Salerno, il porto di Pastena e la guerra per il mare

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Salerno, il porto di Pastena e la guerra per il mare
(archivio disegni napolimonitor)

Il silenzio elettorale cade sul porticciolo di Pastena come una tregua improvvisa. È mezzogiorno di un sabato assolato di maggio, vigilia delle elezioni comunali a Salerno, e nei pressi dei muretti affacciati sul mare sono radunate alcune decine di persone: qualcuno seduto sugli scogli, qualcuno in piedi col bicchiere in mano, qualcuno più giù che si fa il bagno. La Ghassan Kanafani — una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla, la flottiglia internazionale di solidarietà con la Palestina che toccherà cento porti in cento città — è ormeggiata poco lontano. Il suo passaggio ha trasformato quella che doveva essere un’assemblea organizzativa del comitato Giù le mani dal Porticciolo in un momento di confronto tra realtà diverse che condividono la stessa grammatica di lotta. Mi siedo per terra sotto un ombrellone da spiaggia con alcuni attivisti del comitato. «C’è un filo rosso che unisce queste battaglie», dice Lorenzo. «La libertà dei popoli di autodeterminarsi, di decidere cosa fare della propria vita, della propria terra». Alle spalle c’è Pastena: ingoiata dal cemento, con un’alta densità abitativa, priva di spazi verdi. Il porticciolo è uno degli ultimi tratti di costa accessibile a tutti in questa striscia di città.

Salerno conta già quattro porti su meno di dieci chilometri di costa: il porto commerciale, il molo Manfredi, il Masuccio Salernitano e il Marina d’Arechi. Il progetto Pastena farebbe nascere il quinto, sempre con lo stesso pretesto da quindici anni: la mancanza di posti barca. Solo che Marina d’Arechi è stato costruito nel frattempo, il Masuccio è in ampliamento e un ulteriore intervento di grandi dimensioni è già previsto nella poco lontana Pontecagnano. Il ministero dell’ambiente lo ha notato: tra le integrazioni richieste al proponente c’è proprio la dimostrazione dell’effettiva necessità di nuovi posti barca — argomento che, evidentemente, allo stato attuale non regge.

La storia ha radici nei primi anni Duemila, quando il Comune affidò in un’unica delibera le concessioni demaniali a due promotori. La famiglia Gallozzi costruì il Marina d’Arechi, mentre quella Ilardi ottenne la concessione per il porto di Pastena, anche se non aveva i soldi per aprire i cantieri. Per quel porto fu funzionale anche la progettazione di un pennello foraneo sull’arenile: realizzato con finanziamenti pubblici, ma progettato in vista dell’opera privata. Nel 2008 il project financing cristallizzò la presenza del porto nel Piano urbanistico comunale, ma da allora l’operazione è rimasta congelata.

La cittadinanza scoprì il pericolo solo nel 2011, quando i promotori allestirono al Polo Nautico un plastico in scala del progetto. «Quando è stato pubblicizzato, i giochi erano già fatti: avevano tutte le autorizzazioni», racconta Chiara. Il plastico rimase esposto poche settimane. «Dopodiché hanno pensato bene di levarlo», aggiunge Davide. «Era controproducente che la gente capisse cosa stava succedendo»

D’altronde il Comune, la Provincia, la Regione e la Soprintendenza avevano già dato il via libera. Il sindaco che aveva gestito l’iter era Vincenzo De Luca, che però anni dopo, da “neo” candidato per l’ennesima volta a primo cittadino di Salerno, si sarebbe detto contrario al porto. «Si è schierato contro – spiega Lorenzo – ma dodici anni fa era stato lui a dare i permessi». Una domanda resta senza risposta: «Se De Luca oggi è contrario, e se tutti i candidati si sono schierati contro il progetto, chi lo vuole, questo porto?».

