bianca meditava e condivideva gli ultimi biscotti col suo fido pastore maremmano.
Dopo grandi discussioni la proposta di Naso di cane fu solo un po’ modificata e accettata. Si decise che chi non rispettava le regole poteva essere punito: chi la faceva più grossa veniva mandato a lavorare nella fabbrica degli strumenti musicali, oppure costretto a studiare a memoria tutte le canzoni consentite. Il che, è facile immaginarlo, era molto noioso, e così la maggior parte delle persone pensò che fosse giusto rispettare le regole.
Per evitare che il Gruppo Musicale decidesse tutto da solo, si formò anche un Consiglio degli Scrittori di Musica (di cui facevano parte degli usignoli e altri appartenenti al Gruppo Musicale). Il Consiglio aveva il compito di studiare a fondo le musiche inventate per giudicarle con attenzione.

Vi spiego qualcosa degli usignoli. Erano uccelli dalle penne bianche e marroni che da sempre cantavano nei boschi vicino al villaggio. Non erano compositori del Gruppo Musicale, ma diffondevano nella natura note da secoli e secoli, e sapevano riconoscere quando una musica era giusta, cioè rispettava le regole scelte dal Musicamento, e quando invece non lo era. Certo, non tutti gli usignoli la pensavano allo stesso modo, e a dirla tutta alcuni non erano nemmeno simpaticissimi. Ma il loro compito era di controllare che le decisioni dei compositori non fossero dettate dall’arroganza o dall’invidia di voler essere loro a scegliere se una musica fosse giusta o sbagliata, e così, per molti anni, pur nella loro superbia e nel loro saltellare in giro credendosi chissà chi, tutto mantenne un certo equilibrio. La musica non piaceva sempre a tutti, ma la maggioranza degli abitanti pensava che fosse meglio avere tante canzoni, anche se non sempre belle, piuttosto che una sola, sempre uguale.
«Certo – disse un giorno ai suoi amici un giovane dagli occhi vispi e una grossa coppola in testa – sarebbe bello se ognuno potesse suonare quello che vuole, senza dar troppo conto a nessuno».
«Già…», gli fece eco Chiodino, un personaggio buffo e mingherlino che aveva la fissa di montare e smontare tutto quello che gli capitava sottomano. «Potremmo modificare gli strumenti e crearne di nuovi. La musica è di tutti e ci si dovrebbe poter giocare senza che qualcuno decida cosa si può fare o cosa no».
Penna bianca, una bellissima ragazza con un ciuffo nevoso tra i capelli nero pece intanto annotava tutto su un pentagramma ingiallito che aveva trovato in un vecchio cassetto, tra i documenti appartenuti ai suoi nonni. “E se la musica decidesse da sé?”, aveva appuntato con un grande punto interrogativo in un angolo del foglio, ma poi si perse a guardare gli alberi mentre gli altri continuavano a parlare, e seguì da sola i suoi pensieri fino all’alba.
Quegli e altri amici dopo qualche tempo fondarono la Banda della libera musica. Non erano esattamente ben voluti dalle assemblee che mantenevano l’ordine a Melodia, né tantomeno dagli usignoli. Dovevano stare attenti a non dire certe cose ad alta voce, e soprattutto nel diffondere certe idee di uguaglianza e libertà che davano fastidio a chi temeva che Melodia potesse diventare un grande villaggio-orchestra, che potesse suonare liberamente tutto il giorno, senza ruoli, maestri né gerarchie tra strumenti. Bisognava per questo stare attenti a non ammettere con leggerezza di essere parte della banda: i Musicali, infatti, avevano deciso a un certo punto che le regole delle melodie dovevano essere decise solo da loro, perché – così dicevano – avevano il consenso degli altri abitanti di Melodia.

Col passare del tempo le cose andarono peggio.
Le bande musicali furono sempre meno e meno geniali. Alcuni compositori, che stavano lì solo perché volevano decidere, pur senza capire quasi nulla di note e spartiti, cominciarono a scrivere musiche sempre più brutte: melodie confuse, prive di armonia, con testi banali e che dicevano sempre le stesse cose.
