
Mi sono chiesta a lungo da dove cominciare per scrivere di Ragazze del sud. Famiglie, figlie, studentesse in una città meridionale, uscito per Editori Riuniti nel 1979 e firmato da Simonetta Piccone Stella. Il saggio è l’esito di una ricerca svolta a Salerno con un campione di circa cinquanta intervistate tra i venti e i trent’anni, di varia provenienza sociale, tutte iscritte all’università, alle facoltà di magistero e sociologia. Mentre Piccone Stella lavorava a Salerno, sotto la guida di Laura Balbo un gruppo di studiose svolgeva lo stesso tipo di inchiesta all’università di Milano e in altri centri italiani, e nel decennio successivo Renate Siebert-Zahar avrebbe proseguito e ampliato il lavoro con alcune iscritte all’università della Calabria.
Quello che si prefiggevano di indagare queste studiose erano le trasformazioni della condizione e della mentalità femminile negli anni del cosiddetto boom economico. Le portavoce di questo cambiamento, a loro avviso, erano le giovani studentesse universitarie, in quanto protagoniste di esperienze nuove ed emancipatorie, dove meglio che altrove era possibile registrare le discontinuità con il passato, i balzi in avanti, i segni del cambiamento. Piccone Stella avverte che, nel caso di una piccola città di provincia meridionale come Salerno, cercare le trasformazioni vuol dire confrontarsi con molteplici situazioni di contrattazione, di stasi, di percorsi emancipatori annunciati, desiderati ma impraticabili, con consapevolezze raggiunte a metà, con rivolte silenziose.
Il metodo è quello dell’intervista, della narrazione di sé, dell’auto-riflessività accompagnate dai commenti dettagliati dell’autrice. Le voci delle ragazze vengono maneggiate con destrezza e nessuna parola cade nel vuoto. Le analisi di Piccone Stella si leggono tutte d’un fiato e non lasciano scampo: i discorsi delle ragazze dicono solo una parte, tutto va riletto, lo sguardo ampliato, i non detti esplicitati, ogni cosa significa.
I racconti delle giovani fanno emergere le confessioni che potrebbero trovarsi nei loro diari. Piccone Stella le interroga sul rapporto con la famiglia, i genitori, i fratelli e le sorelle, le vicende biografiche che hanno segnato la loro crescita, le aspettative che sentono gravare su di sé, il rapporto con gli uomini, i partner, la sessualità, il posto che sentono di occupare nella società e, ovviamente, i modi in cui stanno cambiando la propria condizione di donne. Ne consegue che molte narrazioni consolatorie vengono abbandonate sotto la spinta delle pungenti domande di Piccone Stella, in un processo di presa di coscienza attivato dal rapporto tra intervistata e ricercatrice.
Nella trattazione tematica non c’è un vero punto di partenza, il testo gira e rigira su se stesso, affrontando allo stesso tempo tutte le questioni che si trovano intrecciate nella vita quotidiana delle giovani e così anche nella narrazione. Le ragazze si presentano. Sono innanzitutto figlie femmine di famiglie meridionali. Sanno bene cosa implichi questa condizione. Mentre faticano a presentarsi come studentesse universitarie, sintomo del fatto che la condizione di studiose immesse in un percorso professionalizzante non viene riconosciuta come propria fino in fondo, non esiste l’abitudine a usarla come auto-rappresentazione. Sono, infatti, in questa esperienza le prime – tema ricorrente nella sociologia dell’autrice –, non hanno in questo alcun antecedente e, se si voltano indietro, alcuna tradizione a cui rifarsi.
Queste giovani, che per la prima volta continuano gli studi, prendono tempo: non si sposano subito, non passano da una famiglia a un’altra, non mettono al mondo dei figli prima dei venticinque anni. Hanno un tempo prezioso per sé, che chi le ha precedute non aveva, un tempo in cui possono pensare, chiedersi in base a cosa scegliere una strada piuttosto che un’altra, individuarsi, costituirsi come soggetti. L’importanza di questa sospensione dai doveri familiari si manifesta in una serie di “affermazioni in negativo”, in cui dichiarano, per esempio: “non penso al matrimonio”, e dicendo ciò segnalano, indica Piccone Stella, “il disgusto per un percorso obbligato”, il rifiuto di una strada già tracciata, in ogni caso fatta di esserci per gli altri, mentre ora scoprono cosa significhi esserci per se stesse.
Volendo rintracciare invece un punto di inizio, la condizione di figlie fornisce le prime coordinate per orientarsi nell’universo simbolico di queste ragazze. Come la stessa Piccone Stella constata all’inizio della ricerca, queste donne, nonostante siano iscritte e frequentino l’università, un luogo altro, dove è possibile sperimentare un alto grado di libertà, sono immerse nell’istituzione familiare che viene percepita ancora – e l’ancora è un riferimento alla diversa condizione delle stesse giovani nelle regioni settentrionali – come principale o unico nucleo di appartenenza alla sfera sociale.
