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La parola della settimana. Stella
(disegno di ottoeffe)

Qualche giorno fa ho visto al cinema un documentario su Igor Protti, che fu numero dieci del Napoli in una stagione sfortunata per la squadra (che retrocesse, all’ultimo posto) e per lui, che giocò tre quarti di campionato da infortunato, tirando avanti a colpi di infiltrazioni di antidolorifici.

Protti è raccontato giustamente nel film come un eroe romantico, una “stella”, come si diceva fino agli anni Duemila, quando il termine fu rimpiazzato da espressioni come “top player” e altre panzane di questo genere. Da giovanissimo fece caterve di gol a Livorno, ma quando andò via per tentare la scalata al calcio che conta promise che sarebbe ritornato, un giorno. Bari, Lazio, Napoli, poi l’operazione, un po’ in giro per l’Italia ed eccolo tornare in Toscana, addirittura in Serie C.

Con la maglia amaranto fu protagonista di una clamorosa scalata dalla terza serie alla A. Dopo la promozione, la società e i tifosi lo convinsero a non appendere le scarpette al chiodo, anche affiancandogli Cristiano Lucarelli, che a sua volta aveva rinunciato ai soldi offertigli dal Torino per tornare nella squadra di cui era stato ultras da ragazzino (oltre che per i suoi tantissimi gol, Lucarelli è famoso per aver mostrato una t-shirt col volto del Che, esultando a pugno chiuso, dopo un gol fatto a Livorno con la nazionale Under 21; e per aver inscenato un amplesso con la maglia della squadra della sua città, sempre dopo aver fatto gol al Picchi).

Molto belle sono le immagini del film in cui i due amici raccontano quel folle campionato, concluso addirittura al nono posto in Serie A. Lucarelli può vantare un record storico in carriera, raggiunto per l’appunto in quella stagione, quello di essere stato l’unico capocannoniere di Serie A con la maglia del Livorno. Protti invece, che è oggi in condizioni di salute molto complicate, affrontando un tumore al colon assai aggressivo, è stato l’unico nella storia del calcio in Italia ad aver vinto la classifica marcatori in Serie C, Serie B e Serie A (con il Bari peraltro, altro record che difficilmente sarà mai battuto).

Giovedì sera mi è capitato di vedere uno spezzone di un programma televisivo condotto da Fabio Volo, in cui l’ospite d’onore era la scrittrice napoletana Valeria Parrella. Il programma gioca tutto sul suo dipanarsi tra il cielo, la luna e le stelle, dal momento che è girato nella Torre Branca a Milano, che si erge con i suoi 108 metri nel cuore di Parco Sempione (l’altezza fu fatta ritoccare da Mussolini al progettista architetto Gio Ponti, perché fosse minore di quella della Madonnina, dato che, pare abbia testualmente detto il Duce, “l’umano non può superare il divino”).

Ora, a parlare di Fabio Volo mi sembrerebbe di sparare sulla Croce Rossa – anche se poi penso a un uomo che è diventato miliardario facendo di tutto senza saper fare nulla e Croce Rossa mi sento un po’ io. Della Parrella ho letto un solo libro in vita mia, quasi peggiore dell’insopportabile retorica che accompagna ogni sua dichiarazione pubblica. Parrella ha vissuto a Bagnoli per qualche anno, e ha riempito diversi libri con le parole comunità, classe operaia, territorio, anche se nessuno l’ha mai vista per strada. Ha collezionato ospitate televisive anche durante l’ultima crisi bradisismica, ma poi è andata via e ha smesso di parlare del quartiere; sicuramente ci vuole più coraggio a denunciare le porcate che sindaco e premier stanno facendo sulla riqualificazione di Bagnoli che a romanticizzare il terremoto, ma così va la vita (come ho già avuto modo di dire altre volte).

