Zero sconti di Conte. Non c’è eccezione al suo metodo, l’ha capito uno come Kevin De Bruyne, figurarsi se poteva essere più morbido con Marianucci e Ambrosino, che pagano le parole fuori posto, e fuori luogo, dell’agente Giuffredi. Restano a casa, con Lang e Lucca già ceduti per una chiara volontà del tecnico, una sorta di cessione punitiva per chi non ha sposato il suo metodo in allenamento. Gli estremisti pensano che “comunicare” significhi essere d’accordo con loro.
Uno l’episodio, che resta tale, a prescindere dal risultato che magari sarebbe stato lo stesso. Non dare, però, il rigore al Napoli per il placcaggio di Bremre in stile Jonah Lomu su Hojlund è inquietante. Non rilevare, nella stessa azione, il fallo su Vergara appartiene invece alla sfera della fantascienza. Qualcosa che non può essere, è che invece è. Fenomeni paranormali, che sono diventati consuetudine da quel maledetto rigore assegnato a Di Lorenzo contro l’Inter a Fuorigrotta. Una sciagura.
Due partenze, che sanno di sconfitta. Di tutti, per tutti. Perché ci hai investito più di 60 milioni, senza nemmeno considerare gli stipendi. Perché Lucca e Lang sono stati due nomi che sono stati vagliati per mesi, dal gennaio 2025 in poi, per poi essere bocciati praticamente dopo poche uscite. Qui non si tratta di ‘Quando finisce un amore’, qui non s’è provato manco per sbaglio ad innamorarsi. E in estate ci si ritroverà, con tanti dubbi e troppi milioni che rischiano di andare in fumo. Di chi la colpa?
Tre mesi in cui il Napoli di fatto dovrà rinunciare a David Neres: gennaio, febbraio e marzo. Chissà, un enorme chissà. Un gargantuesco chissà. Su quei minuti col Parma, sui primi esami, sulla gestione del tutto. Nel momento migliore della carriera il brasiliano si ferma, ancora una volta. Un volo del gabbiano sempre strozzato, come l’urlo di chi si trova sempre a fare i conti con le proprie fragilità. Chissà se è stata solo sfortuna.
Quattro come le squadre che si qualificheranno alla prossima Champions. Ciò che sembrava scontato, misteriosamente dovuto, è stato rimesso in discussione. Accade sempre, quando dimentichi la strada che hai fatto, perdi le tracce dei passi che hai fatto per arrivare dove sei. E commetti un grande torto a te stesso, al tuo viaggio. È l’ora di rimboccarsi le maniche, perché qui c’è in gioco una bella fetta del futuro prossimo. Non andare tra le prime quattro sarebbe più drammatico di tua madre che ti obbliga a vedere una serie tv turca.
Cinque meno a Juan Jesus, ad una sbavatura che nasce da un’umana esitazione. Forse anche da un pizzico di sfiducia nelle doti coi piedi di Meret, che sostituiva Milinkovic. In ogni caso il primo di una stagione incredibile, onestamente oltre ogni aspettativa. Ci mette la faccia JJ, che ha imparato bene come nel calcio tutto possa cambiare in un secondo, già dalla gara successiva. A cui sta già rivolgendo tutta l’attenzione. Voltare pagina è un atto di rispetto verso se stessi.
Sei come i sessanta metri palla al piede di Vergara con forza e qualità. Sussurri nelle orecchie, mentre Antonio viaggia spedito prima di essere steso, che ad ogni passo ti chiedi: ma perché questo qui ha giocato 5 minuti nelle prime 20 giornate? Ma questa emergenza, questa stanchezza, questa caterva di infortuni ce la siamo andata pure un pochino a cercare con una gestione che definire discutibile è roba diplomatica al livello dell’Operazione Torch nella seconda guerra Mondiale.
Sette metri dalla porta, forse meno, Lukaku cicca il pallone perfetto di Hojlund. Parliamoci chiaro: Romelu sta al 30%, volendo esser buoni. Avrà bisogno di almeno tre settimane, ma nel frattempo è tornato a occupare l’area. A prendersi i suoi spazi, quelli che liberato pure Spartaco Hojlund dalle catene. È un’opzione, una strada già battuta che ti ridona certezza come la casa dei genitori. Poi si dice sempre che l’importante è arrivarci ad avere le occasioni, è già un grande segnale per una punta. Bentornato Big Rom.
Otto punti in classifica ed una prova finale da Orgoglio e Dignità alla Lucio Battisti. C’è il Chelsea, l’Europa da conservare, da conquistare, da far ricredere dopo un cammino mediocre. Non resta altro che affidarsi ad una reazione, fisica ed emotiva, nella partita che potrebbe avere risvolti importanti anche nelle scelte di mercato. “Quando si impara a vedere?” chiedeva Parthenope al Prof Marotta. “Quando inizia a mancare tutto il resto”, rispondeva lui. Ecco, ora che manca praticamente tutto, bisogna vedere ciò che ancora di buono può esserci.
Nove punti dalla capolista l’Inter. La 22esima giornata ha il sapore di fine estate, un traumatico risveglio da quelle promesse, non mantenute, fatte tra salsedine e notti luminose. Il Napoli era davanti a tutte, ha speso 200 milioni, poi son successe tante cose, molte delle quali legate alla legge del caos. Avete presente la scena di Jurassic Park e la teoria della goccia sulla mano che non cade mai dalla stessa parte? Ecco, siamo a quei livelli lì. In ogni caso, fa male. Saperlo di fatto già ora, che verrebbe da mettere la mano sul petto e tenerlo stretto. Il grande rammarico? Non aver potuto giocarsi tutte le carte.
Dieci undicesimi della squadra titolare. Questa la balla spaziale pronunciata da Spalletti in riferimento al Napoli, dimenticando che mancavano in realtà almeno 6 titolari: Milinkovic, De Bruyne, Anguissa, Rrahmani, Buongiorno, David Neres e mettiamoci pure Lukaku. Luciano è così, didascalico, affascinato dalla prosa estenuante che si trasforma in supercazzola. Qui, però, ha offeso la sua onestà intellettuale e quella di chi l’ascoltava. Dichiarazioni folli, uomini poco credibili. (Semi cit.)
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