
Sarà proiettato alla biblioteca di Cascinette di Ivrea (il 10 aprile) e presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli a Torino (il 14 aprile) il film di Tamara Erde This is my land. Il film, realizzato nel 2014, esplora i modi di insegnare la storia in diverse scuole israeliane e palestinesi. Le proiezioni sono parte di un piccolo ciclo che ha l’ambizione di riunire comunità di docenti, studenti (e non solo) disposte a guardare film, ragionare sulla scuola, e discuterne.
Pubblichiamo a seguire un’analisi del film scritta da Antonio Del Castello e pubblicata sul numero 12 de Lo stato delle città.
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Tamara Erde, ex alunna di un liceo di Tel Aviv, ha concluso il suo percorso liceale all’inizio del Duemila senza sapere nulla della Palestina e dell’occupazione israeliana, senza mai porsi domande sulla storia che le veniva insegnata. Studentessa patriottica, è cresciuta con l’intenzione di servire nell’esercito e così ha fatto. Solo durante il servizio militare le sono sorti i primi dubbi sulla parzialità dell’istruzione ricevuta. In questo la sua esperienza ricorda quella di numerosi veterani delle forze di difesa israeliane che negli ultimi vent’anni hanno fondato l’organizzazione Breaking the silence con l’intento di rendere nota la realtà delle pratiche militari di abuso quotidiano sui civili nei territori palestinesi occupati da Israele.
Dopo alcuni anni in Francia, dove lavora come regista, sceneggiatrice e fotografa, Erde torna nel suo paese nel 2014 per girare This is my land, un documentario su come viene insegnata la storia del conflitto in Israele e in Palestina, con l’intento di capire se la situazione abbia conosciuto evoluzioni rispetto ai suoi anni da studentessa. A sette dei docenti da lei contattati per partecipare al suo documentario il ministero dell’istruzione israeliano nega l’autorizzazione. Nonostante ciò, Erde riesce a raccogliere una casistica ampia e diversificata. Tre le scuole secondarie coinvolte nel progetto: ad Haifa (ebraica, laica), a I’billin in Galilea (palestinese, laica) e a Itamar, scuola statale di Talmud e Torah in uno degli insediamenti colonici israeliani nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Tre le scuole primarie, tutte laiche: a Ramallah (Cisgiordania), a Neve Shalom/Whahat al Salam, villaggio israelo-palestinese fondato nel 1972 con intenti progressisti (il nome vuol dire “oasi della pace”), e l’ultima, gestita dall’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi) nel campo profughi di Balata, presso Nablus, in Cisgiordania. Restano fuori le scuole della striscia di Gaza, gestite da Hamas. Tutti sono istituti statali tranne quello di Neve Shalom/Whahat al Salam, che è anche l’unica scuola etnicamente mista, con bambini e insegnanti ebrei e palestinesi. Solo nelle scuole laiche ebree e in quella mista ebreo-palestinese le classi si compongono di alunni di entrambi i sessi.
L’intenzione del documentario di Tamara Erde è filmare, nel corso dell’intero anno scolastico, le attività didattiche che si svolgono nell’aula o fuori dall’aula e intervistare in momenti diversi insegnanti e alunni. Non solo. In alcuni momenti prendono la parola due studiosi esperti di pedagogia: Mohammed S. Dajani Daoudi, palestinese, e Nurit Peled-Elhanan, israeliana, studiosa di scienze dell’educazione linguistica all’Università ebraica di Gerusalemme, che ha dedicato gli ultimi anni allo studio dei libri di testo israeliani (in italiano è disponibile il suo saggio del 2012 su La Palestina nei testi scolastici di Israele, tradotto nel 2015). Si pone subito in evidenza il problema della libertà di insegnamento per i palestinesi che vivono in Israele. Johnny Mansour, insegnante di storia nella scuola superiore di I’billin, in Galilea, racconta di aver realizzato un libro di testo che non ha ricevuto l’autorizzazione dal ministero. Per utilizzarlo avrebbe dovuto espungere interi capitoli e apportare modifiche sostanziali, specie alla parte dedicata alla Palestina: avrebbe dovuto essere chiamata Eretz Israel (Terra d’Israele). Se si vuole insegnare la storia delle rivolte palestinesi contro il mandato britannico o quella della Nakba tocca insomma autoprodurre, come docenti, i propri materiali d’insegnamento.
