
Ho da poco visto l’ultima puntata della serie Portobello, diretta da Marco Bellocchio, sul terribile caso giudiziario di Enzo Tortora. L’ho trovata bella e appassionante, capace di trasmettere, con tutta l’angoscia relativa, il senso di reclusione di un innocente e quello conturbante di una Legge senza Giustizia. La bravura del regista e degli altri autori, attraverso delle interpretazioni riuscitissime, è stata anche quella di aver ridato il ritratto di un’Italia cialtrona e grottesca che, purtroppo, ha avuto, e ha ancora, un ruolo determinante nella storia del nostro paese. Bellocchio ha dimostrato coraggio ad accettare di mandarla in onda in un momento in cui si votava per il referendum sulla giustizia, senza risparmiare le necessarie critiche a quei magistrati che furono i ciechi coautori della tragedia del povero presentatore televisivo. Non è certo una sorpresa, perché Bellocchio è un regista che da anni si è dato il compito di dare al suo cinema anche lo scopo di analizzare la storia e la coscienza di un paese. Ho però un appunto, che non riguarda l’opera, quanto invece lo sguardo che Bellocchio ha avuto su un aspetto di questa vicenda, e su una questione per la quale mi sono interrogato dall’inizio, puntata per puntata, in cerca di una risposta. Scioccamente mi dicevo che forse a mancare nel suo sguardo era la lezione di Leonardo Sciascia sulla mafia (e di cui la camorra rappresenta una declinazione), finché mi sono accorto che invece Sciascia è ben presente nella serie. Devo spiegare qui ciò che non per tutti e tutte può risultare chiaro, e cioè che Sciascia scrisse più volte la sua opinione sul caso Tortora, di cui era amico pur, come lui stesso precisa, senza averlo mai visto in televisione. In particolare, il suo commento sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983, è un esempio di lucida analisi, oltre che di convinzione dell’innocenza di Enzo Tortora, appena dopo il suo arresto per associazione camorristica. In quell’articolo, lo scrittore siciliano lamenta l’irresponsabilità dei giudici, cita inoltre i duecento casi, sugli 856 totali, di persone fatte arrestare erroneamente dalla procura di Napoli in quella primavera dell’83, e arriva alla proposta, per evitare il ripetersi di tali empietà giudiziarie, che “un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare a ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone e Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”.
Di questo punto di vista, il film a episodi di Bellocchio, contiene quasi tutto, con un uso esemplare dell’intreccio cinematografico nella ricostruzione della vicenda. Anche un precedente passaggio, dallo stesso articolo di Sciascia, è diventato simbolo ricorrente della sua serie, e cioè quello in cui le accuse a Tortora vengono descritte come “un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano prestato fede a una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie”.
La lungimiranza di Sciascia è forse quella che fa funzionare tutto il meccanismo di catarsi che lo spettatore prova di fronte al film a puntate di Bellocchio. Infatti l’ultimo episodio della serie finisce con la stessa apprensione, postuma la sua e coeva quella di Sciascia, che il caso Tortora rappresenti una stortura, anzi una terribile implicazione, di un sistema giudiziario suscettibile non solo alla suddetta irresponsabilità dei magistrati ma anche all’uso errato dei collaboratori di giustizia, fenomeno allora allo stato iniziale. Per dirlo con parole più vicine a noi: l’assurdo in cui chiunque può ritrovarsi quando la Legge perde la sua funzione di garante della Giustizia.
