Gli anni della ricostruzione

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Gli anni della ricostruzione
(disegno di martina di gennaro)

Bellissima vittoria referendaria. Euforia post-depressione. La discesa in campo della generazione Gaza. La politicizzazione del malessere sociale. La riattivazione delle classi popolari. La stupenda mobilitazione No Kings. Tanta roba, certo, ma la domanda adesso è: di tutto questo, che ne facciamo?  Dall’autunno antisionista alla primavera anti-Meloni il clima nel paese è cambiato, su questo non c’è dubbio. Ma senza la grondaia che raccolga la pioggia, senza un impianto che la canalizzi e senza un invaso che la trattenga, l’acqua evapora e si perde.

È chiaro che adesso il “caso italiano” si sta collocando più nella dimensione politica che in quella sociale. Cioè, non si può più parlare di un presunto ritardo della società rispetto alle urgenze del presente, ma al contrario c’è una movimentazione sociale ricca e plurale che si scontra con una inadeguatezza evidente dell’offerta politica.

Perché il “ciclo di marzo”, così come quello d’autunno, manifesta un divario enorme tra la potenza sociale che evocano piazze e urne referendarie, e le pallide figurine progressiste che salgono su palchi improvvisati fingendo di rappresentare quelle realtà. È evidente che il cosiddetto centrosinistra – che ogni giorno manifesta una crepa o un imbarazzo nuovo, su questo o quel tema – non riuscirà mai a rappresentare quei quattordici milioni di italiani che hanno scelto il referendum per dare un calcio a Meloni. E questo vale persino per quelli che li votano, che ormai lo fanno obtorto collo e senza alcuna aspettativa realistica.

Manca la politica, dunque. Manca la visione complessiva, manca la proiezione del movimento sociale sul terreno politico generale, manca un dispositivo che sappia condensare i forti elementi di critica anti-liberista e anti-bellicista che sono già presenti nell’immaginario diffuso del “popolo della sinistra”, evitandone la dispersione o il velleitarismo.

Ricette in tasca non ne ha nessuno, sia chiaro. Gli sforzi di tutti sono ben accetti e utili, per quanto parziali. Ma l’impressione è che senza un protagonismo dei territori – in termini di radicamento reale e di consistenza organizzativa – operazioni di altro segno, calate dall’alto, sono destinate a dimostrarsi effimere o velleitarie. La politica anticapitalistica è fatta di corpi, non di eventi. Corpi che si riconoscono e si organizzano. Soggettività che sono in grado di esprimere egemonia “in casa loro”, nelle arene di prossimità in cui vivono le forme della convivenza e della loro riproduzione sociale.

Mentre i grandi eventi nazionali sono i segnalatori del clima sociale, i territori costituiscono il retroterra, la miniera, il serbatoio di queste energie. Grandi sfilate romane ne abbiamo prodotte a iosa, in questi anni, anche nei momenti peggiori: ma è la trama del  quotidiano, quella che intercorre tra un evento e l’altro, a fare la differenza nella competizione contro le destre. Cosa rappresentiamo sui territori? Come e quanto interagiamo con i punti di crisi – povertà urbana, aziende in crisi, caro affitti e caro-vita, militarizzazione delle forme sociali – che costellano il nostro vissuto, i nostri quartieri?  E sul tema guerra/riarmo/genocidio, le nostre batterie sono sempre cariche, o inseguiamo freneticamente scadenze e suggestioni? E questa attività sul territorio sociale, di che strumentazione organizzativa si dota? Non è un dettaglio o una fregola “organizzativistica”.  È una rappresentazione adeguata quella di una pletora di collettivi e gruppetti, magari in concorrenza tra loro, senza una lettura unitaria delle cose, senza una sigla che si ponga come riferimento per la società civile del territorio, senza un minimo di strutturazione che identifichi questa soggettività e la renda attrattiva per le persone in libera uscita da vecchie appartenenze?

Riusciamo ad aprire una fase costituente in cui la rappresentanza sociale sui territori riesce a darsi forme, visibilità, una continuità di presenza e iniziativa, al di là dei comitati di scopo? Non abbiamo bisogno di sfornare altri partitini iper-rivoluzionari (quelli che ci sono bastano, avanzano e speriamo non facciano troppi danni). Abbiamo piuttosto bisogno di veri organismi popolari di massa. Che pesino, che facciano ombra alle istituzioni e le pieghino a una qualche forma di nuova decretazione dal basso. Che siano di per sé deterrenti di fronte a qualsiasi tentazione repressiva. Questo chiede la fase.

E delle marionette del centrosinistra che ne facciamo? Niente. Lasciamole a interpretare la loro parte. Non pretendiamo di spaccare né lasciamoci dividere da politicismi di serie B. Dalle forze politiche attuali non c’è niente di buono da aspettarsi e un governo alternativo alle destre “purché sia” sarebbe la peggiore iattura. Siamo in una fase eroica, storica, in cui bisogna ricostruire su macerie epocali lasciate dalle democrazie liberali. Useremo per ricostruire anche i materiali di risulta che restano sul terreno, come l’uomo ha sempre fatto per millenni. Cerchiamo di unire i dispersi e i confusi, senza appiccicare loro etichette. Offriamo argomenti e forza agli scettici. Non diamo aut aut velleitari a persone che vogliono solo essere ascoltate e organizzate, non catechizzate. Oggi, contro la società di guerra, è necessario il fronte popolare largo. Dandosi, certo, qualche linea rossa da non oltrepassare. Per esempio: non si parla con chi in parlamento si astiene in merito al ddl Romeo sull’antisemitismo. (giovanni iozzoli)

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