Apple è l’unica a non investire miliardi e miliardi nell’AI

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Apple è l’unica a non investire miliardi e miliardi nell’AI

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Le uscite di un’azienda si possono distinguere in due categorie: i costi operativi (Opex), legati al suo funzionamento quotidiano (come affitti, stipendi e utenze); e le spese in conto capitale (Capex), ossia gli investimenti a lungo termine, come l’acquisto di immobili o macchinari, il cui costo viene ammortizzato nel corso del tempo.

Negli ultimi anni le aziende del settore tecnologico hanno aumentato drasticamente proprio le spese in conto capitale, soprattutto per sviluppare tecnologie di intelligenza artificiale (AI) e costruire nuovi data center, i centri di elaborazione di dati necessari al loro funzionamento. Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta, da sole, hanno previsto per l’anno in corso spese in conto capitale per un totale di circa 700 miliardi di dollari. Tuttavia, da questo aumento degli investimenti è del tutto assente Apple, la cui spesa in conto capitale, nell’ultimo anno, è addirittura diminuita del 36 per cento.

Da tempo, infatti, Apple si distingue come l’unica grande azienda tecnologica a non aver puntato sulle AI, limitando sia gli investimenti per le infrastrutture sia quelli per lo sviluppo di modelli linguistici. Anche quando, nel 2024, l’azienda ha presentato Apple Intelligence, la suite di prodotti basati sull’AI che finora ha dato risultati deludenti, si appoggiò in parte ai modelli di OpenAI. Lo scorso gennaio Apple ha annunciato un nuovo accordo, questa volta con Google, per l’utilizzo del suo modello linguistico Gemini, che verrà usato per migliorare Siri e gli altri servizi dell’azienda.

Apple può permettersi questa scelta anche perché il suo modello di business si basa soprattutto sulla vendita di hardware – tra tutti, iPhone e Mac – dai quali gli utenti possono accedere ai servizi AI che preferiscono. Si può quindi dire che Apple non sente davvero il bisogno di investire in questa tecnologia, e lascia che siano le altre aziende a farlo, anche per conto suo.

La strategia sembra dare risultati, almeno finora. La scorsa settimana Apple ha presentato i risultati dell’ultimo trimestre, nel corso del quale ha registrato un aumento su base annua del 17 per cento delle vendite nette, anche grazie al successo di novità come il MacBook Neo. Secondo l’azienda, i risultati sarebbero potuti essere ancora migliori se non fosse stato per alcuni problemi globali legati alle catene di approvvigionamento. «La domanda è stata altissima», ha detto Tim Cook, amministratore delegato uscente, a cui a settembre succederà John Ternus.

Negli stessi giorni Apple ha annunciato un nuovo piano di riacquisto delle proprie azioni da 100 miliardi di dollari, una pratica che porta avanti da più di dieci anni, ed è detta “buyback”. Il buyback riduce il numero di azioni dell’azienda in circolazione, aumentando il valore della quota di ciascun azionista e il rendimento sui dividendi futuri. Si tratta di un’altra scelta in contrasto con il resto del settore: invece di investire in data center, Apple preferisce premiare i suoi azionisti, dimostrando fiducia nel suo modello di business.

La strategia di Apple le permette anche di tutelarsi da eventuali ripercussioni delle grandi speculazioni e investimenti sulle AI, che secondo alcuni stanno causando una bolla finanziaria. Oltre alla spesa iniziale per la costruzione di data center, infatti, aziende come Microsoft, Meta e Amazon devono assumere personale qualificato e acquistare migliaia di GPU, le unità di elaborazione grafica prodotte soprattutto da Nvidia, fondamentali per sviluppare questi sistemi. Tuttavia, a differenza di altri investimenti in conto capitale, che si ripagano nel corso degli anni, le GPU possono perdere metà del loro valore in appena diciotto mesi, rendendo questi investimenti poco sostenibili nel lungo termine.

Nonostante questi risultati, c’è chi ritiene che Apple stia comunque sbagliando strategia e finirà per pagare le conseguenze di non aver aumentato le spese per acquisire data center o sviluppare modelli proprietari. Secondo alcuni analisti, infatti, le AI rappresentano un cambiamento di paradigma simile a quello degli smartphone, che a suo tempo cambiarono le abitudini e generarono nuovi mercati. In quel caso, aziende come Nokia e Motorola, storicamente leader nel campo della telefonia, non riuscirono ad adattarsi e finirono per essere spazzate via – proprio da iPhone.

C’è chi teme che ora le AI possano fare lo stesso con gli smartphone, introducendo nuovi modi per interagire con i computer ai quali Apple potrebbe essere impreparata. Anche per questo, secondo alcuni report, l’azienda starebbe lavorando a dispositivi alternativi, come ciondoli e occhiali smart, pensati per essere usati con le AI. Non sarà l’unica a farlo, però: anche OpenAI è al lavoro con Jony Ive, storico ex designer di Apple, su dispositivi simili, mentre Meta ha già trovato un pubblico con i suoi occhiali smart realizzati in collaborazione con la multinazionale franco-italiana dell’occhialeria EssilorLuxottica.

È ancora presto per capire come Apple cambierà sotto la guida di Ternus. Secondo quanto rivelato da Bloomberg, è lecito attendersi cambiamenti soprattutto nelle politiche di buyback e negli investimenti sull’AI, che potrebbero aumentare. Già durante l’ultimo trimestre, l’azienda ha registrato una crescita delle spese in ricerca e sviluppo (aumentate da 8,5 a 11,4 miliardi di dollari in un anno), imputabile proprio ai maggiori investimenti sulle AI (anche se non è stato precisato di che tipo).

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