
‘O padrone a fine mese
tene sempe ‘a busta appesa,
l’operaio ‘e vintisette
manco ‘e sorde p’e sigarette.
Se pigliano ‘e tangenti
ce levano ‘a contingenza
e chesta è ‘a soluzione:
jammo a cassa integrazione!
Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’!
Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’!
Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’!
Puosa ‘e sorde, ma-ri-uò!
(‘e zezi gruppo operaio, posa ‘e sorde)
Il Robin Hood della Disney è stato sicuramente il mio film animato preferito, e la leggenda del brigante di Loxley una delle storie a cui più mi sono appassionato in adolescenza. Lessi una volta che l’Hood che oggi conosciamo – una parola che in inglese vuol dire “cappuccio” – ci arriva probabilmente dalla storpiatura nei secoli del cognome Wood, in riferimento alla foresta dove Robin si nasconde (le pronunce dei due vocaboli sono molto simili). Pensavo che siamo stati fortunati, e in fondo anche lui, perché probabilmente da un certo punto in poi, come spesso va a finire, in italiano qualcuno avrebbe cominciato a tradurre a cacchio il suo nome, e ci avrebbero cantato le incredibili gesta di Robin Bosco, principe dei ladri.
(credits in nota 1)
Per una serie di ragioni, quando ero bambino ero spesso con quelli più grandi di me. Una volta in un viale alberato d’estate, giocando con amici a cui credo arrivassi a malapena al petto, provai a scavalcare un cancello, che anch’esso mi sembrava enorme. Caddi dal punto più alto e forse non so, fu per il panico, o perché non riuscii ad “annusare il pericolo” (come dice sempre quel borioso demagogo di Rino Gattuso, che dopo il trecentesimo fallimento in carriera auspichiamo finisca a commentare le partite su Premium) ma non attutii la caduta con le mani, spaccandomi completamente la faccia. Mia sorella più grande mi portò a casa in lacrime, tenendomi per mano, mentre io avanzavo senza veder nulla, coperto da una maschera di sangue. Non l’ho mai ricordato o saputo, ma spero che non stessi scavalcando quel cancello per inseguire, quanto piuttosto fuggire, in quel “guardie e ladri” che mi ha segnato la vita (e distrutto il naso).
Eh, in questo mondo di debiti,
viviamo solo di scandali
e ci sposiamo le vergini.
Eh, e disprezziamo i politici,
e ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo,
piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi.
(antonello venditti, in questo mondo di ladri)
In ogni modo possibile Michel F. ci ha spiegato che il carcere così come lo intendiamo oggi nasce per colpa del capitalismo, e dell’esigenza di nuove modalità di protezione per i beni e per le persone in un mondo fatto in classi. Il cosiddetto “stato moderno” viene individuato come l’organizzazione più efficace per la tutela di questo sistema, e il carcere come suo strumento per imporre un nuovo equilibro tra la colpa e la pena – in epoca romana la detenzione era utilizzata soprattutto per gli schiavi ai lavori forzati e a mo’ di custodia cautelare in attesa di un processo; mentre nel Medioevo le modalità più frequenti per gestire i conflitti interni erano le compensazioni economiche.
Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria. Mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare. (tiberio braschi, i soliti ignoti)
(credits in nota 2)
Mercoledì la guardia di finanza è andata a perquisire gli uffici del comune di Milano e della società che gestisce lo stadio, M-I (che sta per Milan-Inter). Secondo gli inquirenti, i più importanti politici e dirigenti amministrativi promotori dell’accordo avrebbero più volte agito in “rivelazione di segreto”, condizionando il processo di compravendita a favore delle due società. Lucia Tozzi ha ben descritto su questo giornale le modalità con cui il sindaco Sala ha gestito la cessione dell’impianto, volendo dimostrare tra l’altro “ai suoi referenti – che evidentemente non sono i cittadini, ma la coalizione immobiliare-finanziaria che costituisce la classe dirigente milanese con il suo entourage internazionale – che è un duro, che non si piega allo squallore delle procedure democratiche, della volontà popolare o dell’interesse pubblico. Esattamente come sta facendo Manfredi a Napoli. O Lepore a Bologna. O Macron in Francia. O la Von der Leyen in Europa”.
