L’omicidio Deranque e la legittimazione dell’estrema destra in Francia

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L’omicidio Deranque e la legittimazione dell’estrema destra in Francia
(disegno di lorenzo la rocca)

In francese si dice “la bascule”: indica qualcosa – un pezzo meccanico, un giocattolo, una leva – associato al dondolio, un oggetto che produce un movimento improvviso, il cambiamento da uno stato di moto a un altro o, in senso figurato, cioè nel senso di questo articolo che sto scrivendo, il passaggio da un paradigma a un altro. Si potrebbe tradurre con “svolta”, ma il termine italiano non conserva quel senso di inquietudine infausta che trasmette invece la parola francese. La bascule è infatti intrinsecamente negativa: si bascule nel peggio, mai nel meglio. 

La bascule in questione è l’uccisione del militante neofascista Quentin Deranque a Lione, ferito al termine di una rissa con degli antifascisti giovedì 13 febbraio e poi morto sabato 15 in ospedale. C’è un prima e c’è un dopo; e tra i due momenti c’è un morto ammazzato.

Ovviamente ciò che rende esiziale la bascule non è la morte di Deranque in sé. Ma è sul suo corpo che, nell’immediato degli avvenimenti, col cadavere ancora caldo, una serie di rappresentazioni, di strumentalizzazioni e posizionamenti, assunti o profferiti da aree, politici, partiti e media, hanno profondamente modificato un contesto politico, sociale e culturale. 

L’obiettivo perseguito – in maniera perfettamente cosciente e spregiudicata da alcuni, in maniera ingenua (cosa ancora peggiore) da tanti altri – è triplice: (1) mettere fine definitivamente alla pratica del “fronte repubblicano” in Francia; (2) sdoganare l’estrema destra e i suoi satelliti violenti come attori rispettabili della polis; (3) mettere al bando La France Insoumise, la quale malgrado il suo programma “di rottura” è la principale forza della gauche, cosa evidentemente insopportabile per buona parte della borghesia francese.

Il fatto che questo avvenga sul corpo di un neofascista di ventitré anni la dice lunga tanto sul livello di violenza che caratterizza questo momento storico della lotta di classe in Francia, quanto sul grado di compiacenza che le classi dirigenti francesi mostrano verso il fascismo del quale, evidentemente, auspicano il successo.

Poiché di mestiere sono giornalista, in maniera del tutto soggettiva il primo aspetto che mi ha colpito è il comportamento dei media. Il primo “lancio” dell’Afp (l’agenzia di stampa francese, una delle più importanti al mondo) è arrivato poco prima delle 18 di giovedì, appena due ore dopo un comunicato dell’organizzazione femonazionalista e razzista Némésis. L’Afp riportava allora la notizia che un “un giovane uomo di ventitré anni”, venuto ad assistere Némésis durante una protesta a Lione, era in prognosi riservata dopo essere “stato aggredito da militanti antifascisti”. La principale fonte citata dall’Afp era… Némésis

Credo sia la prima volta dal dopoguerra che un’agenzia prestigiosa come l’Afp cita, per un fatto così importante, come unica fonte un collettivo neofascista. Se le parole sono importanti, nel giornalismo gli aggettivi sono rivelatori: così, il fatto che Deranque (il cognome lo si sarebbe appreso più tardi) fosse un militante neofascista, certo giovane ma comunque adulto e responsabile delle proprie scelte, è stato completamente occultato dall’aggettivo “giovane” che per giorni è stato associato al suo nome, per cui per almeno settantadue ore, sulla quasi totalità dei media francesi, un militante neofascista è stato designato semplicemente come “il giovane Quentin”. (Niente del genere, per dire, era successo quando era morto Nahel Merzouk, diciassette anni, ucciso a sangue freddo da un poliziotto a Nanterre nel 2023. Nessuno l’ha mai definito su alcun giornale “il giovane Nahel”).

L’iniziale inquadratura degli eventi come un’aggressione subita dal “giovane Quentin da parte di un gruppo di “antifascisti” è anch’essa il risultato di una campagna dei gruppi neofascisti. A una settimana di distanza dagli eventi, non si può che constatare il successo della destra neofascista nell’aver imposto la propria caratterizzazione degli eventi e dei personaggi. È così che è passata l’idea che “il giovane Quentin”, “appassionato di filosofia e matematica”, “dedito alle distribuzioni di cibo per i poveri”, è morto in seguito a un “linciaggio” barbaro e violento, a un “agguato” teso da vigliacchi antifascisti. E questo malgrado il fatto che gli elementi materiali, i video e le testimonianze, raccontano tutt’altro: che cioè Deranque fosse un convinto militante neofascista, che abbia bazzicato tra i gruppi più violenti del neofascismo francese, e che abbia partecipato insieme ai suoi sodali a un’aggressione contro degli antifascisti o quantomeno a una rissa ad armi uguali, avendo la peggio nello scontro e finendo poi per essere ferito mortalmente. Questo è un fatto indubbiamente tragico, ma qualitativamente differente da quanto è stato raccontato per giorni e giorni.

