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Quando alla fine del 2023 Tang Tan annunciò che avrebbe lasciato Apple, la notizia non passò inosservata. In quasi venticinque anni da dirigente aveva contribuito allo sviluppo di alcuni dei prodotti più importanti dell’azienda, dagli iPod agli iPhone, passando per i MacBook. Per questo il suo passaggio a OpenAI, nota soprattutto per ChatGPT e allora priva di una vera divisione hardware, cioè dedicata alla produzione di dispositivi, fece molto discutere. Dopo quasi tre anni, la scorsa settimana, Apple ha depositato una causa in cui sostiene che Tan non si sarebbe limitato a portare nella nuova azienda la propria esperienza.
OpenAI è accusata di furto di segreti industriali e al centro delle accuse c’è proprio Tan, ora responsabile dell’hardware dell’azienda. Il contenzioso legale potrebbe durare per anni e condizionare un settore in piena espansione, centrale per OpenAI per fare concorrenza alle aziende tecnologiche che producono smartphone, tablet, smartwatch e altri dispositivi.
Per avere un ruolo nel settore, nella primavera dell’anno scorso OpenAI aveva speso 6,5 miliardi di dollari per comprare Io, una startup di hardware fondata nel 2024 da Jony Ive, a lungo il più famoso designer di Apple, e Tang Tan. Nei mesi seguenti le due società avevano annunciato di essere al lavoro su un nuovo rivoluzionario dispositivo pensato espressamente per i sistemi di intelligenza artificiale, secondo loro con le potenzialità di soppiantare gli smartphone.
A distanza di più di un anno, quegli annunci non si sono ancora concretizzati, ma Sam Altman (il CEO di OpenAI) ha continuato a sostenere che entro la fine di quest’anno o nei primi mesi del 2027 sarà svelato il primo prodotto dell’azienda.
Altman è interessato a mostrare qualcosa in tempi brevi per segnalare la capacità della propria azienda di essere competitiva nel settore dell’hardware, anche in vista della sua attesa quotazione in borsa. La società ha già avviato informalmente alcune pratiche per l’offerta pubblica iniziale, ma non sono stati ancora comunicati i tempi per il suo ingresso nel mercato azionario. La causa da poco avviata da Apple potrebbe comportare ritardi.
Apple accusa OpenAI di avere approfittato dell’arrivo di centinaia di nuovi dipendenti, che un tempo lavoravano per Apple, per ottenere informazioni sui prodotti e sulle attività di sviluppo di quest’ultima, in modo da trarne vantaggio per la progettazione di nuovi dispositivi. È un’accusa grave, e la denuncia di circa 40 pagine presentata da Apple contiene dettagli circostanziati su diverse persone che erano passate da Apple a OpenAI, a cominciare da Tan.
Secondo Apple, Tan cercava sistematicamente di ottenere informazioni riservate dai suoi ex sottoposti interessati a farsi assumere dentro OpenAI, usando spesso i colloqui di lavoro per farsi aggiornare sulle ultime novità nell’azienda in cui aveva lavorato per 25 anni. La denuncia cita il caso di un impiegato Apple che cercò informazioni su un progetto dell’azienda poche ore prima di avere un colloquio di lavoro con Tan. Sempre secondo la documentazione, durante il loro incontro Tan chiese informazioni più dettagliate, seguendo un approccio che usava abitualmente con i dipendenti Apple interessati a passare a OpenAI.
Nella denuncia si legge che chi veniva assunto da OpenAI veniva invitato a inviare quanto più materiale possibile del vecchio impiego alla propria mail personale, in modo da vedere se ci fossero dati, progetti e informazioni utili da usare nel nuovo impiego. Tan aveva preparato una sorta di “checklist” per fare in modo che i nuovi arrivati facessero quel tipo di lavoro passando inosservati ai sistemi di sicurezza di Apple.
In altri casi fu chiesto ad alcuni impiegati Apple interessati a lavorare in OpenAI di portare con sé ai colloqui di lavoro i prototipi su cui stavano lavorando, come sistemi per la gestione delle batterie, componenti da sviluppare per nuovi prodotti e circuiti elettronici. Non è chiaro quanti rispettassero la richiesta e alcuni espressero per lo meno le loro perplessità circa il trasferimento di prototipi e altro materiale fuori dai laboratori di Apple.