La neutralità dello sguardo, la varietà delle situazioni mostrate, l’intreccio dei casi intendono evitare l’impressione di un film a tesi contro il governo del proprio paese. Tuttavia la selezione dei materiali e il confronto tra sistemi avanzano un’ipotesi: in classe, nei princìpi che ispirano la didattica così come nelle attività svolte all’aperto, sono gli insegnanti palestinesi più che gli israeliani a praticare una pedagogia della libertà, dell’immaginazione, del diritto, parlando di diritto al ritorno, di resistenza come pratica quotidiana di gioia e dignità contro l’oppressione (citando il poeta Mahmoud Darwish), ribadendo, in questa rivendicazione, la critica dell’antigiudaismo.
Un giorno nella scuola elementare di Ramallah c’è un’adunata di tutti gli alunni per ricordare il “martire immolato nelle prigioni degli occupanti israeliani”. L’insegnante, Ziad Khaddash, propone come compito in classe di scrivere una lettera a un proprio coetaneo figlio di coloni israeliani in un insediamento vicino, e legge alcuni dei testi elaborati. In uno di questi un bambino rivendica gli scioperi della fame dei detenuti palestinesi come arma contro la violenza dei coloni. Durante la lezione va via la corrente, e tutto suggerisce che la pratica di scrittura alla luce delle candele sia abituale. Emergono le storie di alcuni ragazzini: c’è chi ha avuto il padre prigioniero per quattordici anni degli israeliani, chi ha avuto la madre uccisa dagli occupanti. Ma intervistati alla fine dell’anno scolastico comunicano i loro sogni per il futuro: uno vuole occuparsi di salvaguardia dell’ambiente, un altro vuole fare il medico.
Diversa la situazione nelle scuole ebraiche, dove emerge invece di frequente la paura dei vicini. Il primo giorno di scuola, ad Haifa, l’insegnante chiede agli alunni della sua classe di secondaria superiore come immaginano Israele tra venti o trent’anni: “I palestinesi continuano a prenderci la terra”. “Non ci sarà mai pace – aggiunge un altro – se non a prezzo del nostro sacrificio”. Nel corso dell’anno emerge il tema dei villaggi abbandonati a forza dai palestinesi nel ’48, e ci sono studenti che si chiedono come poté Ben Gurion non porsi questo problema dopo la persecuzione che gli ebrei avevano subito in Europa. Il punto, ieri come oggi, è il diritto alla sicurezza rispetto ai nemici potenziali: questa la risposta, non priva di senso tragico, dell’insegnante. È una pedagogia da regime di guerra, con parate militari a cui prendono parte gli alunni. Nella scuola religiosa dell’insediamento di Itamar, uno degli alunni parla degli arabi come di una minaccia costante e afferma che “bisogna buttarli fuori, con il governo, con l’esercito”.
Il caso più interessante per la ricerca di Tamara Erde è fornito dalla pratica didattica nella scuola non statale di Neve Shalom/Whahat al Salam, dove i due insegnanti in compresenza, un uomo ebreo e una donna palestinese, ciascuno parlando la propria lingua, compiono il tentativo di porre entrambe le prospettive su un piano di parità, senza negarne i tratti irriducibili (per cui, per esempio, il giorno dell’indipendenza di Israele coincide con quello della Nakba, la “catastrofe” palestinese) o le contraddizioni, come il fatto che, pur essendo ebrei e arabi nati sulla stessa terra, il simbolo nazionale presente sulla bandiera si riferisce ai soli ebrei. Gli alunni giungono a essere consapevoli della contraddizione, ma, come osserva Raida Aiashe-Katib, l’insegnante palestinese, se “è così facile per gli alunni ebrei identificarsi con tutte le popolazioni del mondo che vivono sotto occupazione”, è incredibilmente difficile per loro provare la medesima empatia per i loro vicini, i palestinesi, sulla terra dei quali vivono. Quando, nel corso di un’altra lezione, gli alunni sono invitati a commentare la proiezione del breve cartone animato di Nina Paley, This land is mine, del 2012, che illustra la millenaria catena di sangue per il possesso di questa terra, Aiashe-Katib chiede agli alunni: “Perché questa terra è mia?” – “Perché me l’ha concessa Dio”, risponde un alunno ebreo. “Noi non lo diciamo. Diciamo è la terra dei nostri avi”, risponde lei.