Su queste premesse, il mio appunto riguarda le motivazioni raccontate nella serie di camorristi come Giovanni Pandico e Pasquale Barra, i principali accusatori, insieme ad altri nove detenuti, di Enzo Tortora. Un’accusa in malafede, come poi venne a galla grazie all’onestà di un altro magistrato, Michele Morello, sia nella sentenza d’appello che in quella di cassazione. Nella serie, Pandico è giustamente raccontato come l’iniziatore della strategia accusatoria, seguito poi da Barra e dagli altri, i quali tutti poterono concertare le loro dichiarazioni grazie al regime carcerario privilegiato di cui godevano in quanto collaboratori (passarono molto tempo in cella insieme durante la fase delle indagini). Di Pandico viene mostrata anche la pazzia, clinicamente diagnosticata, mentre di Barra no, sebbene fosse un assassino efferato e sadico; e ancora, del primo, emerge, grazie alla deposizione di un compagno di cella, l’ossessione per il personaggio televisivo Enzo Tortora. Ma perché questi due criminali tirarono in ballo il povero presentatore? Nella serie viene avvalorata una sorta di complicità nella costruzione del caso tra i magistrati a capo dell’indagine e i collaboratori di giustizia, nata a partire da un’annotazione su un’agenda, sequestrata dagli investigatori e recante la dicitura “Enzo Tortora” (anche se in realtà era “Enzo Tortona”). Questa convergenza fu utilizzata dalla Procura per dare visibilità al primo grande processo contro la camorra, attraverso un personaggio che catalizzasse l’attenzione dei media. Una spaventosa spettacolarizzazione, data la quale, gli avvocati difensori dovevano apprendere i dettagli delle accuse direttamente dai giornali. Nel film i collaboratori di giustizia sono quasi imbeccati dai magistrati e si prestano al gioco, gli uni convincendosi, gli altri inventandosi, che Tortora sia un criminale. Le motivazioni di Pandico e degli altri, nella serie tv, partono dalla follia e dall’ossessione per Tortora del primo, passano per i privilegi dello status di collaboratori per tutti (ma che erano godibili anche senza le accuse a Tortora) e arrivano a una miscela di mitomania, nichilismo e iconoclastia.
Questo, più o meno, è quanto emerge dalla serie Portobello, ed è altamente probabile che sia andata così, almeno per quanto riguarda i magistrati di quella vicenda, ritratti nel film con il colore della malafede e anche, per dirla con Sciascia, con quello dei “cretini intelligenti”. Ma c’è un punto cieco nello sguardo della serie, come in quei grossi veicoli da trasporto su ruote, e deriva dal fatto che i mondi che Bellocchio racconta sono tanti e vanno da quello dello spettacolo e dei media, fino ai tribunali e alla camorra, ed è proprio su quest’ultimo che sento di voler fare una precisazione. All’uopo, riporto qui un altro passaggio dell’articolo di Sciascia: “Non credo nell’infermità mentale quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce, non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidare, nel seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile”. È l’inizio del capoverso dove poi lo scrittore utilizza la metafora del castello di carte, e di cui mi sembra che il regista non abbia colto fino in fondo il significato. Voglio precisare che questa miopia non è solo sua, ma di molti artisti e intellettuali del nostro paese, quando si accostano alle dimensioni sociali della cosiddetta devianza. Ed è una miopia che ha radici profonde: consiste nel non riconoscere al male una propria razionalità, nel continuare a pensarlo come errore, eccesso o follia individuale. Sembra di assistere a un’applicazione sociologica del concetto di male descritto da Socrate, che in verità è sovrastorico e quindi ontologico, per cui il male nasce dall’ignoranza del bene, un’idea che attraversa anche il pensiero moderno: l’idea che il bene coincida con la ragione e che il male sia una sua mancanza. Ma è proprio questo schema che, di fronte a fenomeni come la camorra, una delle forme umane del male, si rivela insufficiente. Perché la camorra – come ogni organizzazione criminale – non è il luogo dell’irrazionale, ma al contrario è un sistema dotato di logica, di strategia, di finalità precise per quanto condotte da un individualismo estremo. Non è follia, o non lo è nel senso rassicurante che le si potrebbe attribuire: è una razionalità altra, deviata quanto si vuole, ma lucida, operativa, efficiente nei propri scopi. Quando Sciascia parla di “follia non priva di metodo”, coglie esattamente questo punto: il metodo mira a un obiettivo. Confondere, intorbidare, moltiplicare le accuse, coinvolgere innocenti non sono derive patologiche, ma strumenti. Ridurre tutto questo a follia o opportunismo significa, paradossalmente, risolvere tutto nella categoria dell’assurdo e quindi praticare una forma di esorcismo. Il male starebbe all’infuori della ragione e quindi, quando la ragione si imponesse, il bene sarebbe al suo posto. Non ho la conoscenza necessaria per citare filosofi come Nietzsche o Foucault, ma la loro visione potrebbe servire a stabilire che forse il crimine, come la sopraffazione e l’ingiustizia vengono da un’estremo della razionalità operativa. La camorra, in questo senso, non è il contrario della ragione: è una delle sue possibili degenerazioni.
