
Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni. Sempre il solito mio discorso: Barcellona città morta (come nel documentario omonimo), promessa al diavolo dall’alto della montagna del Tibidabo, che significa proprio “te la darò”. Lo ripeto stancamente al malcapitato mentre entriamo in plaça de les Glòries Catalanes, porta dell’antico quartiere industriale di Poblenou, oggi trasformato nel “distretto della tecnologia e dell’innovazione” grazie al cambio di destinazione d’uso di duecento ettari di città nei primi anni Duemila. La brutalità della spianata di cemento, le nuove architetture da rivista patinata del museo del design, la copertura scintillante del nuovo mercato sono stemperate da un nuovo parco, meraviglioso e accessibile, dalle aiuole rigogliose, dai bambù e dai cactus che sorgono dalla torba che interrompe la pavimentazione di pietra.
Cerco di descrivergli cosa ci fosse prima, come se i relitti industriali fossero le vere glorie catalane del nome della piazza – un nome sarcastico, giacché la storia della Catalogna è soprattutto una storia di sconfitte: dal 1714 al 1939, fino al 2017. Ma il mio ricordo è avvolto nella nebbia. Alzo gli occhi all’enorme Torre Glòries di Jean Nouvel, il grattacielo più alto di Barcellona, la cui forma fallica si erge imponente contro il cielo, inaugurando la fila di palazzoni di vetro che costeggia la Diagonal fino al mare. L’ho vista crescere, prima si chiamava Torre Agbar: ricordo i peruviani che giocavano a pallavolo intorno al suo cantiere, i gitani che occupavano le fabbriche vicino, gli okupas che manifestavano contro il progresso e contro il consenso fabbricatovi intorno. La piazza era un enorme ovale sopraelevato in cui confluivano le tre grandi arterie metropolitane, sotto il quale brulicava un grande mercato delle pulci. Mentre la torre si alzava, piano dopo piano, calava l’ombra sulle antiche fabbriche di mattoni rossi, sulle casette imbiancate demolite a mucchi. Le scritte sui muri profetizzavano una catastrofe, il crollo di quei grandi oggetti singolari: “Torres más altas hemos visto caer” (“Abbiamo visto cadere torri più alte” – eravamo poco dopo l’11 settembre), o: “Un día la gran polla de la Torre Agbar caerá en el coño de la plaça Glòries”. Oggi che la sopraelevata è stata sotterrata, l’analogia femminile non regge più. Quella maschile è più erta che mai.
Il progetto del distretto dell’innovazione aveva avuto sempre andamenti altalenanti. Le imprese tech trovavano Barcellona più adatta a congressi sporadici per pippare cocaina nelle discoteche del litorale che ad aprirvi una sede. Quando arrivò la “sindaca ribelle” Colau, l’intero progetto di trasformazione urbana rimase in piedi, ma cambiò il discorso: alla retorica progressista dell’innovazione si sommò quella della “sostenibilità”, e la gentrificazione divenne “green gentrification”, molto più insidiosa. Nel 2018 Facebook annunciò che avrebbe affittato dieci piani della Torre Glòries per farne un bastione della lotta alla disinformazione e alle fake news, in realtà un centro di moderazione di contenuti. Colau annunciò l’accordo come prova del successo nell’attrarre le imprese tecnologiche anche sotto la sua amministrazione, anche perché le loro tasse avrebbero permesso di investire nello spazio pubblico. Ma era la seconda giunta dei “Comuns”, quando il potenziale trasformativo degli anni degli indignados era sfumato. L’amministrazione si fece imbrogliare dalla promessa di un milione di euro della Coppa America, spendendone quattro e mezzo per preparare il porto; anche il greenwashing di progetti speculativi – come i mille appartamenti di lusso a Bon Pastor, presentati come un ecodistretto contro l’emergenza climatica – riusciva sempre meno bene.
Oggi intorno alla Torre non ci sono più né gli okupas che protestano, né i gitani nelle fabbriche – e io non ho visto neanche i peruviani che giocavano a pallavolo. I prezzi delle case sono impazziti, le case in affitto sono più introvabili che a New York, e per strada si sente più inglese che catalano. C’è un parco dedicato all’attivista indigena Berta Cáceres, ma lo frequentano soprattutto tech boys e nomadi digitali nordeuropei che fanno jogging. Gli indios de Barcelona, catalani e non, sono emigrati nell’entroterra, nonostante lo stato preoccupante dei trasporti. L’oscurità calata su quel deserto chiamato distretto tecnologico però non è solo la sostituzione della popolazione operaia con gli expat dalla pelle più chiara. C’è qualcosa di più cupo, dentro i nuovi grattacieli di Poblenou. Già qualche anno dopo l’apertura del centro moderazione di Meta sui giornali si iniziò a parlare del malessere dei seicento dipendenti, che però avevano firmato accordi aggressivi di “non disclosure” con l’azienda subcontrattata (Barcelona Digital Services, poi Telus Digital). Nel 2023 una web aveva lanciato l’allarme sullo stress post-traumatico nella Torre, chiamandolo addirittura “Sindrome Torre Glòries”. Per chi ci lavorava, quel luogo era Mordor: la reggia tetra di un oscuro sire chiamato Mark Zuckerberg. Un anello per ghermirli e nel buio incatenarli.
