
Il 16 marzo 2026 Tommy Olsen, cittadino norvegese e fondatore della Ong Aegean Boat Report (ABR), che da anni monitora e denuncia i respingimenti delle persone migranti nel Mare Egeo, viene arrestato nella sua casa a Tromsø, in Norvegia. L’arresto segue una richiesta di estradizione emessa dal governo della Grecia, ed è finalizzato a sottoporre l’attivista a un processo nel quale viene imputato di favoreggiamento e organizzazione criminale, e per il quale rischia di essere condannato fino a vent’anni di carcere. La sua detenzione e la persecuzione della sua organizzazione rivela la complicità degli stati europei nella violenza agita contro le persone migranti.
La richiesta di estradizione viene emessa, non a caso, alle soglie dell’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, operativo da giugno 2026, le cui direttive in merito alle politiche di frontiera dei paesi membri e degli aderenti Schengen sono state preannunciante dall’implementazione di decreti e leggi nel 2025. Queste ultime, hanno infatti predisposto in maniera intermittente sospensioni al diritto di asilo in base ai capricci dei governi e agli equilibri geopolitici (pensiamo al caso dei paesi nord-africani o della Siria), condannando alla detenzione e alla deportazione sempre più vite umane. Parallelamente all’affossamento definitivo della libertà di movimento attraverso l’arma del paese sicuro, il nuovo Patto opererà una stretta decisiva anche in materia di favoreggiamento, tema da sempre prediletto per criminalizzare la solidarietà internazionale, che da dieci anni a questa parte ha spinto migliaia di individui a mobilitarsi in difesa dei diritti delle persone migranti. Già dallo scorso 5 febbraio 2026, il governo greco ha predisposto una nuova legge secondo cui il rivestire un ruolo dirigenziale all’interno di un’organizzazione non governativa si traduce automaticamente in un fattore aggravante in casi legati a violazioni dei codici in materia di migrazioni. Una coincidenza davvero curiosa, dal momento che allo stesso mese risale la notifica di arresto di Olsen.
La sua persecuzione aveva avuto inizio anni fa, con l’avvio di diverse indagini avviate per volontà delle procure di varie isole-hotspot dell’Egeo. Sebbene quattro siano state archiviate, un’indagine avviata nel 2022 dalla procura di Kos lo vede rinviato a giudizio. A “incriminarlo”, sarebbe un messaggio scambiato con un uomo sbarcato a Kos nel luglio 2021 e l’accusa di complicità nel traffico illegale, avanzata da un membro della guardia costiera.
Il vero motivo di questo accanimento giuridico? L’organizzazione di Olsen svolge da anni attività di monitoraggio nel Mar Egeo, rendendo nota la presenza di imbarcazioni in transito alla guardia costiera allo scopo di avviare le attività di soccorso, spesso in seguito alla richieste di aiuto ricevute da una linea telefonica d’emergenza specificatamente predisposta. Nel corso degli anni tale strumento ha però anche permesso di collezionare numerose prove audio-visive, incluse scene di rapimenti, prese in ostaggio e violenze in mare, permettendo così di denunciare le violenze e i respingimenti illegali effettuati dalle autorità greche e contribuendo a smascherare l’ipocrisia del sistema di “accoglienza” europeo.
In particolare, Aegean Boat Report nasce come pagina Facebook tra il 2015 e il 2016, nel pieno dell’intensa stagione migratoria che proietta la frontiera greca nel ciclone mediatico internazionale. Nasce quindi come pagina di informazione, pubblica notizie in tempo reale sugli sbarchi, promuovendo un’attivazione che aveva spinto lo stesso Olsen a svolgere attività di volontariato sull’isola di Lesbo. L’obiettivo del progetto era colmare il vuoto in materia di dati, trasmessi all’epoca in maniera opaca e incostante dai governi e dall’UNHCR. La peculiarità dell’approccio della futura associazione consisteva nel considerare non solo i dati europei, ma anche quelli turchi, confrontando così le partenze con gli sbarchi, e restituendo una visione molto più coerente, ma anche drammatica, della realtà. Nel 2018, grazie alla presenza di vari attori sul campo, nasce la Ong norvegese, che ha saputo garantire un’operatività h24, sette giorni su sette, diventando uno dei maggiori riferimenti sul territorio greco.
Gli slanci di solidarietà internazionale che si raccolsero all’epoca della “stagione migratoria” furono innumerevoli. È altrettanto innegabile, tuttavia, quanto la stessa parola “solidarietà” a cui si faceva appello, fosse diventata uno strumento tutt’altro che neutrale, e piuttosto strategico. Esso veniva rivolto a soggetti migranti, che per etnia e religione costituivano in quel periodo gli stessi obiettivi politici della “caccia al terrorista” scatenatasi in parallelo all’escalation di violenza e di morte nella Siria di Assad e alla minaccia dello Stato Islamico. Abbiamo imparato a comprendere, oggi, quanto la parola “solidarietà” possa essere un termine pericoloso, coloniale, de-responsabilizzante e, in tal senso, comodo alle agende dei governi europei. Il filone narrativo “solidale” all’epoca si inseriva in un clima politico che esigeva il rafforzamento di una morale cristiana ed eurocentrica, polarizzatrice, dove non poteva esistere alcun margine di ambiguità tra civiltà bianca e barbarie islamica, generosità cristiana e de-soggettivazione araba. L’essere solidale diveniva un salvagente da indossare, lodato fino a quando fosse rimasto ignaro dell’ipocrisia politica da cui veniva celebrata.
