Contro l’archiviazione della strage al carcere di Modena. Intervista a Luca Sebastiani

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Contro l’archiviazione della strage al carcere di Modena. Intervista a Luca Sebastiani
(disegno di renaud eymony)

L’8 marzo 2020 nel carcere Sant’Anna di Modena, così come in altri quaranta e oltre istituti penitenziari della penisola, scoppia una rivolta. La risposta repressiva dello Stato è immediata e violenta e nelle sommosse di quei giorni muoiono in totale tredici detenuti.

Di queste persone, quasi tutte di origine straniera, nove erano detenute a Modena e morirono tra le mura del carcere emiliano o nei successivi trasferimenti verso altri istituti. Un altro detenuto morì a Bologna e altri tre a Rieti. Nel frattempo, nel mondo di fuori veniva indetto il cosiddetto lockdown, una misura inedita ed eccezionale attuata nell’ambito dell’emergenza pandemica da Covid-19. L’attenzione mediatica sulla pandemia, in quei giorni, fu inversamente proporzionale a quella riservata alla strage di Modena, la più grande strage di Stato della storia repubblicana all’interno di un carcere. Eppure, i media ne parlarono soltanto per pochi giorni, mentre la maggior parte dell’opinione pubblica era concentrata su altro.

Le inchieste giudiziarie legate a queste morti furono archiviate solo pochi mesi dopo, concludendo che la causa delle morti era in tutti i casi legata all’abuso di metadone, prelevato e assunto dai detenuti nelle infermerie del carcere. A distanza di qualche mese diversi detenuti, a Modena e ad Ascoli Piceno, cominciarono a presentare esposti e denunce per le violenze subite in quei giorni dagli agenti penitenziari e per gli omessi soccorsi da parte del personale sanitario. Una testimonianza preziosissima si trova nel libro di Claudio Cipriani, Next Stop Modena 2020 (Sensibili alle foglie, 2025). Cipriani, attualmente recluso presso il carcere di Secondigliano era all’epoca detenuto proprio a Modena. In conseguenza a queste nuove informazioni, la procura di Modena dovette aprire un’inchiesta per tortura a carico di decine di agenti penitenziari, salvo poi chiedere, anche in questo caso, per ben due volte l’archiviazione. Entrambe le volte, i legali dei familiari dei detenuti hanno presentato opposizione: la seconda sarà discussa, forse definitivamente, questo lunedì 30 marzo, presso il tribunale di Modena.

Per ricostruire le vicende giudiziarie, abbiamo intervistato l’avvocato Luca Sebastiani, del foro di Bologna, legale di due famiglie di detenuti morti nel carcere di Sant’Anna e responsabile dell’Osservatorio carcere della Camera di penale di Bologna.

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Come ti sei trovato a rappresentare alcuni dei familiari dei detenuti morti al Sant’Anna nel marzo 2020 e quali iniziative legali hai portato avanti fino a qui?
Ho seguito questa causa perché uno dei ragazzi morti,
Hafedh Chouchen, era un mio assistito. Lo seguivo da un po’, era un ragazzo solare, energico, entusiasta, che di lì a brevissimo sarebbe uscito, parliamo di qualche settimana. Aveva anche trovato un lavoro: anche per questo, conoscendolo, ho sempre avuto molti dubbi che avesse partecipato alla rivolta. Ho avvisato io i genitori, che non conoscevo, ho avuto non pochi problemi per trovare il numero, e una traduttrice francese, in più non mi conoscevano e gli ho dovuto dire che loro figlio era morto. È stato un momento drammatico, che non sarebbe spettato a me, ma per il quale mi hanno sempre ringraziato. Se le mie erano supposizioni, loro ne erano e ne sono convintissimi: Hafedh non ha mai alzato un dito nei confronti di nessuno, non era una “testa calda” ed era entusiasta di uscire. Anche per questo, oltre che per la sua dignità, siamo alla costante ricerca della verità su quanto accaduto quel giorno e sul perché nessuno lo ha soccorso in tempo.

Da un punto di vista giuridico, quali sono gli aspetti più gravi della vicenda?
I punti oscuri sono molteplici e su questi il giudice non ha chiarito alcunché: l’indagine, pur complessa di base e con tantissimi elementi portati dalle difese, fu archiviata con un’ordinanza di un paio di pagine, rispolverando il cosiddetto “rischio eccentrico”, un’interpretazione giuridica, utilizzata prettamente in materia di sicurezza sul lavoro, che porta a escludere alla radice eventuali responsabilità del datore di lavoro, in caso di comportamenti abnormi e imprevedibili dei dipendenti.

