la-parola-della-settimana.-cozza
La parola della settimana. Cozza
(disegno di ottoeffe)

Ma quanto po’ custa’
‘sta vita ca m’e dato
Quanto po’ custa’?
‘A ferramenta sotto ‘a casa mia
m’a venne p’a metà,
pecché me vuo’ lassa’?
C’hann’ purtato ‘e cozzeche mo’ s’anna pulezza’ !
‘A ferramenta sotto ‘a casa mia
m’e da’ pulite già,
è ‘a meglio ca ce sta!
(ernesto a foria,
‘a ferramenta)

La cozza è cosa brutta ma gustosa. Metafora o meno. C’è una famosa telenovela (parliamo di 1999, si chiamavano ancora così) andata in onda in cento paesi, che racconta la storia di una ragazza colombiana, Beatrice Pinzon Solano, studentessa modello ma insicura e bruttina, e per questo bullizzata da tutte le donne che incontra sulla sua strada. Novella Cenerentola, Betty (soprannominata “la cozza”) riuscirà alla fine della serie a migliorare il suo aspetto, ma soprattutto a far innamorare il suo capo, Armando, imperterrito dongiovanni, grazie alle sue capacità professionali, la sua sensibilità e le sue qualità umane.

(credits in nota1)

La psicosi cozze è esplosa in settimana. Un nuovo cluster epidemico (senza lockdown, tranquilli), ma stavolta solo a Napoli. Epidemia di Epatite A. L’untrice è la cozza, con tutti i suoi parenti stretti frutti di mare: vongole, taratufi, ostriche e così via. È un déjà-vu, non del 2020, ma del 1973. Colera a Napoli e cozza killer. Solo che siamo nel 2026 e Napoli non è più capitale del sottosviluppo, ma hub di un overtourism che genera ricchezza: il focolaio resta per un po’ sotto traccia. Eppure, rispetto al colera del ‘73 i contagi sono molti di più.

Wikiradio – Il colera a Napoli
La sera del 28 agosto 1973 il ministero della sanità emette un comunicato stampa secondo cui si stanno manifestando casi di gastroenterite acuta, preludio a un’ epidemia di colera che durerà quasi due mesi.
Ascolta qui!

Direte: d’accordo, ci sta. L’epatite non è il colera, malattia della povertà, flagello delle città occidentali del diciannovesimo secolo. L’epatite A, al contrario, sembra quasi una patologia legata all’irresistibile voglia di consumo. Nelle cene di Natale e Capodanno non possono mancare le crudità, per di più afrodisiache, delle conchiglie considerate frutti. Anche se per champagne ci si contenta dell’acqua di mare.

Sul colera del 1973 poca storia è stata scritta. Una traccia significativa resta la fotografia di Giovanni Leone, presidente della Repubblica, in visita nei reparti dedicati ai colerosi dell’ospedale Cotugno. Il gesto delle corna, nascondendo la mano dietro la schiena, la dice lunga sulla credibilità delle nostre amate classi dirigenti.

Il colera a Napoli
Panorama Cinematografico / pc407
Archivio Luce, 1973
Guarda qui!

Mentre Leone corneggiava, ai giornalisti il compito di raccontare la città con il solito disprezzo razzista e deplorante. Tra i vari capolavori si distingueva L’Espresso, con una “inchiesta” dai toni pulp, titolando in copertina “Napoli Bandiera Gialla”. Non stupisce che la firmi un giovane Paolo Mieli.

Uè-oh, lievate ‘a sotto,
si nun te staje accorto quacche d’uno te ciacca.
‘A gente ca te guarda ‘n se ne fotte ‘e niente,
Maronna e comme è brutto a sta’ c’o male ‘e diente!
E allora uè-oh, lievate a ‘nanz’,
stanotte agg’ durmuto senza male ‘e panza,
Qualcosa t’e magnato ca t’ha fatto male,
tengo ‘a televisione trentasei canali!
Si parlano ‘tt’nzieme so’ tanta capere
ma quanno ascimmo fore sarrà primavera.
(tullio de piscopo,
stop bajon)

Il colera, disastro antropico e non catastrofe naturale, ebbe una sua importanza persino per le lotte degli strati sociali più popolari della città. La Napoli del 1973 era una metropoli di profonde diseguaglianze: ceto medio impiegatizio, classe operaia “ufficiale” – radicata nei poli industriali della siderurgia e della metalmeccanica, nella cantieristica navale e nella lavorazione agroalimentare –, proletariato precario impiegato nei settori più disparati, che trovava il suo reddito nella zona grigia del lavoro nero e informale, del decentramento produttivo e del lavoro a domicilio.

Al centro della città centinaia di abitazioni erano micro-officine dove si lavorava senza garanzie e controllo. Bassi, sottoscala, locali bui e umidi, reparti di una fabbrica diffusa ma nascosta, invisibile anche agli occhi del Partito e delle organizzazioni sindacali, che avevano il loro bacino elettorale nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale al rango di plebe e sottoproletariato.

28 agosto 1973: l’epidemia di colera a Napoli
Cronaca italiana – Teche Rai

Guarda qui!

Sì, ma la cozza? Mitilo mediterraneo (mytilus galloprovincialis), mollusco bivalve protagonista della gastronomia povera, rivelatore della qualità delle acque marine (la colonna acquea). Filtra tutto quello che arriva a mare, non è infetta di per sé ma lo diventa quando, dove cresce, vengono sversati scarichi fognari non depurati, rifiuti vari, residui fecali altrimenti detti merda.

Legalize come hip hop,
Ienamà on da microphone,
onde evitare cà po’ t’ sfonn’ Merda Prod,
ogni dì
su YouTube
sogni il tuor
degli U2,

ma non serve a niente perché tu sei del Sud!
(merda p.r.o.d., ma com’è?)

Tornando a noi: di fronte all’impennata di casi, il sindaco, paladino della Coppa America di vela che inguaierà il mare partenopeo come mai prima, ha diramato un’ordinanza di divieto di consumo di frutti di mare crudi. Risultato? Crisi del settore ittico, calo drastico delle vendite di pesce, paranoia igienico-sanitaria. Pescivendoli adirati, talvolta con stile:

Buonasera amici e clienti. Ricordavo per Giovedì santo chi vuole fare la zuppa di cozze si può fare tranquillamente senza nessun problema sapete che la settimana scorsa per la male informazione abbiamo buttato un sacco di frutti di mare e soldi se siete interessati alla vostra disposizione solo su prenotazione perché è un periodo un po’ particolare e spero che va tutto bene GRAZIE E VI VOGLIAMO BENE. (un pescivendolo napoletano ai suoi clienti, via whatsapp)

(credits in nota 2)

Una delle migliori zuppe di cozze della mia vita l’ho mangiata a casa a Bagnoli: ai fornelli g., tempi di pandemia, anno più anno meno. Cozze bacolesi o da Nisida, bottiglina di Campari d’ordinanza (per i non napoletani, questa la spiegheremo un’altra volta), vino bianco e tavola imbandita a festa. La domanda è, però, un’altra: epatite a parte, cosa succederà alle cozze flegree dopo i dragaggi del fondale di Bagnoli, che diffonderanno i sedimenti dell’acciaieria in lungo e in largo? La bandiera gialla è pronta a tornare.

a cura di -ma e riccardo rosa

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¹ Ana María Orozco in: Yo soy Betty, la fea, di Fernando Gaitan (1999)

² Mario Adorf, Ralph Wolter, Senta Berger, Harry Guardino, Totò, Nino Manfredi in: Operazione San Gennaro, di Dino Risi (1966)

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