Qualche tempo fa ho trovato nel libro di Valeria Parrella, Lettera di dimissioni, il racconto del cosiddetto “attacco psichico” per far crollare il Jolly Hotel. Mi ha colpito perché a quella cerimonia, metà goliardica e metà simbolica, che si svolse più di quindici anni fa sulla terrazza panoramica di un parco abbandonato, avevo partecipato anch’io (lei no, ma qualcuno deve avergliela raccontata). Quell’happening si iscriveva nel filone più eccentrico, ma in fondo marginale, dell’occupazione di un centro sociale a Montesanto, che per alcuni anni cambiò i connotati di una struttura pubblica costruita e abbandonata nel dopo terremoto. Nel libro, l’episodio riassume in un paio di pagine l’impegno politico giovanile della protagonista, che poi fa carriera nel mondo del teatro, diventa un piccolo squalo, infine si ravvede e si dimette dal suo incarico. Nell’ultima pagina il Jolly Hotel comunica con la protagonista attraverso un display digitale, spiegandole che quel che conta è la responsabilità personale e che nessun attacco psichico potrà mai scalfirlo. “Voi avete giocato e io vi ho lasciati fare”. […] Mi sono domandato se è questo il tipo di racconto che si merita la mia generazione, questa visione aneddotica, distratta, folcloristica. Non pretendo certo un Milestones o narrazioni di quel livello, ma almeno qualche riflessione più sentita, qualche tentativo di sintesi, qualche sforzo creativo per interpretare o rappresentare la gioventù attiva in quegli anni a cavallo tra Novanta e Duemila, non per forza da parte di chi certe cose le ha vissute, ma anche da chi se l’è fatte raccontare, poco importa. (luca rossomando, il fascino discreto della sconfitta)

Di come gli eventi della vita ci facciano cambiare parla un bellissimo romanzo di Archibald Joseph Cronin, The Stars Look Down (1935). Il libro descrive la vita della classe operaia di una immaginaria cittadina del nord-est inglese, Sleescale, sobborgo minerario di Tynecastle (identificabile facilmente in Newcastle, sul fiume Tyne). Per i pochi a cui potrebbe importare qualcosa, segnalo che ne ho scritto in una breve storia delle miniere della città e dell’estrazione che gli arabi sauditi stanno operando oggi in quella zona, a partire dall’acquisto della squadra di calcio, nel numero 68 di Zapruder Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera.

Il libro è piuttosto duro, ma una bella storia è quella di uno dei protagonisti, Davey Fenwick, figlio di un minatore, che grazie ai sacrifici del padre riesce a studiare e a diventare insegnante per potersi mantenere, dedicando parte della sua vita alla lotta per i diritti dei lavoratori e la nazionalizzazione delle miniere.

(credits in nota 1)

Qualche anno fa una cara amica, brava attrice e regista, prese una fisarmonica che era appartenuta per alcune generazioni alla sua famiglia e si mise a fare la posteggiatrice. Il repertorio era finalmente originale rispetto alle solite canzoni napoletane: Ria Rosa, canzoni di giacca, riadattamenti da Viviani, rivisitazione di brani moderni, e appena due-tre classici. Con la complicità di Gaetano, il proprietario, cominciammo a organizzare delle serate al Mattone, un bar di via Palladino che era stato molto in voga negli anni Novanta e poi era caduto in disgrazia. Il bar si prestava molto allo spettacolo di Dolores: aveva un piano terra con una piccola pedana per i live e uno superiore fatto a ballatoi, da dove, affacciati in piedi o con le gambe a penzoloni nel vuoto, si poteva assistere all’esibizione dall’alto. Anche il vicolo era molto diverso dalla cloaca che è oggi, e infatti sia Gaetano che il Mattone (dove c’era anche un bellissimo bersaglio per giocare a freccette) sono stati rimpiazzati da un bar in stile classic contemporary con insopportabili luci indaco-violetto.

Dal repertorio di Dolores Melodia pubblicammo anche un libro-album, con racconti e canzoni, con anche un vinile che andò esaurito e che forse bisognerebbe ristampare. Per un po’ ce ne andammo in giro per la città, dai centri sociali al Parco Don Gallo, da Soccavo a Scampia, ma anche a Taranto, Milano, e non ricordo più dove. Una sera Dolores si esibì in un bar di Parigi pieno di esuli italiani della lotta armata. Era molto emozionata e bevemmo troppo prima dell’esibizione. Mi ricordo che pataccò di vino il bellissimo vestito rosso che aveva messo per l’occasione, ma che nonostante tutto il concerto fu un trionfo. Era nata una stella.

‘A vita è comme ‘o mare: 
s’arrobba ‘e cose e po’ t’e fa truva’. 
Sarrà ‘na rosa o ‘nu curtiello? 
Sarrà ‘nu cielo chin’ ‘e stelle?
È acqua santa ‘e chi ha sbagliato
e mo’ se vo’ lava’ ‘e peccate.

a cura di riccardo rosa

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¹ Orso Maria Guerrini, Franco Volpi e Lucano Melani in: E le stelle stanno a guardare, di Anton Giulio Majano (1971)

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