Tra tutte le aziende tecnologiche, Apple è di gran lunga quella più attenta alla segretezza delle proprie attività. Per Steve Jobs, il cofondatore dell’azienda, era un’ossessione e ancora oggi i gruppi che si occupano dei progetti più delicati spesso non comunicano con gli altri all’interno dell’azienda. Le pratiche di OpenAI, e in particolare di Tan, non erano quindi passate inosservate a chi si occupa della protezione dei segreti industriali di Apple.
A inizio febbraio l’azienda si era messa in contatto con OpenAI. Aveva segnalato di essere a conoscenza di documenti riservati finiti sotto il controllo di alcuni suoi dipendenti, chiedendo a OpenAI di approfondire la questione in modo da prevenire ulteriori casi. Apple non ricevette risposta, ma attese diversi mesi prima di fare causa per raccogliere prove più circostanziate.
Tra le più evidenti nei documenti forniti al tribunale di San Francisco (California), dove è stata depositata la causa, c’è quella di Chang Liu, un ingegnere che aveva lavorato per lungo tempo allo sviluppo degli iPhone. Liu lasciò Apple portando con sé un computer aziendale e mantenendo rapporti stretti con una dipendente dell’azienda, che continuava a condividere con lui informazioni riservate. Inoltre, prima di andarsene, Liu aveva scoperto un malfunzionamento che gli consentiva di continuare ad accedere a parte dei file di Apple anche senza esserne più dipendente.
Secondo Apple, Liu utilizzò quella via di accesso per scaricare presentazioni, documenti su nuovi prototipi, schede di produzione e di test dei dispositivi in lavorazione mentre stava già lavorando per OpenAI. L’ex collega lo avrebbe aiutato a ottenere altre informazioni e qualche tempo dopo si licenziò, passando a OpenAI che nel frattempo aveva assunto circa 400 ex dipendenti di Apple.
OpenAI ha risposto all’accusa dicendo di «non avere interesse nei segreti industriali di altre aziende», ma non ha fornito altre informazioni o commenti. I rapporti tra le due società erano comunque peggiorati negli ultimi mesi, dopo che Apple aveva annunciato l’integrazione dei sistemi di intelligenza artificiale di Google all’interno del proprio assistente Siri. In precedenza Apple aveva coinvolto OpenAI in una prima serie fallimentare di servizi legati all’intelligenza artificiale, molti dei quali solo annunciati e mai resi disponibili ai propri utenti.
Se la causa non dovesse risolversi con un accordo, si potrebbe trasformare in un annoso contenzioso legale e del resto i precedenti non mancano. Nel 2011 Apple e Samsung iniziarono una lunga serie di processi e ricorsi intorno al design degli iPhone, che secondo la società statunitense era stato copiato da quella sudcoreana. La questione fu risolta soltanto nel 2018, con un accordo economico con cui furono ritirate tutte le accuse e le controaccuse ancora non risolte. Il confronto legale era diventato molto costoso e intanto il mercato degli smartphone si era evoluto ed era cambiato, quindi l’intera questione non aveva più la rilevanza strategica dei primi anni per le due aziende.
Un lungo contenzioso legale potrebbe condizionare le attività di OpenAI nello sviluppo dei nuovi dispositivi su cui sta cercando di costruire una grande attesa, spesso con annunci altisonanti sull’obiettivo di sviluppare qualcosa di successo pari a quello degli smartphone degli ultimi vent’anni. Da tempo ci si interroga su quale dispositivo ci potrebbe riuscire e se ne ipotizzano di piccoli e tascabili, privi di schermo e che funzionano per lo più grazie ai comandi vocali e a un sistema di intelligenza artificiale che li esegue.
Come OpenAI, diverse altre aziende stanno lavorando a prototipi di questo tipo, compresa Apple che vuole mantenere la propria posizione ai primi posti dei produttori mondiali di dispositivi portatili e che si indossano.
Un rallentamento delle attività di sviluppo e produzione potrebbe essere un problema per OpenAI, che ha progetti per diversificare le proprie attività commerciali aggiungendo altri ambiti oltre a quelli dei chatbot. La causa potrebbe alimentare dubbi sulla solidità dell’intero progetto, in una fase cruciale per l’azienda alla ricerca di nuove fonti di ricavo e del modo migliore e più redditizio per quotarsi in borsa.