In tal senso, dobbiamo chiarire che l’attività di Aegean Boat Report è stata molto più che solidale: è stata politica. Così come politica è la sua richiesta di estradizione oggi. Un manifesto, che dichiara la caccia a chiunque osi sfidare il sistema di apartheid, in cui l’unico vero carnefice è lo stato di diritto europeo. Questa non è di certo una novità, considerando che solo il mese scorso si è concluso il processo che dal 2018 vedeva imputata tra i tanti anche Sarah Mardini, rifugiata siriana accusata di smuggling per aver preso parte a operazioni di soccorso nelle acque di Lesbo, dove lei stessa era sbarcata anni prima. Con lei, anche Sean Binders. Oltre ad aver trascorso più di cento giorni in carcere, gli imputati hanno dovuto affrontare un esasperante processo protrattosi per otto anni e che, come nel caso di Olsen, contemplava possibili condanne fino a vent’anni di detenzione per favoreggiamento.
C’è una motivazione specificamente politica che ci rivela il perché le attività di monitoraggio di Aegean Boat Report abbiano cominciato a essere particolarmente scomode durante i primi anni Venti, periodo in cui peraltro la migrazione aveva cominciato a perdere popolarità, spodestata dalla pandemia di Covid-19 e ancora sostituita mediaticamente dal movimento globale Black Lives Matter. Parallelamente agli accordi Europa-Turchia 2016 e alle loro implicazioni di lunga durata, oltre alla predisposizione di nuovi campi chiusi ad accesso controllato sulle isole dell’Egeo (trionfo dell’approccio securitario e di sorveglianza alla gestione dell’accoglienza), le pratiche illegali di respingimenti alla frontiera, noti internazionalmente come “pushback”, diventano prassi strutturale, di cui lo stato di diritto europeo si serve per implementare le sue leggi razziste. La presenza dell’agenzia europea Frontex al confine, investita di un mandato di lotta al traffico degli esseri umani, ha svolto in questi anni una funzione di deterrenza strategica, organizzando centinaia di spedizioni mortifere, che dai porti sono partite nella notte, o alle prime ore dell’alba, per neutralizzare le imbarcazioni affollate di migranti che a stento contenevano i propri passeggeri, e alla cui guida stavano persone sotto ricatto o marinai improvvisati, scelti casualmente dal gruppo destinato alla “traversata”. Senza poter nemmeno toccare terra e accedere al sistema di asilo, migliaia di persone sono state inseguite, minacciate, ricattate, perquisite, pestate, molestate in mare e a terra, dalla stessa guardia costiera adibita al loro salvataggio. Uomini mascherati di nero compaiono come protagonisti di queste spedizioni punitive nelle testimonianze di ogni persona sopravvissuta. Nel panico generale, il masked-man impartisce ordini, decreta il sequestro di beni essenziali, perquisisce corpi alla ricerca di telefoni che possano contenere prove sul presunto trafficante. Il motore delle imbarcazioni è rimosso e lasciato affondare, il gommone spinto verso la Turchia e abbandonato in balia delle onde. È esattamente quanto raccolto dalle testimonianze di una giovane donna, che il 25 ottobre 2025 ha denunciato in tempo reale un tentativo di respingimento avvenuto al largo di Chios: uomini mascherati e armati di pistole hanno minacciato i passeggeri. Il motore gettato in mare. La giovane testimone, che era riuscita a nascondere il proprio telefono, riesce però a chiamare la linea predisposta da ABR, alle 2:36 del mattino, e gli operatori mettono subito in allerta la guardia costiera turca per operare un soccorso. In attesa del sopraggiungere dei soccorsi, arrivati alle 3:35, i passeggeri restano in contatto con gli operatori, raccontando la violenza subita e inviando prove audio-visive dell’accaduto.
Nel 2023 ABR pubblica alcune fotografie in cui figurano persone legate e bendate, stipate nel retro di un furgone. La fotografia, scattata a Kos da una donna che era riuscita a nascondere il suo telefono, denuncia un tentativo di “pushback via terra”, ovvero il rapimento di persone già sbarcate, che non hanno raggiunto però ancora il campo o potuto dichiarare la propria presenza alle autorità locali. La procura avvia un’indagine dichiarando falsificati tali contenuti. Tempo dopo, Frontex è costretta a smentire e condannare l’accaduto.
Di recente, le testimonianze di un pentito, membro della guardia costiera ellenica, non hanno solo confermato quanto già si denunciava da anni, ma hanno addirittura svelato l’esistenza di una linea telefonica segreta, attraverso cui vengono coordinate le intercettazioni delle imbarcazioni da neutralizzare, in modo da non lasciare tracce nel caso di eventuali indagini.
Il contro-monitoraggio svolto dall’associazione di Olsen è stato quindi cruciale, imponendo di fatto alla guardia costiera di svolgere operazioni di salvataggio e limitandone la violenza. Il legale di Olsen rimane ottimista sull’esito del processo, avendo affrontato ormai numerosi casi analoghi, tutti conclusi con la caduta dei capi di accusa. Tuttavia, l’ordine di estradizione e le accuse mosse contro Tommy, così come quelle verso Sarah e Sean, sono un monito che risuona minaccioso in vista delle nuove legislazioni migratorie e del nuovo scenario geopolitico in Asia occidentale. Lo stato di guerra totale imposto dall’imperialismo sionista in Palestina, Libano, Iran, così come le già precarie condizioni in Siria, Iraq e Afghanistan annunciano un’intensificazione dei flussi migratori verso la Turchia. C’è la possibilità concreta che il nuovo campo di Vastria (capienza settemila persone), costruito in mezzo a una foresta disboscata nel cuore di Lesbo, lontano chilometri da servizi e inaccessibile alle Ong, venga inaugurato davvero, nonostante le esitazioni per l’alto rischio di incendi. Quale volto assumerà la migrazione all’alba di questo patto? Ma soprattutto: quale volto potrà assumere la nostra diserzione da questo sistema imperialista e fatiscente? (roberta cecconi)