Il progetto è tornato d’attualità quando i fratelli Ilardi hanno ripreso in mano la pratica. La connessione tra il Polo Nautico e il resto del progetto approvato costituirebbe un pacchetto da circa venticinque milioni di euro. Per monetizzarlo serve però la Valutazione di Impatto Ambientale ministeriale, che ancora manca. Quella rilasciata dalla Regione a suo tempo è infatti scaduta perché i lavori non sono stati avviati nei termini — per responsabilità dei promotori stessi. La competenza è passata così al ministero dell’ambiente, che ha raccolto una cinquantina di osservazioni: ingegneri, architetti ed esperti di pianificazione costiera hanno smontato il progetto pezzo per pezzo. «Le tavole mancano dei dettagli. Non c’è mai una legenda che ti riporti al progetto generale. Sembrano cose buttate là», spiega Chiara. Il ministero ha chiesto integrazioni su tutti i fronti, riconoscendo il valore culturale del tratto di costa e domandando ai promotori quale utilità pubblica concreta garantirebbe l’opera.

Nelle settimane successive alle elezioni anche il ministero della cultura è entrato nella partita. La Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio ha trasmesso le richieste di integrazione avanzate dalla Soprintendenza di Salerno e Avellino, rilevando gravi carenze nella documentazione paesaggistica. La relazione presentata dai promotori, secondo la Soprintendenza, non consente di verificare la compatibilità dell’intervento con i valori paesaggistici tutelati. Vengono richiesti aggiornamenti sullo stato dei luoghi, nuove analisi dell’impatto visivo, rendering aggiornati e valutazioni sulle alternative progettuali. Soprattutto, la Soprintendenza ha dichiarato non più valida l’autorizzazione paesaggistica del 2012. Due ministeri con le mani alzate sullo stesso progetto: «La mobilitazione civica e il lavoro tecnico di questi mesi hanno avuto un peso concreto nell’iter amministrativo», sostiene Chiara.

Guardare le tavole di progetto è, in effetti, cruciale. Il porto di Pastena prevede circa quattrocentocinquanta posti barca, ma soprattutto parcheggi a pagamento, box auto, un centro commerciale, l’ampliamento dell’albergo, una piscina di acqua di mare depurata. «Tecnicamente non è neanche un porto. È un centro commerciale con una darsena», dice Davide. A chi giova? Non ai pescatori locali, che oggi ormeggiano a prezzi accessibili. Non ai cittadini, a cui verrebbero sottratte le ultime spiagge libere. Non ai commercianti, a cui è stata promessa una ricaduta economica: i negozi del nuovo centro faranno concorrenza a quelli esistenti.

Pastena è un quartiere popolare, senza parchi né luoghi di socialità. Il porticciolo è l’unico spazio che non sia privato o commerciale. «I salernitani sono sempre stati chiamati pisciaioli (chi lavora e vive di pesce, ndr)», dice Chiara con ironia. «Questa identità è stata massacrata. I luoghi legati alla cultura del mare sono spariti uno dopo l’altro. Adesso esistono solo grandi navi e piccoli yacht». La cura del posto è affidata agli abitanti: c’è chi pianta alberi tra le panchine, chi pulisce la piazzetta senza che nessuno glielo chieda. I cantieri del ripascimento del litorale poco lontano sono un’altra fonte di frustrazione: l’Ambito 2 è sotto sequestro per materiali non conformi — sabbia dura, inutilizzabile, tanto che qualcuno l’ha individuata come arena per l’edilizia. Quasi un quarto della costa centrale è inagibile. «Le persone pensano che prima o poi arriverà il prossimo potente a mettere le mani su ciò che abbiamo di più bello», dice Alessandra.

In effetti, finché il porto di Pastena resta nel Piano urbanistico comunale, quella zona resterà bloccata. «Morto un porto se ne potrà fare un altro. Finché non cambia il piano regolatore la lotta sarà lunga», aggiunge Davide. Dal canto suo il comitato lavora su più fronti: questionari rivolti alla cittadinanza, rigenerazione partecipata con studenti Erasmus, eventi sportivi con le squadre di rugby e calcio popolare del territorio. Nelle due settimane prima del voto sono state raccolte duemila firme per fermare la realizzazione del progetto: tutti i candidati a sindaco si sono detti contrari, ma nessuno ha spiegato come avrebbe rimosso la destinazione dal piano regolatore.

Ora che lo sceriffo De Luca è stato rieletto, il comitato monitora la distanza tra le parole e gli atti. Sul muretto del porticciolo la gente resta a chiacchierare e mangiare qualcosa. C’è ancora qualcuno in acqua, qualcuno rassetta la spiaggia. La comunità parla chiaro: nessuno ha intenzione di guardare il mare dalle vetrate del parcheggio di un albergo. (edoardo m. benassai)

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