
È uscito di recente per le edizioni Tabor Fuori la grana o vi ammazziamo! di Alèssi Dell’Umbria, un autore noto in ambienti di movimento in Italia, ma di cui restano fondamentali due opere non ancora tradotte: Histoire universelle de Marseille, un’imponente archeologia politica e sociale della città, apparsa proprio mentre Marsiglia veniva sacrificata sull’altare della “capitale europea della cultura”, e Tarantella! Possession et dépossession dans l’ex-royaume de Naples. Quest’ultimo è il resoconto di un Sud Italia che l’autore conosce bene, in bilico tra emarginazione sociale e recupero spettacolare. Ed è proprio da qui, da una necessaria lettura da Sud, che bisogna partire per riflettere sull’ultimo libro di Dell’Umbria. Il titolo riprende una scritta apparsa su un muro di Marsiglia nei primi anni Ottanta e ci introduce nelle vicende degli Os Cangaceiros, un gruppo fuorilegge attivo in Francia tra il 1984 e il 1992. Dell’Umbria, che di quel gruppo fece parte, non scrive una semplice memoria, ma restituisce il racconto di un’esperienza politica ed esistenziale lontana dai dogmi del militantismo tradizionale, capace di fondere l’elaborazione teorica radicale con una pratica di vita estranea alle leggi del Capitale.
Tra sabotaggi, riappropriazioni e rifiuto del lavoro salariato, questa banda di giovani si organizzò per vivere senza lavorare e per sostenere le lotte sociali, dalle prigioni alle fabbriche fino alle periferie urbane. Il tutto senza abdicare alla vita, ma soprattutto senza mai rinunciare a una riflessione costante, necessaria a interpretare la realtà e a dotarsi di strumenti analitici per agire. “A differenza di quei militanti che hanno la tendenza a credersi indispensabili – scrive Dell’Umbria – pensavamo che gran parte del negativo all’opera nelle viscere di questo mondo agisse innanzitutto sotto forma di astensione”.
La vicenda degli Os Cangaceiros s’inserisce in questo solco. Come scrive lo stesso autore, “bisognava organizzarsi per attraversare il deserto che avanzava”. Era indispensabile pensare alla rivoluzione attraverso l’amicizia, vendicarsi di coloro che organizzano la nostra infelicità. Erano questi gli obiettivi prioritari, come scrissero in un editoriale della rivista che pubblicavano in modo irregolare (i cui numeri possono essere sfogliati qui).
L’esperienza di questo gruppo di affinità si colloca nel riflusso post ’68, quando l’interrogativo centrale riguardava la forma delle soggettività rivoluzionarie in un’epoca controrivoluzionaria. Dell’Umbria rispondeva guardando alla “resistenza per inerzia”, convinto che l’indifferenza della maggioranza dei proletari verso l’attivismo non fosse apatia, ma una forma di resistenza non catalogabile, capace di togliere ossigeno alla scena spettacolare del potere.
Da questa prospettiva, ogni elogio del proletariato in quanto classe era visto come controrivoluzionario, poiché mirava a reinserire una soggettività intrinsecamente negativa nel contratto sociale attraverso i “racket sindacali e politici”, vale a dire quelle organizzazioni che gestiscono il conflitto per renderlo compatibile con il sistema. Il rifiuto del lavoro (capitalistico) è alla base di questa visione. È la diserzione generalizzata in quanto stile di vita a fare conflitto, per le strade e sul posto di lavoro. Non il volontarismo etico.
Alla radice di queste scelte troviamo una lettura eterodossa degli scritti giovanili di Marx ed Engels. Dell’Umbria spiega bene come, in un’epoca di riflusso, bisognasse volgere lo sguardo ai proletari senza però invocarli come soggetto investito di una missione storica trascendente. Il proletariato veniva definito come una soggettività in atto, inafferrabile secondo le categorie classiche. Inscrivere questa soggettività negativa in un contratto sociale è esattamente il ruolo dei racket sindacali e politici.