Questa primavera, dopo la chiusura dell’azienda e il licenziamento di tutti i lavoratori, uno di loro ha violato il patto del silenzio con Meta, rivelando l’oscurità dell’abisso tecnologico. In una fanzine gratuita pubblicata da un collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano –, l’ex moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor. Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni “gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha invaso la città post-industriale.
Perché gli operai e le operaie che “puliscono quotidianamente la merda secondo i capricci del signorino Mark” avevano corpi e vite, fuori dalla Torre. I video visionati tornavano nei loro sogni, o durante le conversazioni con le amiche, o al bar, come crisi di pianto, o dolori inspiegabili che non riuscivano neanche a ricondurre allo stress post-traumatico. L’azienda minimizzava: “Immaginate di star vedendo un film dell’orrore”, consigliava il dipartimento di wellness, fomentando lo scollamento tra realtà e rappresentazione che regge l’intero impero digitale. Quando Horacio e i suoi colleghi protestarono perché un video di violenze pedofile indicibili continuava a tornare online nonostante le loro segnalazioni, i dirigenti li rimproverano: “Fate troppo rumore!”. Un impiegato traumatizzato a un certo punto prende a capocciate l’ascensore, mentre aspetta lo sblocco del sistema digitale; viene subito licenziato per “poco autocontrollo”. Horacio dice che il problema “era proprio il contrario: ci stavamo controllando troppo”.
La fanzine riporta estratti delle interviste a molti dipendenti per ricostruire l’orrore che Meta aveva infilato nelle loro vite. Un lavoratore colombiano si era suicidato, distrutto dalle immagini che aveva dovuto visionare. Quasi nessuno riusciva a parlare del suo lavoro. Molti avevano rotto con i partner. Uno si ubriacava dalla fine del turno fino all’inizio del turno successivo. Una donna rifiutava il contatto con il figlio piccolo, allo stesso tempo era terrorizzata per lui. La sequenza di stupri, pedofilia e violenze impresse nelle loro menti, la coscienza del fatto che non erano un film, non poteva lasciare indifferenti dei corpi umani. E poi c’erano i manuali su cosa tecnicamente andava considerato un cadavere; i protocolli per fare eccezione ai contenuti nazisti se provenivano dall’Ucraina; la sensazione che tutto quell’orrore non venisse mai realmente cancellato, solo tolto dalla circolazione e immagazzinato altrove, per essere poi usato chissà come. Gli stessi dati delle lavoratrici e dei lavoratori, i loro registri, commenti, scambi di opinioni sul lavoro, sono sicuramente custoditi da qualche parte, anche dopo la chiusura, pronti ad essere utilizzati per estrarne nuovi profitti. “In internet tutto è eterno”, scrive Horacio. Solo qualche settimana dopo la fanzine è uscita la notizia che Meta usa i dati dei lavoratori per addestrare l’AI che li licenzierà.
All’improvviso, lo scorso aprile, l’impresa ha chiuso. Era il giorno in cui Trump annunciò i dazi a mezzo pianeta, il cosiddetto Liberation day. I lavoratori hanno avuto pochi minuti per riprendere le loro cose dagli armadietti, alcuni non sono neanche riusciti a farlo. Già da qualche mese erano in cassa integrazione per presunti “problemi finanziari” dell’azienda (problemi finanziari, Facebook?). Lo stato spagnolo aveva dovuto pagare prima un expediente temporal de regulación de empresa – una misura pensata per il Covid-19, ma molti anni dopo la pandemia; e poi un expediente definitivo, tutti soldi dei contribuenti per coprire i presunti problemi finanziari di Zuckerberg. Nessuno credeva che il governo socialista avrebbe accettato; e invece ha accettato. Poi il sistema sanitario pubblico catalano ha dovuto curare, o almeno provare a curare, le centinaia di persone lasciate da sole con i loro incubi. Fortunatamente quattrocento ex dipendenti hanno intentato una causa all’azienda per danni psicologici: “Ride bene chi ride ultimo” è la frase che conclude la fanzine.
La questione non è certo idealizzare il passato industriale. Le fabbriche di Poblenou erano già chiuse a fine anni Novanta, alcune occupate da punk o gitani, altre diventate locali notturni mitologici come il Razzmatazz. Ma per tante persone il quartiere era uno spazio familiare, o un luogo di lavoro, ancora nei primi anni Duemila. C’erano vicoli pieni di case dove ora ci sono le sedi delle mega-multinazionali informatiche. Nei laboratori industriali di Can Ricart, dove ora c’è il Parc Central di Jean Nouvel, c’erano tornitori che producevano componenti metalliche per la Seat; altri che avevano lavorato alle macrostrutture delle Olimpiadi del 1992; c’era anche un grande laboratorio di candele artigianali con quaranta dipendenti, che chiuse per sempre con la riqualificazione tecnologica. Il comune le considerava “imprese rumorose e inquinanti”, e ne promosse la chiusura o la delocalizzazione. Le aziende di oggi sono sicuramente più silenziose, ma infinitamente più inquinanti. Oltre a Meta e ai suoi abissi di perversione, a Poblenou c’è la sede di Indra, una delle imprese militari più importanti della Spagna; ci sono Unmanned Life e Dronelab, che producono droni; non è lontano anche Airbus Intelligence, partner di guerra di Israele e di Palantir. Siamo molto oltre la gentrificazione. Per quanto siano belli i parchi e le piazze, per quanto gli architetti apprezzino i nuovi edifici, la città è stata consegnata a un’ombra, i cui danni non sono neanche più esternalizzati altrove. (stefano portelli)

