Alto Casertano, come il business del biogas ha scoperto il margine verde

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Alto Casertano, come il business del biogas ha scoperto il margine verde
(foto di giuseppe carrella)

È la mattina del 28 marzo, Mel, Peppe e io nella Clio grigia, diretti nellAlto Casertano. Superiamo i monti Trebulani che finora avevano segnato il confine fisico della nostra inchiesta. Nel cruscotto posteriore scompare la sagoma di Pizzo San Salvatore che si staglia sul monte Maggiore. Il paesaggio è diverso da quello già esplorato, laria più fresca. Siamo diretti a Pietramelara per incontrare Ivana, attivista del comitato Radici Pulite dellAlto Casertano. I pendii ricoperti di verde mostrano il lato assolato. Lacqua di fiumi e torrenti scorre per buona parte del tragitto sempre a vista. Ci fermiamo a una fonte ferrosa per bere. Sotto il getto limpido i sassi si fanno rossi.

Percorriamo le curve, una staffetta di ponticelli per arrivare nei pressi della Metalplast, ex sito di stoccaggio e trattamento rifiuti in località Ailano. Davanti lingresso è appeso uno striscione ripiegato dal vento. Stendendolo si legge: “No discarica – Sì bonifica”. Accanto un cartello più piccolo: Area sottoposta a sequestro”. Appoggiato alledificio principale che riporta linsegna commerciale, vi è un enorme cubo di lamiera, la parte coperta della discarica. Appena fuori si ergono traballanti torri di ecoballe, molte interamente di plastiche. Più giù, indistinguibili masse di oggetti e stracci, i grossi teloni di copertura spostati dal vento svelano il crescere delle erbacce tra i legacci che racchiudono il tutto. Ancora più in basso una distesa di tessuti industriali arrotolati, sembrano enormi tappeti grigi. Costeggiamo labbandono, intorno ci sono diversi campi coltivati, proprio dietro di noi un trattore fa su e giù per un colle scosceso. Un cartello divelto riporta il codice CER della tipologia di rifiuti e la descrizione “Pannelli sportelli auto 6.11”.

«Seguiamo la vicenda della Metalplast dallestate del 2024 – ci racconta Ivana –, quando ci fu un principio di incendio che poi fu domato. In ogni caso aspettiamo ancora la prima messa in sicurezza e poi la bonifica. Qualche anno fa non eravamo così in allerta per il nostro territorio. Poi abbiamo assistito al moltiplicarsi di interessi imprenditoriali, tra limmondizia e il biogas, e il proliferare dei siti ad alto impatto anche qui nell’Alto Casertano. Il comitato è nato a gennaio per era sensibilizzare le persone che proprio per assenza storica di minacce, si trovano impreparate».

Notiamo che il sito è costeggiato da un canalone di scolo, lo percorriamo fino a incontrare il punto in cui si getta nel Lete, a meno di duecento metri. Prendiamo di nuovo la macchina, ci spostiamo a Pietravairano. Dal piccolo santuario che sovrasta il paese, vediamo il riflesso del sole nelle cupole bombate e lucenti dei biodigestori, a metà della piana. Qui vi è infatti uno dei ventuno impianti di biogas che Retina Srl (tramite la holding Retina Biometano) prevede di realizzare tra Lazio e Campania entro il 2026. Il nome non ci è nuovo: una delle controllate di Retina è Ingegneria Sostenibile Srl, di cui abbiamo parlato qui per i lavori avviati con firme contraffatte e vedette appostate in odore di ecomafia.

Quello di Pietravairano non è dunque un caso isolato. Un’inchiesta di IrpiMedia descrive l’impianto a biometano di Dragoni, esempio emblematico di come la transizione energetica finanziata dal Pnrr possa trasformarsi in un’operazione finanziaria calata dall’alto senza il coinvolgimento delle comunità. Al centro della vicenda c’è la società Cannavina Srl, che ha ottenuto circa 16,4 milioni di euro di fondi pubblici per un progetto di cui i cittadini hanno scoperto l’esistenza solo a cantiere avviato nel 2022. La complessa struttura societaria a scatole cinesi fa ancora capo a Retina Holding, ed è legata a fondi d’investimento internazionali e al colosso australiano Macquarie, banca d’investimento con ramificazioni che toccano Lussemburgo e Regno Unito. Unarchitettura finanziaria che, secondo l’inchiesta, serve a blindare l’investimento grazie alle garanzie statali fornite da SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) e ai prestiti di grandi gruppi bancari come Intesa Sanpaolo e Bnp Paribas, rendendo l’affare a rischio zero per i privati ma scaricando le conseguenze ambientali sul territorio.

Inizia a fare buio, torniamo alla macchina. Il tramonto colora il profilo delle vette intorno alla valle aperta. Le ombre invece prendono forma proprio nel solco irregolare dellacqua. Poco prima che faccia buio, si intravede una centrale idroelettrica con le grandi tubature perpendicolari al versante.

