
La Rete degli Istituti tecnici in mobilitazione di Torino e provincia ha indetto per oggi, lunedì 20 aprile (ore 14:30), un presidio presso l’Ufficio Scolastico Regionale a Torino, in corso Vittorio Emanuele. La rete intende contestare la riforma dell’istruzione tecnica prevista dal governo. Qui è possibile leggere l’appello e firmare per sostenere la causa. Per definire i contenuti della riforma e fornirne un inquadramento critico, pubblichiamo una riflessione che l’Assemblea scuola Torino ha scritto per noi.
* * *
Trattare di scuola nello spazio pubblico genera sempre alcuni equivoci. Esiste uno scarto significativo tra la scuola per come appare agli occhi dell’opinione generale e la scuola per come è vissuta da coloro che la abitano ogni giorno. Non è mai facile colmare questa divaricazione e lo è ancora meno a proposito di un tema che, nelle ultime settimane, ha attirato una certa attenzione mediatica, vale a dire la cosiddetta “riforma degli istituti tecnici”.
A offuscare la comprensione concorrono due fattori: da un lato il linguaggio di settore, ormai avvolto da un’aura esoterica; dall’altro la legislazione scolastica, una stratificazione caotica e antinomica. È un ginepraio dove la norma primaria affoga nelle eccezioni di circolari che la ridefiniscono in corso d’opera. Ma questa riforma non è una semplice questione “tecnica”, quanto piuttosto la tessera di un più ampio mosaico. Osservarne il disegno complessivo – le cui forme, seppur incompiute, sono già riconoscibili – ci rivela una precisa idea di scuola.
Ciò che sta accadendo nel segmento dell’istruzione tecnica italiana, con la sperimentazione dei quadriennali elevata a rango ordinamentale, dopo un rodaggio brevissimo, e con la contestuale riscrittura dei quadri orari e delle metodologie didattiche per i percorsi quinquennali, rappresenta infatti l’applicazione più spietata della teoria economica del capitale umano. È bene chiarire che si tratta di una visione del mondo totalmente schiacciata sulla prospettiva utilitaristica, che vede ogni attività umana attraverso la griglia dei costi-benefici, dell’investimento e della profittabilità futura. Per questo, anche se al momento sui mezzi di informazione risuonano più che altro le comprensibili preoccupazioni sindacali per il taglio delle cattedre o la stigmatizzazione di un riordino imposto a iscrizioni ormai concluse e senza linee guida per le discipline, dovremmo allarmarci in una prospettiva più ampia.
L’ipotesi concreta è che siamo di fronte alle battute finali di un lungo processo di mutamento antropologico del “fare scuola”: ne parla un bel libro di Fabrizio Capoccetti dal titolo Scuola e insegnanti nella società neoliberale (Meltemi, 2026). Se facciamo lo sforzo di leggere tra le righe delle incrostazioni normative, ci accorgiamo che, sotto la cappa ideologica di parole seduttive che ci vengono imposte come “innovazione”, “modernità”, “apertura al territorio”, “personalizzazione degli apprendimenti”, l’istruzione cessa di essere il luogo della crescita umana – in quel senso generale ben restituito dal vocabolo tedesco Bildung – per ridursi ad addestramento funzionale alle mutevoli esigenze del sistema produttivo. L’istruzione diventa, nella logica della governamentalità neoliberale, un costo-opportunità che va calibrato, ottimizzato, se possibile abbreviato alla minima durata indispensabile, ridotto di tutto ciò che non è utile in ottica economicistica. Reso immediatamente remunerativo per il mercato del lavoro.
Non si tratta di una deriva attribuibile solo all’attuale governo di estrema destra: le linee generali della riforma in corso risalgono al governo Draghi e il modello a cui esse si ispirano è da cercarsi in riforme che hanno le radici negli anni Novanta. Non è nemmeno una tendenza esclusivamente italiana. Siamo piuttosto di fronte all’applicazione locale di una strategia europea che da decenni spinge per una maggiore integrazione tra istruzione e logica di mercato. Lo ha documentato con precisione lo studioso belga Nico Hirtt, acuto critico delle politiche scolastiche europee e autore dell’Appello per una scuola democratica; e lo diceva già Christian Laval nel 2011 quando parlava di “una nuova scuola capitalista”: le trasformazioni subite dai sistemi scolastici in tutta l’area UE altro non sono state che l’inveramento delle richieste avanzate, sin dalla fine degli anni Ottanta, dalla Tavola Rotonda degli Industriali Europei, quando questo board dei colossi dell’impresa reclamava esplicitamente che il mondo dell’industria avesse maggiore influenza sui programmi scolastici e lamentava con malcelato fastidio che gli insegnanti avessero “una comprensione insufficiente dell’ambiente economico e della nozione di profitto”¹.
Quanto prevede la riforma degli istituti tecnici è la realizzazione di quel disegno, ora sistematizzato in altre iniziative come la recente Union of Skills, programma europeo che subordina in modo esplicito l’istruzione alla razionalità economica orientata alla competitività. Il cuore tecnico della riforma, mascherato da ammiccanti parole d’ordine come “flessibilità” e “autonomia”, opera una sforbiciata al monte ore complessivo e, soprattutto, una decurtazione mirata delle discipline umanistiche e scientifiche di base, quelle stesse discipline che forniscono alle studentesse e agli studenti le chiavi linguistiche e logiche per non essere semplici esecutori di processi ma cittadine e cittadini in grado di sottoporre a severa critica lo stato di cose vigente.
