
È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette, otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico.
Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il “Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia, devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio quartiere.
Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex cava diventata cimitero.
Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags, qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo. Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada.
Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli.
Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10 anni, 4°A plesso Lombardi.
Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere.
Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650 mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, coordinato da Renzo Piano.
La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie, cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso, che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta, arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e prospettive per il futuro.
Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida: «Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006, dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico. Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio, criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino molti abitanti del posto tendevano a evitare…».
Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel 2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…».
Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le “grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante.
La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori, percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla nuova gestione.
Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore.
Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei. Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta».
Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità. Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo. (errico forte)
