
Quindici minuti di salita tra rocce e arbusti. Peppe e io arriviamo in cima alla collina che domina Cauciano, alto casertano. Davanti una cava ha sventrato la montagna. A sinistra, capannoni industriali in fila lungo la statale. A destra, la pianura coltivata fino al mare. Un’eco di musica arriva dalla concattedrale di Calvi Risorta. Qui, duemila anni fa, c’era Cales, un insediamento preromanico di circa sessantamila abitanti durante la tarda repubblica. “Qua se scavi un metro e mezzo trovi di tutto”, ripetono gli attivisti. Tra muretti a secco e macchia mediterranea, dalle colline della Terra di Lavoro si osserva un paesaggio vivo ma sotto pressione.
Il presidio del Movimento Basta Impianti a Cauciano è stato indetto per bloccare i lavori abusivi di un impianto a biomasse. I lavori, fermati il 23 gennaio, fanno emergere la lentezza e la negligenza delle istituzioni e del comune di Pignataro Maggiore, oggi commissariato. La società coinvolta è Ingegneria Sostenibile Srl, che di sostenibile ha ben poco: mezzi pesanti entrati senza autorizzazioni, cantieri avviati in fretta, vedette lungo le strade di campagna per segnalare occhi indiscreti. I risultati oggi sono i sigilli, un noccioleto e un noceto disboscati, una colata di cemento su un lotto agricolo.
La zona ASI, l’area industriale non lontana, è satura e soggetta a forte attenzione mediatica. L’interesse quindi si sposta sulle colline agricole, sempre più bersagliate dalla pressione speculativa. Cauciano diventa il punto di contatto tra due mondi: profitto e devastazione contro comunità e dignità dei territori. In questo contesto nasce il Consiglio Popolare della Terra di Lavoro: strumento per coordinare mobilitazioni, rafforzare la partecipazione, riaffermare le decisioni dal basso.
Non ero estraneo alla questione di Cauciano. Ne avevo sentito parlare all’ultima assemblea del Movimento e poi il 29 gennaio scorso, durante l’audizione ottenuta in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. «La provincia di Caserta conta centoquattro comuni, più di centocinquanta impianti ad alto impatto e cinque pronto soccorsi pubblici aperti». Biagio Sarnataro, trentacinquenne attivista, inizia così il suo intervento in Commissione, sottolineando la rilevanza nazionale delle istanze della Terra di Lavoro. Cita le bonifiche mai fatte, i roghi ciclici come elementi di un sistema criminale, la produzione schizofrenica di nuove autorizzazioni per impianti energetici. «La popolazione di Terra di Lavoro ora è un soggetto politico ed è disposta a tutte le forme di lotta. Vogliamo un piano sanitario straordinario e vogliamo smettere di piangere i nostri cari e i nostri coetanei».
A seguire interviene Giovanni Merola, avvocato e attivista: «Vorrei fornire alcuni elementi sul passato immediato di queste lotte per motivare ciò che ritengo essere un disegno criminale e sistemico. Ormai sappiamo che riempire i capannoni fino all’orlo di rifiuti e dargli fuoco è un vero e proprio modus operandi. A fronte di quest’evidenza, la risposta istituzionale è sempre stata repressiva. Ci siamo trovati ad affrontare processi come attivisti, tutti conclusi con assoluzioni piene. Hanno denunciato ragazzi, madri, nonni. Abbiamo intravisto un disegno volontario, abbiamo anche temuto che le istituzioni facessero parte di questa distopia criminale».
Merola cita una recente sentenza. Violazione dell’articolo 18 del Testo Unico di pubblica sicurezza: manifestazione non autorizzata, contestata per l’organizzazione di una tavola rotonda nella piazza di Capua. Erano presenti sindaci, senatori, tanti cittadini. L’accusa: avrebbero dovuto presentare la richiesta alla questura e non ai vigili urbani. Notizia del 2 febbraio è un altro sequestro per illeciti che coinvolge un impianto di stoccaggio tessile, proprio a Capua.