«Abbiamo cambiato musica – cominciava a bofonchiare qualcuno –, ma queste canzoni non sono poi tanto migliori di quella di prima. Adesso però ci tocca pagare non solo uno scrittore, ma tanti!». Non era una frase molto intelligente, eppure in molti iniziarono a ripeterla. Nel villaggio, in particolare, prendeva sempre più voce il branco delle Pecore belanti. Le pecore erano sempre state per conto proprio. Non gli piaceva cantare né suonare, non avevano mai pensato molto alla musica, ma sentendo ripetere ogni giorno che le nuove canzoni erano inascoltabili, finirono per crederci e si misero a dirlo a tutti gli altri animali. E poi c’erano quelli che non avevano mai smesso di rimpiangere la vecchia musica. «Quando c’era il violino nero – continuava a ripetere Zanna grigia, un tarchiatello con un pizzetto mefistofelico e un occhio di vetro – la musica era chiara e forte e nessuna confusione era accettata. Guardate ora che casino!».
Zanna grigia, Pino appuntito, Tacco di ferro e tutti gli altri, alcuni dei quali erano stati Controllori del suono ai tempi di Testa d’uovo, cominciarono a dire che era necessario costruire di nuovo violini neri, proibiti fino a quel momento perché simbolo di quel periodo così triste e noioso. «Gli usignoli sono solo uccelli», disse un giorno Tacco di ferro. «Cosa possono mai capirne della musica e di ciò che vogliono gli abitanti di Melodia!».
Tacco di ferro era una persona abbastanza rozza, e a dire il vero emanava anche un fastidioso puzzo di muffa. Ma aveva una voce molto forte, gridava sempre e a furia di ripetere queste sciocchezze riuscì a convincere sempre più persone che fosse arrivato il momento di cambiare il Gruppo musicale.
La sua vera preoccupazione era in realtà che i suoi amici potessero decidere tutto e che il valore del Consiglio degli Scrittori di Musica fosse ridotto. Intanto, le canzoni del Gruppo musicale diventavano sempre più stonate, e più questo succedeva, più le fanfaronate dei vecchi Controllori trovavano ascolto. Così, a un certo punto, molti abitanti del villaggio cominciarono a chiedersi se non fosse tempo di costruire di nuovo i violini neri e tornarono a dare sempre più potere, nel Musicamento, a Zanna grigia e ai suoi. Questi però avevano un problema. Visto che il Grande spartito musicale del villaggio era stato scritto dai rappresentanti degli abitanti dopo la cacciata di Testa d’Uovo, fu necessario chiedere a ciascuno di loro se davvero fosse giusto modificare la composizione del Consiglio degli Scrittori, mettendoci dentro quegli abitanti che facevano parte del Gruppo musicale, che già intanto decideva abbastanza cose da solo, senza dar conto a nessuno. Fu proclamata così una Grande Consultazione: ogni cittadino avrebbe ricevuto un pezzettino di pentagramma su cui avrebbe dovuto scrivere una certa nota per indicare la sua scelta.
Per un po’ di tempo a Melodia non si parlò d’altro, solo che molti abitanti con il tempo si erano disinteressati alla musica per colpa delle brutte canzoni che avevano ascoltato, e così non sapevano decidere cosa scegliere. Quel che è certo è che nessuno, o quasi, aveva dato ascolto a quelli che facevano parte della Banda della libera musica, che erano stati dimenticati, isolati e avevano dovuto addirittura cambiare villaggio.
Eppure, non sarebbe stato più facile se tutti avessero avuto la possibilità di esprimersi senza dover pensare alle regole imposte e imparando gli uni dagli altri? Nonostante fosse un po’ difficile da immaginare per alcuni, è proprio quello che si impara facendo parte di una Banda! Troppo pochi erano rimasti invece quelli che avevano la capacità di fare quello che desideravano in libertà, perché, in fondo, si erano dimenticati di quanto fosse bello e ne avevano paura.
Cosa venne fuori dalla Consultazione io non l’ho mai saputo, anche se mi piace pensare che gli abitanti di Melodia abbiano preferito ascoltare qualche canzone in più, piuttosto che sempre la stessa. Ciò che spero davvero, naturalmente, è che ognuno di loro possa tornare a sentirsi libero di suonare la musica che preferisce. (-gt)