Dell’Umbria riprende la questione del “racket”, concetto caro a Max Horkheimer e a Jacques Camatte, che ne aveva scritto nella rivista neo-bordighista Invariance: quelle organizzazioni che si interpongono tra la rivolta e la realtà, gestendo il conflitto per neutralizzarlo o renderlo compatibile con il sistema. Non si trattava di imporre un livello di scontro, ma di sposare quello già in campo. In quest’ottica, il fatto che l’immensa maggioranza dei proletari resti indifferente alle ingiunzioni dell’attivismo la rende persino più minacciosa. Dell’Umbria e i suoi assistevano in diretta alla disgregazione sociale degli anni Ottanta e alla dissoluzione della classe operaia – con i sindacati ad accompagnarla e a fare in modo che l’operazione filasse liscia – guardando invece a quei cicli di rivolta che avevano ribaltato l’istituzione degli operai in quanto classe mediata dalla rappresentanza sindacale – da piazza Statuto a Mirafiori, passando per lo sciopero insurrezionale in Belgio nel 1960.
Che effetto può avere questa riflessione nella città del movimento storico dei disoccupati organizzati e delle “fragili alleanze”, in una Napoli popolata da quegli “abietti” refrattari all’inquadramento in partiti e sindacati tradizionali che non sono mai riusciti ad addomesticarli? Il volume di Dell’Umbria sembra parlare a questo proletariato marginale, ma lo fa smascherando i limiti di un certo attivismo militante e del suo nichilismo passivo, laddove il rifiuto del lavoro viene sbandierato come posa ideologica da chi può permetterselo, senza però avere né la capacità di agire l’illegalità radicale, né la forza di elaborare riflessioni teoriche. Dell’Umbria, tra l’altro, spiega bene che gli Os Cangaceiros si sciolsero proprio perché non riuscivano a superare una “pura negatività” che rischiava di svuotarli dall’interno. La prima sollecitazione che emerge da un libro del genere è che la diserzione non è un’astrazione morale, ma una pratica materiale che, se non evolve in soggettività politica, si condanna all’autoconsunzione.
Il secondo spunto riguarda l’alibi dell’idealizzazione. Persiste un pensiero di movimento che tende a mitizzare i subalterni solo in quanto tali, finendo però per lavarsene le mani; un pensiero che trasforma la marginalità in un santuario, producendo però solo inazione e immobilismo. Ma idealizzare il subalterno significa mummificarlo nella sua condizione di esclusione, e mentre il potere criminalizza il “refrattario”, il militante lo mimetizza nel mito. Ed entrambi gli impediscono di farsi soggetto.
Questa dinamica è rischiosa soprattutto nei contesti dove il deserto sociale si espande e l’azione di chi è fuorilegge non è affatto accompagnata da elaborazioni teoriche radicali. La storia degli Os Cangaceiros suggerisce che la vera rottura non avviene tramite l’ostentazione dell’identità marginale, ma quando la soggettività diventa inafferrabile. Il lavoro, in un contesto segnato da disoccupazione endemica e stigma, non è allora solo coercizione, ma può diventare forma di emancipazione e presa di coscienza per rompere lo schema dell’invisibilità. L’emancipazione del proletariato marginale, nel nostro caso, è legata anche al lavoro, e non solo al suo rifiuto, altrimenti non si spiegherebbe l’emergere, in questo contesto, di un movimento di lotta per il lavoro che dagli anni Settanta si riproduce continuamente. Il lavoro, in questo caso, è al tempo stesso coercizione e potenziale leva per il cambiamento, per una classe, come quella del proletariato marginale, abbastanza integrata nella società per essere sfruttata, ma anche sufficientemente esclusa per essere debole politicamente.
Se il Capitale tiene in pugno gli sfruttati gestendo la loro stessa riproduzione, il libro di Dell’Umbria è un invito a non farsi ingabbiare dalle nuove forme di racket politico – comprese quelle vestite di “movimentismo” radicale. Non si tratta quindi di “organizzare i subalterni” dall’alto di una presunta superiorità teorica, ma di riconoscere la potenza della diserzione generalizzata che già pulsa nelle viscere della società. Sposare il “negativo” significa smettere di guardare ai subalterni come oggetti da studiare o da proteggere, per riscoprire il gusto di una rivolta che non chiede permessi né legittimazioni. Significa rifiutare, una volta per tutte, di stare al proprio posto: al margine, e in silenzio. Chissà se il buon Dell’Umbria ha voglia di discutere del suo libro in questo Sud. Un territorio dove la diserzione e la lotta per l’esistenza continuano a confondere i confini tracciati dal potere. (andrea bottalico)

