Doveva essere soltanto una partita combattuta, una sfida intensa tra Atalanta e Napoli finita 2-1 e accompagnata da polemiche arbitrali e discussioni sul VAR. Ma ciò che è accaduto sugli spalti ha raccontato una storia ben più amara di qualsiasi decisione arbitrale. Il settore ospiti, chiuso ai tifosi napoletani, era stato destinato a iniziative sociali ed a numerose scolaresche. Tra quei seggiolini c’erano soprattutto bambini, molti dei quali avevano scelto di indossare — con timidezza e orgoglio — la maglia azzurra della loro squadra del cuore. Una presenza innocente, quasi simbolica: piccoli tifosi portati allo stadio per vivere la bellezza del calcio.
Poi è arrivato il gol del momentaneo vantaggio firmato da Sam Beukema. Una decina di bambini, appena dieci anni o poco più, ha esultato spontaneamente. Un gesto naturale, puro, quello che il calcio dovrebbe sempre saper accogliere. La risposta di una parte della curva Sud è stata invece brutale: insulti pesanti, gesti offensivi, urla, cori volgari e perfino il lancio di bottiglie indirizzato verso quei piccoli tifosi. Bambini presi di mira da adulti. Non avversari, non provocatori: semplicemente bambini.
È difficile trovare parole adeguate per descrivere una scena simile. Non si tratta più di rivalità sportiva o di tifo acceso. Qui emerge qualcosa di più profondo e preoccupante: una frustrazione che sfocia contro i più deboli, una rabbia che non conosce misura nemmeno davanti all’innocenza. Il calcio italiano continua a interrogarsi su VAR, arbitri e regolamenti, ma episodi come questo mostrano un problema ancora più serio: la qualità umana di chi riempie gli stadi. Quando dei bambini diventano bersaglio di insulti e minacce, la partita passa inevitabilmente in secondo piano.
Perché il risultato di quella sera non dice solo 2-1. Racconta anche di un calcio che, troppo spesso, dimentica di essere prima di tutto un gioco. E quando persino l’entusiasmo di un bambino diventa qualcosa da reprimere, la sconfitta è di tutti.

