Il Napoli cade col Chelsea è fuori dalla Champions: cammino mediocre per gli azzurri di Antonio Conte
Zero a chi ha piazzato la gara con la Fiorentina di sabato. Ma che siamo fessi noi? Ma come si può maltrattare in questo modo la squadra Campione d’Italia? (Qualcuno avvisi Spalletti che lo siamo ancora). Di cose insensate il nostro calcio ne è pieno zeppo, ma qui siamo veramente al limite del falsare il regolare svolgimento del campionato. Il Napoli messo in calendario sabato alle 18 è una carognata come il sale nel caffè.
Uno l’errore madornale di Juan Jesus, che già con la Juve aveva palesato segnali di sbandamento. Quella mano che istintivamente va a cercare il pallone è un segnale d’aiuto, di uno che ha dato tutto e adesso ha perso lucidità. La spia della benzina è più rossa di quella di un neopatentato che non ha i soldi per fare rifornimento, e che quando trova una salita mette la marcia in folle per risparmiare carburante.
Due volte soltanto la squadra Campione d’Italia è stata eliminata dalla fase a gironi della Champions League: il Napoli di Conte oggi, la Juve di Conte nel 2013/14. Tra Antonio e questa competizione c’è da tempo una sorta di idiosincrasia, un profondo senso di insofferenza per la poca compatibilità tra le idee del tecnico e le richieste di un calcio probabilmente più orientato a offendere che ad attaccare.
Tre gol presi e nessuna colpa di Meret. Perché ne ho già lette di stron**te in giro, di pagelle che vogliono insinuare qualche dubbio. La malafede di cui è oggetto questo ragazzo è misteriosa, volta solo a cavalcare una fazione cocciutamente contraria al portiere più vincente della storia del Napoli. Siete meno credibili di una previsione meteo a Pasquetta.
Quattro giorni alla fine del mercato. Si aspetta qualcosa che non faccia solo numero. Che sia roba impattante, sin da subito. Che tolga qualche alibi a Conte, che permetta di portare a casa quello che ora è l’obiettivo minimo per salvare la stagione: la qualificazione in Champions League. Siamo già a quel punto lì, a dover salvare la stagione. Se ripensiamo alle aspettative, resta tanto amaro. Se ripensiamo alle infinite sfighe dell’annata, c’è quasi da rimboccarsi le maniche e pensare che si possa ancora chiudere in positivo. Qualificazione in Champions League, Coppa Italia e Supercoppa (già in bacheca) e ci abbracciamo.
Cinque i cambi del Chelsea, buttando dentro gente del calibro di Cole Palmer, Garnacho e Gittens. Nel Napoli entrano l’anonimo fin qui Gutiérrez, un Lukaku in ritardo di condizione e l’emarginato (da Conte) Beukema. Non serve una particolare investigazione, né chiamare in causa l’Ispettore Callaghan e affidargli il caso Scorpio per giungere a una conclusione: loro sono una corazzata, noi avremmo bisogno di un carrozziere.
Sei pere dal PSV, anonimo 0-0 col Francoforte, ko per rivitalizzare il Benfica, l’affresco finale, una cappellata più che una cappella, a Copenaghen dove non hai vinto manco con l’uomo in più per un’ora. La campagna europea è una Waterloo, anche per la portata delle avversarie affrontate. Tre di queste sono uscite, il Benfica è arrivato ventiquattresimo grazie a un gol del portiere di testa a tempo praticamente scaduto. Giusto per rendere la portata dell’eccezionalità di quanto accaduto.
Sette alla prestazione contro il Chelsea: non è certo in questa gara che si è andati fuori. Anzi, finché le gambe hanno retto, la squadra ha dato un altro grande segnale di vitalità, vincendo ogni duello e arrivando sempre sui palloni vaganti. “Ascoltateli. I figli della notte. Quale dolce musica emettono”, diceva il Dracula di Bela Lugosi. Il problema è che, finite le energie, si è spenta la musica e la notte da sogno è diventata da incubo.
Otto gare in Champions con otto punti: non serve la calcolatrice per fare la media. Ci siamo spesso accontentati delle briciole, si è scelto di non osare, affidando “alla prossima partita” una speranza che poi è morta quando non c’era più tempo per invocarla. Questo spirito sparagnino, questa aridità di coraggio, l’assoluta assenza di quella sana spregiudicatezza degli anni giovanili ha portato il Napoli a un clamoroso fallimento europeo. “Passerà anche questa stazione senza far male…Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore. Ma dove, dov’è il tuo cuore… Ma dove è finito il tuo cuore”.
Nove a Rasmus che ha fatto il Nove. Con meno energie di Muhammad Ali nel Drama in Bahama contro Trevor Berbick, la prova di Hojlund è quasi commovente. Le ha giocate praticamente tutte, senza mai risparmiarsi. Col Chelsea va a pressare pure l’autista quando arriva al Maradona e segna un gol col movimento che m’ha ricordato il Matador Cavani. È una pietra su cui costruire il Napoli che verrà. Le pietre preziose, però, vanno custodite e preservate: ha bisogno di tirare un attimo il fiato.
Dieci ad un ritaglio da album di famiglia, una Polaroid in bianco e nero da tirar fuori tra una ventina d’anni accompagnata dalla frase ‘Ma te lo ricordi il gol di Vergara col Chelsea?’. Come gli viene in mente, a questo pazzo scatenato di Antonio, di provare a fare la rouleta alla Zidane in area di rigore avversaria e calciare, cadendo, il pallone all’angolino col sinistro? Non ha alcun senso, non l’avrebbe neanche pensarlo, figuriamoci riuscirlo a renderlo reale. Tiene una forza nella parte bassa del corpo che è misteriosa, i difensori pensano di spostarlo ma è lui che sposta loro. Non si muove mai, è un tronco nell’erba. Che genera ogni volta frutti rigogliosi. Non parliamo più di giovane, la notizia scioccante e che parliamo di uno che fa cose che fanno i fenomeni. Ed è un figlio di questa terra. Come recitava Judy Garland ne ‘Il mago di Oz’: “Nessun posto è bello come casa mia”.