Emerge infine, nel documentario, la questione delicata del perno ideologico della didattica della storia in Israele, e cioè l’uso della memoria dell’Olocausto. Per la Giornata della Memoria, gli alunni della scuola elementare di Neve Shalom/Whahat al Salam vengono portati in palestra ed esposti per due minuti al suono opprimente di una sirena. Gli alunni di Haifa sono accompagnati dalla regista nel loro viaggio di istruzione in Polonia, ai campi di sterminio di Belzec e Auschwitz, scortati dal loro insegnante e da Haim Megira, guida specializzata negli “Holocaust travels”. Guida professionale ma non priva di consapevolezza intorno al significato di questo tipo di viaggi: “Una cerimonia – racconta nell’intervista – non richiede domande. La nostra società non ha la maturità per affrontarle, ma siamo abbastanza sofisticati da usare questi monumenti come giustificazione morale”.
Nel suo libro del 2023, Holocaust education, Nurit Peled-Elhanan mostra come nella didattica della storia israeliana le vittime dell’Olocausto siano intenzionalmente rappresentate – in modo traumatizzante – come i paria che gli israeliani potrebbero in qualsiasi momento tornare a essere qualora perdessero il controllo sugli arabi palestinesi, che per questo sono demonizzati e presentati come i futuri potenziali sterminatori. La retorica vittimaria diventa retorica del potere e il “mai più” diventa la giustificazione per l’occupazione militare e l’oppressione dei palestinesi. Qui nel documentario, intervistata diversi anni prima della pubblicazione di questo libro, Nurit Peled-Elhanan insiste sul fatto che nelle scuole israeliane la memoria del trauma non sia utilizzata in senso trasformativo: “Dopo la Giornata della Memoria, i bambini hanno degli incubi, bagnano il letto, e non fanno alcun passo avanti pensando a come una cosa del genere non possa più accadere in nessun posto”. E non sarebbero infrequenti, secondo i suoi studi, i casi in cui i bambini israeliani sono convinti che siano “gli arabi ad aver ucciso sei milioni di ebrei in Germania”.
La conclusione, che resta implicita, è che no, la situazione non sembra essersi evoluta in meglio rispetto agli inizi del Duemila. Si può osservare, a margine di tutto questo, quanto la pedagogia della memoria sia divenuta un tema centrale anche per le nostre scuole europee, in un contesto allargato ai paesi dell’ex patto di Varsavia, quegli stessi che hanno spinto nel 2019 per la risoluzione del parlamento europeo Sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, che ha equiparato fascismo e comunismo. Il rischio è che, nella ricerca di un comune denominatore identitario di un’Europa altrimenti divisa per secoli, la condanna unanime (e naturalmente legittima) dei totalitarismi avvalori la liquidazione del Novecento unicamente come secolo dei genocidi e della violenza politica; che l’estensione del dispositivo vittimario come fattore costitutivo della nuova identità europea porti alla dispersione dell’intero giacimento di vittorie del movimento operaio e di emancipazione sociale e civile che il Novecento stesso ha portato. C’è il rischio che tutto ciò contribuisca a creare acquiescenza allo stato di cose che il neoliberismo ha determinato, indebolendo, peraltro, la critica al colonialismo israeliano in Palestina. Se un antidoto c’è all’uso strumentale e militarizzato della memoria e del dispositivo vittimario, questo è l’insegnamento critico e libero della storia nelle scuole di ogni ordine e grado.