Era uno di quei momenti in cui le idee che passano per la mente sono torbide. Nel suo cervello v’era una specie di oscuro andirivieni; i ricordi antichi e quelli immediati vi galleggiavano alla rinfusa, incrociandosi confusamente, perdendo forma, ingrandendosi a dismisura, per sparire improvvisamente, come se cadessero in un’acqua fangosa ed agitata. Gli venivan molti pensieri ma uno si ripresentava continuamente e scacciava gli altri; quel pensiero, diciamolo subito, gli presentava le sei posate d’argento ed il cucchiaione che la signora Magloire aveva messo in tavola. Quelle sei posate d’argento l’ossessionavano. Erano lì, a pochi passi da lui: mentre attraversava la camera vicina, per entrare in quella che occupava, la vecchia domestica le stava mettendo in uno stipo a capo del letto ed egli aveva ben notato quello stipo. […]Erano massicce, vecchia argenteria. Col cucchiaione, c’era da cavarne almeno duecento franchi, il doppio di quel che aveva guadagnato in diciannove anni. (victor hugo, i miserabili)
C’è un film molto bello di Totò del ’61, Sua eccellenza si fermò a mangiare (…che poi molti film “di Totò” sono stati girati da grandi registi – Mattoli, Steno, Monicelli, Corbucci… – ma continuiamo a chiamarli “di Totò”, probabilmente perché in ognuno di loro almeno una metà del girato era frutto di totale improvvisazione fuori copione). In quel caso Totò è un saltimbanco che vorrebbe ricattare Ernesto, marito di una donna di alta borghesia filofascista, e che Ernesto (Ugo Tognazzi) annuncia in arrivo, a un pranzo cerimoniale in casa di sua suocera, in qualità di medico di Mussolini (“Lui”). Sotto la lente del regime rischia però di finire, per questioni di scarse prestazioni sessuali, anche Sua Eccellenza, ministro del Duce, un idiota arrivista magnificamente interpretato da Raimondo Vianello. Alla fine, approfittando della confusione, Totò ruberà il servizio di posate d’oro “cesellate da Bevenuto Cellini” sfoggiato per l’occasione dalla padrona di casa. A dire il vero saranno proprio lei e i familiari a consegnargliele entusiasti in un borsone di pelle, dopo che Totò gli farà credere che volontà esplicita di Mussolini è quella di averle a Roma per una mostra museale.
La mia scena preferita arriva poco prima del finale, quando Tognazzi svela la sua bugia a Totò che, profittando del ridicolo fanatismo dei presenti, volge in pochi minuti la situazione a suo favore. E ci ricorda – di questi giorni, poi! – che un ministro ha sempre qualche cosa sulla coscienza.
(credits in nota 3)
Ma il padrone è una cosa diversa, è uno strano serpente.
Il padrone è una cosa diversa, è una bestia curiosa.
Lui comincia succhiando il latte da quando è bambino
ma poi succhia ogni cosa. […]
E difatti alla fine il padrone è una specie di ladro,
solo che quando ruba il padrone non è mica reato.
E anche quando che viene arrestato il suo alibi regge
perché lui è la Legge.
Così entro di nascosto come un ladro nella casa del ladro.
E quel ladro mi dice che lui non è un ladro soltanto.
Ma neanch’io sono un ladro gli dico e così mi avvicino.
Io sono un assassino.
(ascanio celestini, la casa del ladro).
a cura di riccardo rosa
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¹ Kevin Costner in: Robin Hood. Principe dei ladri, di Kevin Reynolds (1991)
² Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Tiberio Murgia e Carlo Pisacane in: I soliti ignoti, di Mario Monicelli (1958)
³ Ugo Tognazzi, Totò, Lia Zoppelli, Raimondo Vianello, Francesco Mulè in: Sua Eccellenza si fermò a mangiare, di Mario Mattoli (1961)