La famiglia è così composta. I padri continuano a presiederla emanando leggi autoritarie; con loro le giovani mantengono un rapporto di distacco che a volte sfocia in odio. Le madri aderiscono alla legge del capofamiglia e con loro le figlie intrattengono diversi tipi di rapporti di dipendenza. Le figlie adottano diverse strategie per portare le proprie istanze in questo contesto: si passa da stati di guerra permanente a rivolte silenziose, fino alla poco convinta accettazione dello stato delle cose – in questi casi spesso si immagina di emigrare, di andare via dal Mezzogiorno.
Nel complesso madri e padri sono figure segnate dall’ambiguità: mentre da un lato incarnano dei modelli ancora in uso, dall’altro emanano da loro direttive vaghe, incerte, prescrizioni che lasciano più spazio al volere delle figlie. Questi genitori, scrive Piccone Stella, “hanno abdicato al ruolo di oppressori assoluti e si limitano a fare quadrato intorno ad alcuni valori. Intanto però non viene abbracciato nessun nuovo modello”.
Il sottofondo di tutte le storie narrate rimanda a una realtà sociale in lenta trasformazione, in cui si fatica a scorgere nuovi spazi – ricreativi, di lavoro, di vita – dove sia possibile sperimentare e dare forma a nuovi modelli. La mancanza di questi spazi non è, per Piccone Stella, un elemento trascurabile. Le ragioni vengono rintracciate nel perdurare di diverse forze e istituzioni sociali del Mezzogiorno, in primis la famiglia, che si sono confrontate con i segni del cambiamento senza aver compiuto passaggi intermedi, dando forme proprie alla modernizzazione che ha riguardato i diversi ambiti della società italiana del dopoguerra.
Un’altra ragione riguarda il punto in cui si trovano le studentesse: abitanti a pieno titolo delle tensioni descritte, le protagoniste del libro non arrivano a produrre una critica strutturale della famiglia, perché non collegano interamente la loro condizione alle cause della loro condizione. Ciò emerge anche dalle opinioni che hanno circa l’istituzione del matrimonio e della stessa famiglia, su cui si esprimono con “continue contraddizioni e smentite, spie della fatica che un riesame cosciente di questi istituti, pilastri della vita femminile, comporta”.
Emerge quindi un rifiuto da cui deriva un disagio – la critica verso il matrimonio come percorso di fuoriuscita dalla famiglia –, il bisogno di smarcarsi da percorsi obbligati, ma mancano le analisi strutturali sulle catene di causa ed effetto che conducono a questi disagi. In altre parole, si potrebbe dire che manca uno sguardo complessivo – e politico – sulla propria condizione e sulle istituzioni che la sorreggono. Questa è la tesi finale a cui giunge Piccone Stella.
Mi sono chiesta infine che spazio avessero le amiche, la politica, i rapporti sociali nelle vite delle protagoniste. Possibili percorsi emancipativi collettivi vengono disdegnati nei racconti delle giovani. E mentre i rapporti d’amicizia con le donne sono declassati perché la figura della donna è posta un gradino al di sotto di quella dell’uomo, la politica risulta un terreno difficile da attraversare senza un percorso di soggettivazione parallelo, a cui le giovani non sono state educate. I rischi che ne conseguono sono la partecipazione segnata da un conformismo al gruppo cui segue la disaffezione, o l’assunzione del comportamento maschile.
Molti anni dopo questa inchiesta Piccone Stella si sarebbe dedicata alla forma letteraria del diario, producendo un’analisi confluita nel saggio In prima persona. Scrivere un diario. Ripercorrendo la trama di Ragazze del sud mi sembra che tutto resti chiuso nel diario e fuori dalla stanza è difficile distinguere le tracce del percorso svolto. Il ruolo del diario però è anche quello di registrare uno stato d’animo, un momento di conflittualità con il proprio io.
Nel lungo arco temporale rappresentato dal secondo dopoguerra, il ruolo della donna, il concetto di identità femminile, l’organizzazione della famiglia, hanno rappresentato ambiti in cui i rapporti si stavano ridefinendo sotto la spinta – tra gli altri – di una vasta partecipazione femminile al mercato del lavoro, di un progressivo calo delle nascite, quindi del sopraggiungere del modello della “doppia presenza”, esito combinato del lavoro di cura con il lavoro retribuito intermittente. Il ruolo della donna nella famiglia e nella società andava assumendo forme talvolta nuove, con una consapevolezza parziale e un grado di scelta da parte delle sue protagoniste di volta in volta da indagare.
Piccone Stella è un’attenta osservatrice di questi fenomeni. In Ragazze del Sud ci mostra un pezzo di questo mosaico dando voce al crescente numero di donne iscritte all’università. La difficile conclusione a cui arriva è che sono le stesse ragazze a opporre delle resistenze alla propria emancipazione, non riuscendo a esercitare una critica approfondita dei rapporti di potere all’interno delle loro famiglie, non rivendicando pienamente la propria libertà né impegnandosi nel costituire un modello emancipativo proprio.
Queste considerazioni non devono oscurare il percorso di consapevolezza e rottura intrapreso dalle giovani. All’interno di quella generazione, il libro di Piccone Stella mostra come alcune avessero cominciato a prendersi del tempo, a rompere con i dogmi più insopportabili delle istituzioni sociali nelle quali erano cresciute, a farsi delle domande. Domande che valgono per ogni generazione, da riproporre, da ripercorrere. (barbara russo)