Segue l’intervento di Raimondo Cuccaro, ex sindaco di Pignataro Maggiore. «C’è inerzia delle autorità a causa di ingenti interessi economici. Vediamo coinvolte la criminalità organizzata e la negligenza, per non dire il favore, di una parte della classe politica locale. Mi sono fortemente opposto alla realizzazione del rigassificatore della Snam Mobilità Spa a Pignataro Maggiore. Questa struttura si trova a meno di centocinquanta metri dall’impianto che produce gas tecnici, aria liquida, argon, e idrogeno. Due impianti adiacenti di questo tipo in un’area così piccola produrrebbero un risultato devastante in caso di guasti, incendi o terremoti. Salterebbe in aria tutta Pignataro».
Aggiunge che i lavori del rigassificatore, a pena di decadenza, sarebbero dovuti iniziare nel 2021. Hanno avuto attuazione solo nel 2024. L’impianto è inoltre in deroga alle prescrizioni urbanistiche del piano ASI, che regolamenta la zona industriale. Il piano è sovracomunale e viene sistematicamente derogato, aggiunge Cuccaro. «A questo punto chiedo aiuto al Parlamento, che dovrebbe essere interessato alla salute dei cittadini».
La risposta istituzionale arriva dall’onorevole Alifano, Movimento Cinque Stelle. Parla di una terra violentata, partendo dalle cave fino all’utilizzo sconsiderato del suolo. Si dice solidale, propone un’ulteriore commissione parlamentare sul tema sanitario, promette controlli su autorizzazioni scadute. Intanto, in contemporanea, si riunisce la giunta regionale a Napoli per discutere gli stessi temi con un’altra compagine del Movimento Basta Impianti, alla luce della promessa del neo-eletto consigliere Raffaele Aveta di produrre una legge regionale fortemente ispirata dalle vertenze di Terra di Lavoro.
In cima alla collina, poco dopo aver ripreso fiato, ci arriva una telefonata: Raimondo Cuccaro, l’ex sindaco di Pignataro, è venuto al presidio e vuole condividere alcune informazioni con noi. Capitomboliamo giù per fargli alcune domande sulla vicenda di Cauciano.
«Qui l’impianto previsto – ci dice –, da oltre sette milioni di euro su quarantamila metri quadri di terreno agricolo, finisce al centro di una vicenda fatta di vincoli nascosti, firme false e lavori bloccati. L’area individuata per l’impianto a biomassa e metano, secondo il regolamento urbanistico comunale, non sarebbe nemmeno idonea a ospitare strutture industriali, consentite solo nelle zone artigianali e dedicate. Alcune particelle risultano aree boscate sottoposte a vincolo paesaggistico, mai dichiarato nella Procedura abilitativa semplificata (Pas) presentata dalla società. Il terreno sarebbe già stato asservito ad altre costruzioni, quindi di fatto non edificabile. Una circostanza emersa solo dopo l’esposto di un cittadino, mio figlio, che ha portato il Comune a dichiarare inefficace l’autorizzazione. Infine il colmo: il presunto direttore dei lavori disconosce l’incarico e denuncia firme contraffatte. Per l’amministrazione si tratta di un atto inesistente. Il Tar respinge la richiesta cautelare della società Ingegneria Sostenibile Srl, mantenendo, di fatto, lo stop ai lavori. Oggi resta un’ordinanza di ripristino e una vicenda che solleva pesanti interrogativi su legalità, ambiente e tutela del territorio».
Ma la domanda è un’altra. Quante volte il cemento è arrivato prima delle istituzioni? Quanti altri cantieri sono partiti con la stessa strategia: forzare, costruire, poi eventualmente doversi difendere in tribunale? Perché in Terra di Lavoro sembra che il metodo sia sempre lo stesso: occupare con la forza, contare sull’inerzia istituzionale, scommettere sulla stanchezza delle comunità. Troppo spesso si assiste a fenomeni di governance occulta tra sindaci conniventi, uffici tecnici comunali e ditte speculative. Cauciano è un caso, ma è anche un simbolo. È la prova che quando le istituzioni latitano, sono i cittadini a dover presidiare il territorio. Metro per metro. Collina per collina. Il sole scende e ingiallisce la pianura, l’eco della musica si dissolve nell’aria, ma una cosa è chiara: questa lotta non è finita. È appena cominciata. (edoardo m. benassai)

