la-parola-della-settimana.-sorriso
La parola della settimana. Sorriso
(disegno di ottoeffe)

Le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi
con dovuta proprietà.
(francesco guccini, vedi cara)

Sorrisi abbastanza amari ha provocato la scorsa settimana la telecronaca dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina fatta dal direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, che ne ha combinate di tutti i colori in mondovisione, sbagliando il nome dello stadio San Siro, confondendo Matilda De Angelis con Mariah Carey, la presidente del Cio con la figlia di Mattarella, e allietando gli spettatori con una serie di luoghi comuni del tipo “i brasiliani hanno il ritmo nel sangue” – ma a differenza dei napoletani…:

(credits in nota1)

Il povero Petrecca nulla c’entra d’altronde con lo sport, cosa di cui non si occupava da secoli prima di essere nominato direttore della rete, e per di più non era stato impeccabile nemmeno come direttore di Rai News24, tanto da farsi sfiduciare dal voto contrario al suo piano editoriale da parte dell’83% dei suoi giornalisti. Semplicemente è stato messo lì dal governo nell’ambito della lottizzazione della televisione nazionale, altra pratica che scandalizza solo gli ipocriti, dal momento che è cinquant’anni, più o meno, che funziona così.

(credits in nota2)

La parola “lottizzazione” fu coniata a fine anni Sessanta da Alberto Ronchey, giornalista, saggista e poi pure ministro in un governo Ciampi, che denunciò con una lettera a La Malfa la spartizione delle cariche in Rai. La lottizzazione divenne pratica alla luce del sole qualche anno dopo, con il cosiddetto “patto della Camilluccia”, che prendeva il nome dalla strada romana su cui sorgeva una splendida villa della Democrazia Cristiana. Dopo una divisione dei posti tra democristiani (Rai Uno) e socialisti (Rai Due), negli anni del compromesso storico e dopo la nascita dell’attuale Rai Tre anche il Partito comunista reclamò la sua parte, prendendosi quella che verrà definita, tempo dopo, Tele-Kabul.

La situazione più difficile da gestire, come racconta Daniele Zaccaria sul Dubbio, riguardava però la rete ammiraglia, con un alternarsi di nomine dovute ai continui cambiamenti dei rapporti di forza interni tra andreottiani, fanfaniani, forlaniani, e demitiani, “in particolare nelle testate giornalistiche con gli inviati ‘a libro paga’ riconoscibili per via degli accenti regionali: all’inizio degli anni Ottanta, per esempio, ci fu l’assalto degli avellinesi incarnato dall’approdo di Biagio Agnes, amico stretto di De Mita, alla direzione generale”.

(credits in nota3)

Ogni anno, il 14 febbraio, un timido sorriso di nostalgia fa capolino sul mio viso alleviando la tristezza per l’anniversario della morte di Marco Pantani, ricordando il casino che io e un caro amico montammo in un pub quella sera di ventidue anni fa, quando nell’intervallo di un indecente Bologna-Juventus apprendemmo della morte per overdose dell’indimenticato pirata, nel motel Le Rose di Rimini (per uno strano gioco del destino, tra i cantori delle imprese di Pantani c’era il telecronista Auro Bulbarelli, giornalista defenestrato da Petrecca a poche ore dalla telecronaca olimpica dello scandalo, e da lui sostituito).

Mentre la notizia della morte del nostro eroe colpiva me e U. come un fulmine a ciel sereno, quella sera, a pochi centimetri da noi, un compagno e una compagna di classe continuavano impunemente a pomiciare, palpeggiandosi sulle panche di legno senza rispetto alcuno per il nostro lutto (non ricordo se a intervenire per sedare la rissa che stava per scoppiare fu gente seduta con noi al tavolo o altri avventori, ma forse questo dettaglio non ha importanza neppure per questa rubrica). Vale la pena invece ricordare il sorriso fragile dell’antieroe della bicicletta, ammazzato da una macchina infernale che l’aveva schiacciato con violenza inaudita e per ragioni che neppure i processi sono riusciti a chiarire del tutto (per approfondire: una bella intervista a Gianni Mura a dieci anni dalla morte del Pirata e una altrettanto bella alla mai rassegnata mamma Tonina, che nemmeno per un secondo ha creduto alla colpevolezza di suo figlio nel caso Madonna di Campiglio, che diede inizio al loro calvario).

(una foto di marco pantani a metà anni novanta)

Ho appreso via radio qualche giorno fa della reunion dei Portishead per il concerto Together for Palestine organizzato a Wembley da Brian Eno lo scorso autunno. Sono andato a sentirmi l’arrangiamento di Roads fatto per l’occasione e l’ho trovata più devastante di sempre. Per i fan, oltre alla musica, vale la pena guardare il video, anche perché Beth Gibbons è molto invecchiata ma è bellissima anche a sessant’anni.

A proposito di anni che passano e di sorrisi, noto che ad aprile diventerà maggiorenne persino Third (2008), l’ultimo album registrato dal gruppo inglese in studio, e la cui canzone più bella è senza dubbio Nylon Smile. Nel frattempo anche se il trip-hop è morto, e Bristol era una città orribile già nel 2010 quando l’ho visitata, i Massive Attack hanno tolto tutti i loro album da Spotify per protesta contro gli investimenti del suo proprietario nell’AI militare israeliana.

I struggle with myself
hopping I might change a little,
hopping that I might be
someone I wanna be.
Looking out I wanna know someone might care.
Looking out I want a reason to be there.
‘Cause I don’t know what I’ve do to deserve you
and I don’t know what I’ll do, without you.
Looking out I want to know some way might clear.
Looking out I want a reason to repair.
‘Cause I don’t know what I’ve done to deserve you
and I don’t know what I’ll do without you.

a cura di riccardo rosa

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¹ Stefano Sarcinelli e Giobbe Covatta in Tribuna Politica, 1993

² Leo Gullotta, Giulio Andreotti, Pippo Franco e Oreste Lionello in Biberon, 1988

³ Renzo Arbore,  in: FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”, di Renzo Arbore (1983)

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