Una decisione e una motivazione che ci hanno lasciato perplessi e che non risponde alle tante lacune che avevamo individuato, come l’assenza di un’indagine sull’eventuale ritardo nei soccorsi nei confronti del mio assistito che, per il nostro medico, gli avrebbero salvato la vita. Non si tratta di un aspetto secondario, soprattutto considerando che la procura di Modena ha ritenuto ab origine di non indagare questo aspetto fondamentale: quando è stato conferito l’incarico al consulente tecnico d’ufficio nominato dall’accusa, e gli sono stati formulati i quesiti da sciogliere, le difese dei familiari non erano presenti. E non erano presenti perché, contrariamente a quanto previsto dal codice di procedura penale, non sono stati avvisati: un’altra circostanza che abbiamo stigmatizzato e sulla quale non abbiamo ricevuto risposta. Tra l’altro alcuni di questi ragazzi avevano persino familiari nel nostro paese, come Baakili Ali, la cui sorella vive e risiede in Italia da tanti anni.

Poi c’è tutto il tema, inesplorato, di come e dove venisse conservato il metadone. Perché in quelle grosse quantità? Era davvero chiuso in un armadio blindato in infermeria? E, dato che è stato aperto con le chiavi dai detenuti, chi aveva queste chiavi, chi le ha consegnate ai detenuti, perché e a che ora?

La rivolta scoppia verso l’ora di pranzo, alle quattro uscivano gli ultimi infermieri che erano ancora all’interno del carcere, ma già alle tre il 118 ha dichiarato che uscivano detenuti sotto l’effetto smisurato del metadone, alcuni dei quali venivano soccorsi perché stavano andando in overdose. Dunque, già alle tre, quando gli infermieri erano ancora all’interno dell’istituto, la farmacia era stata assaltata: perché non si è ritenuto di indagare questo aspetto? E ancora: perché, ben sapendo che i detenuti avevano oramai a disposizione quasi venti litri di metadone, il carcere è stato lasciato in mano agli stessi, che per l’appunto ne stavano abusando, fino a tarda sera, e non si è intervenuti? Hafedh, per esempio, è morto proprio in quelle ore e probabilmente poteva essere salvato.

Non va tralasciato infine il tema telecamere, alcuni dei cui filmati non sono stati acquisiti in quel procedimento, mentre altre ancora non avrebbero registrato a causa di un presunto blackout elettrico. Su quest’aspetto, che a noi non convince affatto, preferirei non entrare nei particolari, perché è uno dei principali argomenti su cui abbiamo basato l’opposizione alla richiesta di archiviazione nel processo “parallelo” relativo alle presunte torture poste in essere da decine di agenti della penitenziaria ai detenuti.

A che punto è il ricorso in Cedu e su quali aspetti mette a critica le motivazioni dell’archiviazione di procura e tribunale modenese? Un’eventuale riapertura delle indagini in Italia riguarderebbe soltanto alcune delle persone decedute o tutte quante? Le inchieste nelle procure delle altre città (Ascoli Piceno, Bologna, Rieti, Alessandria, Verona e Parma) sono definitivamente archiviate?
La Corte Europea ha dichiarato ammissibili i motivi di ricorso che ho presentato insieme al compianto professor Valerio Onida e alla professoressa Barbara Randazzo. Sono susseguite memorie, predisposte da noi e dall’avvocatura dello Stato, che difende lo Stato italiano, nostra controparte, e la causa è stata trattenuta in decisione alla Corte. Quindi, potrebbe arrivare in qualsiasi momento, ormai sono diversi mesi che aspettiamo. Se questo possa avere ricadute sul resto del processo, dipende da cosa deciderà la Corte. È chiaro che questa possibilità c’è e in astratto non è detto che sia solo circoscritta alla posizione di Hafedh: anzi, potrebbe porre le basi per una richiesta di riapertura delle indagini nei confronti di tutti. È quello che auspichiamo.

Il 30 marzo si deciderà sull’archiviazione o rinvio a giudizio dell’inchiesta riguardante le torture da parte degli agenti, sorta a seguito di diversi esposti di persone detenute a Modena all’epoca dei fatti. Cosa ritieni rilevante evidenziare di questo procedimento?
Tecnicamente il 30 marzo si decide sull’archiviazione e non sul rinvio a giudizio perché la procura ha depositato una nuova richiesta di archiviazione dopo aver espletato le indagini che erano state indicate dal giudice delle indagini preliminari nell’estate del 2024, in conseguenza del rigetto della prima richiesta di archiviazione e dell’accoglimento della nostra opposizione. A fronte di questa nuova richiesta noi abbiamo depositato di nuovo una opposizione e il Gip deciderà su quella. Il giudice potrà archiviare oppure può disporre nuove indagini o ancora, come da noi richiesto, predisporre l’imputazione coatta nei confronti degli indagati, “obbligando” di fatto il pubblico ministero a chiedere il rinvio a giudizio per alcuni di loro. È un’ipotesi percorribile e che noi auspichiamo, ma parliamo di una decisione che avrebbe un peso notevole, vista la delicatezza del processo. Noi saremo lì, faremo valere le nostre ragioni, le sosterremo davanti al giudice, peraltro abbiamo svolto delle indagini difensive che ci hanno fornito degli elementi processuali interessanti.