(foto di giuseppe carrella)

Oggi è sabato 11 aprile. La primavera non ha più niente di timido. In maniche corte raggiungo Dragoni, comune di circa duemila abitanti immerso nel verde dellAlto Casertano. Qui si terrà un corteo che terminerà sotto il costruendo impianto di biogas di Cannavina Srl. Sullo sfondo il massiccio del Matese è ancora innevato. A pochi chilometri dallarrivo si scarica il telefono. Devo orientarmi alla vecchia maniera e chiedo indicazioni al bar tabacchi nella piazza di Caiazzo«Quella è una strada dritta che taglia e scende a valle, passi Alvigliano e sei a Dragoni», mi spiega un signore.

Nella piazza del mercato sono radunate una cinquantina di persone tra manifestanti, volontari della Protezione civile e forze dellordine, oggi non particolarmente numerose. Si susseguono gli interventi al microfono. Parla anche la sindaca Antonella D’Aloia che racconta di aver subito un accanimento legale e attacchi personali per la sua opposizione allimpianto. Secondo Pasquale De Pasquale, lattivista del comitato NO Biogas Dragoni, il cantiere è stato contestato sia per la violazione delle norme antisismiche, con l’esecuzione di lavori strutturali senza le necessarie autorizzazioni, sia per la sua parziale sovrapposizione alla fascia di rispetto della strada statale.

Incominciamo a percorrere i tre km di strada e selciato che ci separano dalla sede del biodigestore, nellultimo tratto superiamo un piccolo Acquapark, si intravedono gli scivoli colorati. Un motoscafo rosa lo presidia insieme a due carabinieri. Una multipla traina un carrello in alluminio che ospita gli altoparlanti e un piccolo generatore. Per buona parte del tragitto passano gli Inti Illimani. Si susseguono gli interventi, molti menzionano che è il primo corteo per la città di Dragoni. Arrivati di fronte al sito, al di qua della sbarra che ci separa dai cilindri di cemento, ci aspetta la Digos e un Suv scuro parcheggiato di fronte. «Sono i proprietari dellimpianto», dice una signora davanti a me. Interviene anche il parroco, che in conclusione del breve sermone fa una pausa: «E allora cosa possiamo fare…» – la stessa signora risponde neanche troppo sottovoce: «Mettere una bomba». Qualcuno ride. La bomba in realtà potrebbe essere lo stesso impianto che in caso di emergenze sismiche produrrebbe effetti devastanti.

Terminato il corteo ci spostiamo a un bar poco lontano per intervistare alcune attiviste del comitato Radici Pulite. «Il rogo di Teano dellagosto 2025 è stato apocalittico – ci dicono –. Ha bruciato per un mese, quindici giorni di nube tossica. Abbiamo scoperto che quel sito era lì da dieci anni, sequestrato, abbandonato, nessuno lo sapeva. Da lì è cambiata la percezione del territorio. Nel raggio di dieci chilometri ci sono circa cinque impianti di biogas. Riteniamo che non ci sia tutto questo letame da smaltire, ci sembra evidente la speculazione».

Il punto sollevato è quello del cosiddetto “turismo dei rifiuti”, ovvero la necessità di trasportare enormi quantità di scarti zootecnici su gomma da lunghe distanze per alimentare un’attività sovradimensionata rispetto ai siti di trasformazione locali. «L’amministrazione è spesso impreparata – continuano le attiviste –. I comuni non informano i cittadini. Alla prima assemblea a Pietramelara sono arrivati comitati che non conoscevamo. Per noi ora c’è da tenere gli occhi aperti sulla Metalplast di Ailano. È strapiena, rischia lautocombustione. La paura è che questa estate possa bruciare di nuovo».

A questo punto chiedo degli effetti sulla salute. Risponde Simona, veterinaria e attivista: «Abbiamo già visto effetti teratogenici sulle bufale. Ci sono casi documentati di malformazione nei feti bovini. Ma lArpac ha detto che a Pietramelara non servivano monitoraggi. Chi deve tutelarti, minimizza, non necessariamente per negligenza, a volte per mancanza di informazioni. Ci siamo persuase che ci sia  un disegno più grande. LAlto Casertano si sta spopolando, è visto come terra colonizzabile. Noi rispondiamo con un sistema di sorveglianza collettiva. Il territorio, adesso, sta reagendo».

L’Alto Casertano non era sulla cartina del disastro ambientale campano. Mentre l’adiacente Agro Caleno portava i segni visibili della contiguità con la Terra dei Fuochi, qui permaneva un’idea di margine immune, di verde intatto. È in quello spazio – geografico e immaginario – che si sono infilati i capitali. Le ecoballe di Ailano, il biodigestore di Pietravairano, il cantiere di Dragoni: non sono anomalie di un sistema che funziona, sono il sistema nel suo funzionamento. Cambia solo chi paga il conto. Poco lontano i rifiuti arrivavano di notte, sui camion. Qui arrivano con i progetti Pnrr, le autorizzazioni regionali, le scatole cinesi lussemburghesi. Però c’è qualcosa che la speculazione non aveva previsto: qualcuno non ha intenzione di stare a guardare o di andare via. La primavera è esplosa e non solo nel paesaggio. (edoardo benassai)

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