
Il fascismo, in Italia e in Europa, non si manifesta oggi solo nella presenza di gruppi che riferiscono esplicitamente al suo impianto ideologico, nel dilagante razzismo e nel nazionalismo estremo, ma anche nell’aperta ostilità verso le istituzioni democratiche, espressa persino da chi le rappresenta, nella gerarchizzazione militare della società, nelle legislazioni suprematiste e segregazioniste, proposte in considerazione di una presunta necessità di “sicurezza”. Oggi che il genocidio in Palestina ha svelato definitivamente le direttrici su cui si muove la politica interna ed esterna dell’entità sionista, potremmo parlare di “israelizzazione” del sistema democratico occidentale, l’adozione, a diversi livelli, di quelle pratiche militari, violente, fasciste e coloniali, per il controllo e la repressione con cui lo stato ebraico governa la sua occupazione della Palestina.
In Italia il neofascismo istituzionale si concretizza nei tentativi di riabilitare il Ventennio, arrivando persino a presentare i partigiani come criminali e i fascisti come vittime. Associare i resistenti al terrorismo, così come avviene in Palestina e in tanti altri luoghi del mondo, non è un processo dissimile dalla criminalizzazione occidentale di chi si oppone, con modalità differenti tra loro, a guerra, repressione e dispositivi “di sicurezza”. Questa criminalizzazione dell’oppositore è associata infatti a sua volta alla normalizzazione della repressione sulla base di un diritto sempre più simile a quello militare, e in tante parti del mondo alla tortura, all’omicidio di Stato, al genocidio. Si normalizza la violazione della legge internazionale, dei diritti umani, degli accordi e delle tregue. Si normalizza il massacro di interi popoli per le necessità di espansione e sfruttamento di uomini e risorse del sistema tardocapitalista, per spingere la produzione militare, per l’ottenimento del potere e la depredazione di risorse.
Oggi è chiaro a tutti che la modalità di sopravvivenza individuata da questo sistema fondato su oppressione e sfruttamento, guidato da Stati Uniti e Israele, è la totalizzazione di guerra e distruzione, utilizzando nei confini interni il governo fascista della repressione. In Occidente tutto ciò si manifesta con il vertiginoso riarmo, con lo scientifico utilizzo di miseria e carovita, devastazione ambientale, sfruttamento delle risorse naturali, progressiva eliminazione dei diritti più elementari, razzializzazione dei rapporti sociali. È il fascismo dei decreti sicurezza, delle norme contro i lavoratori e gli scioperi, del controllo capillare sui luoghi di produzione, del sistematico aggiramento dei salari minimi, della negazione dei diritti: la sanità, l’istruzione, e in fin dei conti un intero sistema di welfare.
In altri luoghi del mondo è invece guerra aperta, è distruzione e genocidio, sono nuove ondate di colonialismo diretto, di appropriazione sanguinosa di terre, risorse, e strategiche vie di comunicazione – dalla Palestina a Cuba, dal Venezuela all’Iran e al Libano – in una escalation che non ha conosciuto tanta distruzione e violenza diffusa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Resistere a tutto ciò, riconoscendo il filo che muove politiche solo apparentemente diverse dentro e fuori i confini, è nostro dovere, e in questo senso la lotta di liberazione palestinese diventa più che un esempio un paradigma, un rifiuto di soccombere, semplicemente ricordando di essere umani. La lotta del popolo palestinese, insieme a quelle delle differenti e altrettanto complesse resistenze libanesi, yemenite, iraniane e cubane, è un appello a non arrendersi e a non abdicare alla macchina infernale capitalista e coloniale, che spinge guerra e genocidio anche verso i nostri confini.
Il 25 aprile ha rappresentato per l’Italia il punto di arrivo di una resistenza armata, popolare e di classe, per la liberazione dall’occupante nazista, contro il fascismo e contro il preciso mandato che Mussolini e i suoi avevano ricevuto dal grande capitale nazionale. La lotta partigiana italiana è stata però anche parte di resistenze europee che avevano messo fine a un sistema di occupazione e dominio, corresponsabili di uno dei più atroci genocidi della storia, rivendicando la libertà di tutti i popoli oppressi. Di lì a poco, le lotte anticoloniali da tempo in atto ci avrebbero mostrato la determinazione dei resistenti nelle lotte di liberazione e autodeterminazione al di fuori dell’Europa, dall’Algeria al Vietnam, percorsi tortuosi e complessi che non si possono semplificare, rischiando di prestare il fianco a chi prova a neutralizzare la carica esplosiva che queste lotte portano ancora oggi con sé.
Abbiamo imparato in Italia a riconoscere chi si appropria di una storia non sua per rileggerla, passo dopo passo, a proprio piacimento. Se da un lato il fronte politico più becero e reazionario, peraltro oggi alla guida del paese, infanga esplicitamente la lotta partigiana, dall’altro scendono in piazza per il 25 aprile, oggi, persino forze che quotidianamente, più o meno esplicitamente, appoggiano il dominio coloniale sui territori in oppressione.
A Roma e a Milano, da tempo, ambienti filosionisti referenti privilegiati di forze di governo e di opposizione enfatizzano il ruolo che la Brigata Ebraica avrebbe avuto nella Liberazione, oscurando la sua funzione di copertura di organizzazioni terroristiche sioniste, con l’Haganah in prima fila, addestrate e armate non per combattere il nazifascismo, ma per fondare lo Stato di Israele, mettendo in atto la pulizia etnica dei palestinesi. Organizzazioni, quelle sì, terroristiche e coloniali, vengono ritratte come forze antifasciste per legittimare il sionismo, la tortura sistematica dentro e fuori le carceri, le esecuzioni sommarie e i massacri di civili, la distruzione di abitazioni, ospedali, luoghi di culto, scuole e università, una violenza genocida che oggi si cerca di imporre come fondamenta dell’ordine globale.
Ma la Resistenza, e le resistenze, appartengono a chi lotta ancora contro il fascismo, la guerra e il genocidio, lo sfruttamento e l’oppressione, a chi non si rassegna ad abbandonare la propria terra, per la liberazione di tutti i popoli e di tutte le classi oppresse. È la forza di chi si oppone all’avanzamento della barbarie, di un sistema al cui vertice ci sono, certo, gli autocrati e i “re”, ma il cui presupposto sono le classi dirigenti economiche e politiche, di sovranisti e di liberali, di partiti di governo e di opposizione, del grande capitale e dei suoi lacchè.
La linea coloniale e del colore non divide oggi solo Occidente e Sud del mondo, ma taglia lo stesso mondo occidentale, attraversa le metropoli e le loro periferie, congiungendosi, mai forse così evidentemente, con la linea dell’oppressione e dello sfruttamento. A partire da qui noi vogliamo oggi costruire la nostra Resistenza. (centro culturale handala ali)