È qui che la teoria del capitale umano mostra il suo volto più brutale: dopotutto, se l’obiettivo è formare “lavoratori tecnici”, intesi come ingranaggi perfettamente lubrificati per le imprese, a che serve insistere (leggasi: investire risorse economiche) per insegnare discipline come la letteratura e le lingue o dedicarsi ai fondamenti epistemologici delle scienze? È il trionfo di una logica strumentale che ci precipita in un mondo alienante dove contano solo risultati misurabili e quantificabili in termini economici, a scapito di patrimoni immateriali come il libero pensiero, l’immaginazione e soprattutto la non “produttiva” vita democratica: un pericolo da cui Hannah Arendt ci metteva in guardia già nel 1958, quando scriveva Vita Activa.
E così si spiega anche un altro pilastro della riforma degli istituti tecnici: l’imposizione ai docenti della “didattica per competenze” come metodologia esclusiva. La filosofa francese Angélique del Rey, nel suo fondamentale studio Alla scuola delle competenze (uscito in Francia quasi quindici anni fa, ma tradotto in italiano solo nel 2026), ha ricostruito con precisione la genealogia di questo approccio. La sua analisi dimostra in modo inconfutabile come la didattica per competenze rappresenti la colonizzazione del discorso educativo da parte delle teorie del management. Questo approccio è una mistificazione pedagogica funzionale a formare lavoratori flessibili e adattabili, pronti a essere riciclati secondo le esigenze di un capitalismo in perenne crisi e bisognoso di reinventarsi continuamente. Ecco che, con un pacchetto di competenze tecniche immediatamente dimostrabili e certificabili, validate possibilmente da quegli “esperti del mondo imprenditoriale” che la riforma vorrebbe far accomodare in cattedra, l’aula si trasformerà definitivamente in una sezione distaccata di un’agenzia interinale.
Per dirlo in modo più semplice, non si tratterà nemmeno di ridursi a insegnare come eseguire specifiche mansioni, ma di addestrare a essere flessibili, adattabili e sempre pronti ad aggiornarsi o a riorientarsi professionalmente quando il sistema produttivo lo richiederà: bisognerà, insomma, insegnare a essere “resilienti”. L’abbassamento a quindici anni dell’età per l’attivazione dei progetti di Formazione Scuola-Lavoro sancisce, in questa ottica, non tanto (o non soltanto) la trasformazione dello studente minorenne in manodopera a costo zero, quanto piuttosto la privazione del sacrosanto diritto a un tempo di vita non ancora monetizzato. È quel tempo della maturazione critica in cui si impara a distinguere un’opinione da un dato, prima di essere scaraventati nell’insicurezza e nell’aridità del mondo produttivo (o di ciò che ne rimarrà).
Quella che ci aspetta è l’esatto opposto di una scuola che si prende cura del futuro del giovane. È un meccanismo che, attraverso la retorica del “talento” e della “vocazione” individuale, alimenta logiche estrattive nei confronti dei corpi e delle menti degli adolescenti, per rispondere a quelle contingenze economiche di corto respiro che vanno sotto il nome di “mismatch tra domanda e offerta di lavoro”.
Alla destrutturazione dei saperi e alla riprogettazione antropologica dello stare al mondo la riforma degli istituti tecnici somma la demolizione delle fondamenta del sistema scolastico nazionale, frantumando il principio di comparabilità del titolo di studio. L’ampia autonomia concessa ai singoli istituti nella modulazione dei curricoli, giustificata ancora una volta dalla necessità di aderire alle “vocazioni produttive del territorio”, comporterà infatti un’offerta formativa à la carte, un caleidoscopio di percorsi disomogenei in cui il valore legale del diploma tecnico rischia di diventare un guscio vuoto, variabile a seconda del quartiere, della città o della regione in cui lo si consegue. È l’autonomia differenziata che si presenta sotto mutate spoglie: abolendo di fatto il biennio comune tra gli istituti, la riforma condanna le studentesse e gli studenti a una scelta precoce e irreversibile del proprio percorso di studi già alla fine della scuola media, incanalando dei quattordicenni su binari professionali rigidi. In questo modo, la riforma non solo impoverisce l’istruzione pubblica, ma consolida una pericolosa “scuola di classe”: chi sceglierà il tecnico, per condizione sociale o per orientamento precoce, verrà di fatto espulso dalle possibilità di emancipazione attraverso la prosecuzione accademica del proprio percorso di studi, confinato in un perimetro di pseudo-specializzazione subalterna dettata dalle imprese.
Insomma, quella che i fautori della riforma presentano come una necessaria modernizzazione per allineare la scuola ai bisogni del mercato del lavoro non è altro che una resa incondizionata del sistema d’istruzione alla ragione economica neoliberale, dove l’unica misura del valore educativo è l’utilità marginale del lavoratore appena formato.
La posta in gioco non è quindi solo sindacale o didattica, ma squisitamente politica. Fermare questa deriva, come chiedono le mobilitazioni che si stanno diffondendo in tante province italiane, non significa certo difendere la scuola del passato o la scuola così com’è, in una sterile autoreferenzialità, ma difendere in primo luogo la possibilità stessa di conservare ancora un orizzonte democratico, che permetta alle ragazze e ai ragazzi di domani di pensare un futuro diverso dal mondo unidimensionale che viene loro imposto. (assemblea scuola torino)
_________________________________
¹ ERT, Education et compétence en Europe, in: Etude de la Table Ronde Européenne sur l’Education et la Formation en Europe, Bruxelles, 1989.