Cosa ne è dell’inchiesta a carico invece dei detenuti per devastazione e saccheggio e resistenza? Pensi che la sua evoluzione possa dipendere da quella del 30 marzo e dell’esito della Cedu?
Stando a quello che a me consta – difendo alcune persone anche in quel processo – non ci sono stati sviluppi processuali su quel fronte: non sappiamo se è stato archiviato, se è ancora in indagine a distanza di sei anni dai fatti. In ogni caso a noi e penso a nessun altro è stato notificato altro dall’ultima proroga delle indagini preliminari, che però è datata diversi anni fa. E la cosa mi sorprende un po’.

Perché per la maggior parte della popolazione italiana questa storia sembra essere finita nel dimenticatoio?
Per due ragioni molto semplici: la prima è che, nonostante stiamo parlando della tragedia più importante della storia repubblicana avvenuta all’interno di un carcere, è datata 8 marzo 2020, lo stesso giorno in cui ci fu il primo Dpcm che impose il

lockdown. Eravamo tutti distratti su altro. Ricordo ancora Daria Bignardi di fronte al carcere di San Vittore a Milano in diretta per dare disperato ascolto e spazio a queste rivolte, ma era un tema che in quel momento non interessava quasi a nessuno. E così è stato per mesi.

In più, e questo spiace ammetterlo, il fatto che la stragrande maggioranza delle persone decedute abbia origine straniera, e non abbia la propria famiglia in Italia, ha facilitato il calare del sipario. Pensate a quanto sia stata utile e imprescindibile per ottenere la verità la battaglia portata avanti da Ilaria Cucchi, o dalle famiglie Aldrovandi e Regeni, solo per citarne alcune. Qui non c’era nessuno a chiedere risposte, se non fosse per il comitato costituitosi a Modena, per qualche associazione e me, in qualità di difensore di una delle otto famiglie coinvolte. Se a Modena fossero morti otto italiani, l’eco mediatico sarebbe stato diverso dal principio.

Qual è l’attuale situazione nel carcere di Modena? Il personale penitenziario, sanitario e i vertici del Dap in servizio all’epoca, sono ancora in servizio presso lo stesso carcere o altrove?
Il carcere di Modena è un carcere vecchio, ha delle carenze strutturali che erano state segnalate anche prima della rivolta. È un carcere sovraffollato come quasi tutti quelli italiani. I detenuti, come in tutto il territorio nazionale, aumentano e la situazione, come in ogni carcere, è al collasso.

Non ho notizie di che fine abbia fatto chi ci lavorava quel giorno. Di certo posso dire che avrei voluto contro-esaminare molti tra gli agenti a dibattimento, per vagliare, davanti a un giudice terzo e imparziale, la loro versione dei fatti. Ma questa possibilità ci è stata preclusa con l’archiviazione, basata solo sugli atti di indagine per lo più predisposte dalla stessa penitenziaria. L’unica cosa che so, perché l’ho appresa dalla stampa, è che il comandante della polizia penitenziaria in capo quel giorno è stato promosso a svolgere la medesima funzione nel carcere di Parma, che essendo un istituto che ospita il 41-bis è considerato uno dei carceri più importanti in Italia.

Nel carcere di Modena, come denunciato da diversi detenuti anche prima del 2020, e da numerosi atti di autolesionismo posti in essere dagli stessi, la sofferenza psichica trattata e inferta attraverso l’uso di sedazione e psicofarmaci è un elemento ricorrente. Come fa il DAP a esimersi dalla responsabilità delle tossicodipendenze all’interno di un carcere?
Il tema è di carattere generale e delicatissimo. Le statistiche ci dicono che quasi un terzo dei detenuti in Italia è tossicodipendente: dunque non dovrebbe essere in carcere, ma in una struttura adeguata. Ancora più allarmante è la percentuale di detenuti che quotidianamente prende psicofarmaci: secondo Antigone, in alcune strutture si arriva anche al settanta per cento, e più di un detenuto su dieci ha una diagnosi psichiatrica grave.

Basta entrare una volta all’interno di un istituto per rendersi conto di questo, e del fatto che le carceri non possono essere umanamente sopportabili da chi ha problematiche di questo tipo. Non deve stupirci perciò il numero altissimo dei suicidi in carcere o di gesti autolesionistici che ogni anno va ad aumentare. Solo a Modena nel 2025 ce ne sono stati cinque, così come aumentano gli episodi di violenza. Ogni carcere è una bomba pronta a esplodere, ormai da decenni, ed è questo che è successo lì. (intervista di -ellera)

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