Isernia e le aree interne. Quel confine sottile tra gestione del declino e abbandono

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Isernia e le aree interne. Quel confine sottile tra gestione del declino e abbandono
(disegno di ginevra naviglio)

Mi trovo su un pullman mezzo vuoto, partito con qualche minuto di ritardo dal Metropark di Napoli, direzione Isernia. Sto tornando per trascorrere il ponte del primo maggio con la mia famiglia e i vecchi amici del liceo e, come me, anche gli altri ragazzi sul pullman, a giudicare dalla mole delle valigie che si trascinano dietro. Siamo arrivati a Venafro, l’ultima fermata che mi separa da casa. Come sempre, mando un messaggio sul gruppo di famiglia per avvisare che a breve arriverò in stazione. Durante l’ultima mezz’ora, osservo gli alberi e le montagne che sembrano ripetersi. Ci stiamo avvicinando a Isernia, precisamente al suo lato meridionale.

Una volta in città, ad accoglierci è un edificio con le mura di un color salmone un po’ sbiadito, ovvero l’ospedale Veneziale di Isernia. Sul marciapiede antistante, c’è una tenda da campeggio azzurra, che da oltre cento giorni è diventata il simbolo delle gravi carenze della sanità molisana. Di fianco, uno striscione in caratteri cubitali rossi: “Quanto vale qui una vita?”. A montarli è stato Piero Castrataro, sindaco d’Isernia e indipendente di centro-sinistra, che dorme lì da ormai più di tre mesi. Dietro a tale gesto c’è la volontà di riportare l’attenzione sulle condizioni in cui versa l’ospedale del capoluogo pentro e cercare di trovare delle soluzioni pratiche. La situazione a Isernia è problematica da diversi anni, ma le criticità si estendono a tutta la regione. In Molise, infatti, la sanità è commissariata da diciassette anni e, in questo tempo, si sono accumulati oltre cinquecento milioni di debiti, portando così la regione in un regime di piano di rientro. In particolare, l’ospedale Veneziale, l’unico del territorio, negli ultimi anni ha visto un drastico calo del personale: al pronto soccorso lavorano quattro medici sui tredici previsti, mentre in radiologia sono tre su dodici.  

Sebbene molti problemi fossero già noti, per il sindaco il punto di rottura è arrivato lo scorso dicembre, dopo aver letto le dichiarazioni di uno dei subcommissari, secondo il quale andrebbe disattivato il punto nascita di Isernia e mantenuto quello di Termoli, che avrebbe migliori prospettive di crescita demografica. Uno dei problemi principali, infatti, è strettamente numerico: secondo il decreto ministeriale 70 ci sono dei parametri che andrebbero rispettati per mantenere funzionanti le strutture ospedaliere, ma Isernia, che è sottoposta a un massiccio spopolamento, non è in grado di soddisfarli. L’epilogo di questa vicenda è arrivato proprio negli ultimi giorni: il punto nascita del Veneziale chiude i battenti. Non si nascerà più a Isernia, ma si dovrà necessariamente arrivare a Campobasso.

In stazione trovo mia madre ad attendermi. Il breve tragitto in auto è tutto un aggiornarsi di cose successe nelle settimane trascorse dalla mia ultima visita. Arriviamo a casa, una villetta trifamiliare tinteggiata di un arancione vivace, circondata da diverse file di ulivi, che si trova a metà strada tra Isernia e Miranda, il paesino in cui sono cresciuta. Visto da casa mia, Miranda sembra una macchietta colorata in mezzo alle montagne che, di questi giorni, sono di un verde brillantissimo. Che quel verde fosse così vitale per me l’ho realizzato solo quando mi sono trasferita a Napoli, dove, tra i palazzi del centro storico, è quasi inesistente.