Ma a cosa mirava questo metodo di Pandico e dei suoi “complici di giustizia”? Possiamo avanzare delle ipotesi se partiamo dall’assunto che il nichilismo e l’iconoclastia erano delle coperture, o meglio gli involucri, di una precisa strategia. Ma devo precisare che esiste una differenza tra strategia e tattica, e quella dei camorristi del caso Tortora è più definibile come tattica, mentre la strategia è sempre la stessa, tipica di orientamenti del genere, e cioè l’affermazione di un sistema di violenza e di sopraffazione come unica possibilità esistenziale, una sua legittimazione. La tattica, io credo, riguardava per Pandico e gli altri, il cercare di far collassare la nascente istituzione del ruolo giudiziario dei collaboratori di giustizia, messa in atto dallo Stato per far saltare dall’interno il meccanismo delle mafie. Questo concetto giuridico era allora ispirato alle recenti leggi contro il terrorismo, e venne applicato per la prima volta alla criminalità organizzata nella repressione della camorra – organizzazione protagonista, agli inizi degli anni Ottanta, di un’efferata guerra e, in generale, di una forte crescita in termini di potere e di interessi – al fine di contrastare quella legge dell’omertà che sta alla base di ogni organizzazione mafiosa. Il ruolo dei collaboratori fu messo poi a punto nel maxi-processo di Palermo contro la mafia siciliana di pochi anni dopo, e finalmente perfezionato nei primi anni Novanta, con continue revisioni fino a oggi. Quello che fecero Pandico e gli altri fu di aderire come dissociati alle appena stabilite possibilità collaborative, dopo che il loro clan, ossia quello dei cutoliani, era imploso per il fallimento del progetto di Cutolo di organizzare una cupola decisionale dei clan campani sul modello di quella palermitana (anch’essa fallita e che portò invece alla collaborazione di Tommaso Buscetta con il magistrato Giovanni Falcone). Entrambe queste ambizioni egemoniche, scatenarono guerre tra clan e famiglie, in modo più mimetico a Palermo e invece dichiarato a Napoli. All’indomani degli arresti di massa, mentre lo Stato stava provando una via repressiva più sofisticata, Pandico e gli altri, non tutti con la stessa consapevolezza, reagirono entrando in questo circuito con lo scopo di sabotarlo e segnare così l’impotenza della legge di fronte a loro e a quelli come loro. Non agirono quindi solo per vantaggio personale, ma in nome degli interessi e dei valori di tutte le organizzazioni criminali di quel tipo. Certo, come racconta Bellocchio, trovarono terreno facile nell’incompetenza e nella vanità di quei magistrati del primo processo, ma si videro fermati non appena un uomo di Giustizia e non di Legge prese il controllo della situazione. Io non ho le prove di tutto questo, ma per la conoscenza che ho e per le esperienza che ho vissuto, ho sofferto di fronte a un’intensa ma incompleta raffigurazione di Pandico e di Barra come conduttori di un’impresa personale ai limiti dell’assurdo, compiaciuta dalla stupida intelligenza e malafede di quei magistrati. Il loro agire fu ispirato da un sentimento più vasto e complesso, incomprensibile se letto solo secondo un tornaconto o una condizione personale. La complessità dell’azione di tanti boss e luogotenenti, anche se apparentemente inspiegabile o spiegabile con la follia, va vista come effetto della consapevolezza del proprio ruolo dentro, e non fuori, dalla società; in un attacco perenne a delle idee che rifiutano e di cui sono nemici. Ma per vederli come tali, è necessario riconoscergli una ragione, un’intelletto e, in fondo, una cultura, ossia un modo di vedere il mondo. Detto in sintesi, l’azione di Pandico e degli altri nel caso Tortora fu un’azione politica, fu l’azione di un “noi” e non solo di un “sé”; non vedere questo significa non riconoscerne la reale forza e non capire che è quel “noi” che gli si contrappone che deve essere sollecitato a essere migliore. (maurizio braucci)