Passano un paio d’ore, salgo in auto e inizio a guidare in direzione Miranda. La strada per arrivare in paese è un susseguirsi di tornanti e curve strettissime, sulle quali a volte capita di incontrare qualche animale selvatico. È maggio, ma a Miranda fa ancora freddo, e l’aria odora di fumo di camino. Sono venuta a trovare mia nonna, che abita nel centro storico di questo paese, ormai ridotto a un insieme di case per la maggior parte vuote. La sua, di quelle proprio a forma di “casa”, come le disegnano i bambini, grande e gialla, di pietra, col tetto a due spioventi e le tegole color terracotta, è una delle uniche ancora abitate in questa strada.

Arrivata la sera, mi ritrovo al bar con gli amici, come sempre. O meglio, come quelle tre o quattro volte l’anno che, tornati dalle nostre rispettive città, ci riuniamo. A Miranda ci sono due bar, ai due estremi della piccola piazza principale, che a causa della loro posizione vengono chiamati il “bar di sopra” e il “bar di sotto”. Stasera siamo tutti al bar di sopra. In un angolo, affissa su una bacheca, c’è la civetta di un giornale locale che riferisce: “A Isernia non si nascerà più”.

Ne parlo con Simone, che ha ventinove anni e da cinque si occupa di ricerca e consulenza. Dopo triennale e magistrale in economia e management, ha fatto il dottorato e ora sta portando avanti le sue ricerche con una borsa di studio all’Università D’Annunzio di Pescara. «È la questione più importante, da cui dipende il futuro di questo posto. Perdiamo 30 mila persone ogni dieci anni e nel momento in cui si riduce il gettito fiscale ci sono meno soldi a disposizione per le misure pubbliche. La situazione dell’ospedale è solo un anticipo di quel che accadrà in questi territori, ovvero il totale smantellamento della sanità pubblica e in generale dei servizi pubblici. C’è poi la connivenza con i poteri poco trasparenti e più o meno leciti della sanità privata, che con le cliniche convenzionate sta facendo concorrenza al pubblico».

La conversazione si allarga dall’ospedale alla questione delle aree interne. Simone, che su questo ci ha fatto pure un master e lavora con varie associazioni in paese, si ritiene un vero e proprio attivista della causa. «La Strategia Nazionale delle Aree Interne individua gli enti locali e li definisce secondo la distanza dai centri dell’offerta di servizi, individuando tre elementi fondamentali: sanità, trasporti e istruzione di secondo grado. Per farla breve, va a classificare tra “enti centrali, di cintura, di nodo, periferici e ultra-periferici”, a seconda che siano lontani dai dieci ai quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi. Miranda, per esempio, è un ente locale periferico, perché è a più di quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi, il cosiddetto polo, che per noi non è più Isernia, ma Campobasso, il posto che rispetta tutti e tre i requisiti individuati dalla Strategia Nazionale».

Quello delle aree interne non è un problema solo molisano, ma una realtà sempre più presente nel territorio italiano. La Strategia Nazionale di cui parla Simone è una politica volta a migliorare la qualità dei servizi essenziali, avviata dallo Stato nel 2014, poi confermata per il ciclo 2021-2027. Nel Piano Strategico stilato a marzo 2025, vengono distinte quattro tipologie di obiettivi, in funzione delle condizioni di partenza di ogni realtà locale. L’obiettivo numero 4, chiamato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, sostiene che alcune aree interne, a causa di fattori demografici quali la popolazione di piccole dimensioni, “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse”. Viene evidenziata la necessità di un piano che possa assistere queste aree in un “percorso di cronicizzato declino” per renderlo “socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”

Simone, dal suo canto, crede che si possa fare qualcosa di concreto. «Da abitante delle aree interne, conosco perfettamente il fatalismo dei cittadini: “qui si è sempre fatto così, non abbiamo la forza per cambiare le cose”. Io invece penso che questo possa accadere, ne ho avuto testimonianza diretta durante la mia esperienza di visiting in un’area interna dell’Abruzzo, Gagliano Aterno, dove, grazie a un sindaco illuminato e a un gruppo di ricercatori e volontari, in cinque anni si è ribaltato un paese e le sue tendenze demografiche, mettendo una pezza a questa emorragia. Per fare qualcosa, però, bisogna ripartire dalla partecipazione, senza la quale il destino è abbastanza segnato».

Ed è proprio questo l’obiettivo di Miror, l’associazione nata nel 2019, di cui Simone è parte attiva. «Miror nasce come reazione a un’assenza totale di un discorso sulla cultura. Sono state varie le iniziative di questi anni, dai momenti di festa a quelli di dibattito, anche politico. Tre anni fa è nato un gruppo di lettura, poi c’è stato “chiese aperte” col racconto della Chiesa di Miranda, e poi ancora Memoranda, che ha raccolto le memorie degli abitanti ultraottantenni di Miranda sul periodo del fascismo, ed è stato un lavoro di raccolta e di salvaguardia della memoria storica».

Quattro anni fa, da Miror nasceva il festival Marginalia, citando le note ai margini dei libri ricopiati dagli amanuensi, che spesso nascondevano significati molto più importanti rispetto al corpus del libro. «Giocando – continua Simone – sul significato della marginalità geografica, culturale e politica, diventa la sfida di portare qualcosa della città al paese. Nell’ultima edizione abbiamo regalato alla cittadinanza, insieme alle altre associazioni del territorio, un murales fatto da Claudia Romagnoli, in arte Croma, che si trova sulla Casa La Terra e che era legato al tema dell’anno scorso, la migrazione: rappresenta una famiglia del secolo scorso che va via da Miranda; e c’è questa bimba che si gira, all’ultimo, per dare l’ultima occhiata al paese, con uno sguardo nostalgico ma direi anche speranzoso, che non esclude un potenziale ritorno, come è stato per i nostri nonni, bisnonni e zii, e un po’ anche per noi, come generazione di persone costrette a migrare loro malgrado».

Senza rendercene conto, abbiamo passato quasi mezz’ora a parlare. Nel frattempo, ci siamo spostati al bar di sotto. Prendiamo un’altra birra e continuiamo la nostra conversazione. Simone si scusa, dice che quando parla di questo argomento si accalora tantissimo: «Il futuro di Miranda e di Isernia non mi fa dormire la notte. Mi sento responsabile ogni volta che torno nel mio paese e vedo i miei amici che sono rimasti qui a lottare. Io parlo spesso di aree interne, faccio ricerche, sono un ragazzo di paese e anche un consulente per gli enti locali e le aree interne, però di fatto vivo in città, il che fa di me un privilegiato. Sta a noi giovani trovare delle soluzioni, che poi magari non saranno efficaci, però sento spesso parlare di problemi e mai di soluzioni, invece mai come ora il Molise ha bisogno di trovare tante piccole soluzioni».

Il barista interrompe la nostra conversazione per raccontare una barzelletta. Ridiamo di gusto, anche se la barzelletta non è granché. Rimaniamo con gli altri a chiacchierare, a ridere, a giocare a biliardino. Guardo l’orologio, si è fatto tardi. Saluto tutti, probabilmente li rivedrò quest’estate. Dopo baci e abbracci di rito, mi dirigo verso la mia auto. Il paese è vuoto, non c’è nessuno per le strade. A rompere il silenzio, di tanto in tanto, le risate squillanti dei ragazzi rimasti al bar, che ormai sento in lontananza.

Sono le 8:55 di lunedì. Mi trovo alla stazione di Isernia, in attesa dell’autobus che mi porterà a Napoli. Si è creata una piccola fila al botteghino per comprare i biglietti. Molti hanno la mia età, e riconosco anche un paio di persone. Ognuno di loro si trascina dietro almeno una valigia, qualcuno ha anche una borsa frigo. Arriva il mio autobus e quasi contemporaneamente appare da dietro l’angolo anche quello per Roma. Saliamo tutti in maniera composta e i pullman partono, uno dopo l’altro. Guardo fuori dal finestrino, la piazza si è svuotata quasi del tutto. (caterina marzano)

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