Soprattutto, ed è per me la cosa più inquietante, è passata la prassi per la quale degli esponenti delle correnti più violente del neofascismo possono essere ospitati negli studi televisivi come se nulla fosse, le parole dei loro comunicati possono essere considerate come fonti primarie da una delle più grandi agenzie giornalistiche del mondo, le elucubrazioni della loro galassia su internet possono essere considerate legittime dai media. Questo salto qualitativo costituisce il cuore dell’assalto al “fronte repubblicano”. 

Il “fronte repubblicano”, in Francia, non è una mera pratica elettorale. Certo, si concretizza principalmente nella solitudine della cabina elettorale, quando al secondo turno del maggioritario delle varie elezioni francesi si tende a votare qualunque altro candidato – magari di un partito opposto alla propria preferenza personale – piuttosto che far eleggere un membro dell’estrema destra. 

Ma malgrado gli innumerevoli scricchiolii e tentativi di farlo saltare definitivamente, questo imperativo politico-morale ancora resisteva – almeno fino a poco fa – nella società francese, strutturando in profondità la vita politica del paese. Era un qualcosa che, organicamente diffuso nella società, influiva sul modo in cui si comprende e si racconta la politica istituzionale, sul modo in cui i media trattano l’estrema destra, sul peso che danno alle ossessioni di Le Pen e soci, sul trattamento che riservano alla galassia mediatica finanziata dal miliardario fascista Vincent Bolloré, sorta di Rupert Murdoch francese. 

La morte di un neofascista a Lione ha tuttavia dimostrato, per la prima volta, che i media dell’estrema destra e le organizzazioni neofasciste sono invece capaci d’influenzare il racconto di un evento d’importanza nazionale e rovesciare in maniera grottesca il contenuto simbolico del fronte repubblicano, che in altri tempi, in Italia, si sarebbe chiamato “la pregiudiziale antifascista”. 

Col cadavere di Deranque ancora caldo, facendo buon gioco del quadro interpretativo imposto dall’estrema destra, responsabili politici di primissimo piano della sinistra, del centro e della destra, quali il segretario del Partito socialista Olivier Faure, il candidato alle presidenziali Raphaël Glucksmann, il primo ministro Sébastien Lecornu, il ministro della giustizia Gérald Darmanin, il ministro degli interni Laurent Nuñez, la presidentessa della Camera Yael Braun-Pivet, la portavoce del governo Maud Bregeon, l’ex ministro degli interni Bruno RetailleauMarine Le PenJordan Bardella, ecc., si sono impegnati ad addossare la responsabilità di quanto successo alla France Insoumise. 

Secondo questi “irresponsabili”, per citare il titolo di un libro dello storico del nazismo Johann Chapoutot, è la formazione guidata da Jean-Luc Mélénchon ad aver permesso il dramma di Lione, perché troppo casinista, troppo radicale, troppo di sinistra, ma soprattutto troppo capace di vincere le elezioni; senza contare, ovviamente, che ha fatto eleggere in parlamento tra le sue fila Raphaël Arnault nel 2024, il fondatore della Jeune Garde, un collettivo antifascista di Lione, i cui membri sono accusati di aver partecipato alla rissa finita in tragedia. 

Visto il quadro mediatico e interpretativo appena discusso, la cautela è d’obbligo quanto all’effettivo ruolo di militanti vicini alla Jeune Garde in quanto successo a Lione. Per ora, quello che è certo è che vi sono sette persone indagate per la morte del militante neofascista, tra le quali un assistente parlamentare di Arnault (il quale si è autosospeso nel fine settimana ed è stato licenziato). Secondo la procura di Lione, tra queste, sei sono indagate per “omicidio volontario”, mentre l’assistente parlamentare è indagato per “complicità” (o “concorso”) in omicidio. Tre hanno dichiarato ai magistrati di “essere” o “essere stati” vicini alla galassia della ultragauche. Tutti hanno “contestato l’intenzione” omicida di quanto accaduto. 

Prima di procedere è necessario un ulteriore elemento di contesto: sin dall’inizio degli anni Duemila, Lione è divenuta una delle capitali europee del neofascismo. Il media locale Rue89 ha contabilizzato 102 azioni violente dell’estrema destra tra il 2010 e il 2025, il “settanta per cento delle quali sono rimaste impunite, senza alcuna risposta penale o della polizia”, scrive Rue89. Oltre a essere particolarmente violento, il neofascismo francese è anche culturalmente vivace, nel senso che ha saputo rinnovarsi negli ultimi anni legandosi alla galassia mediatica finanziata da Bolloré e, politicamente, al Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella (su questo, rimando a un’inchiesta di Al Jazeera del 2018 ma di grande attualità).

È per reagire a questo radicamento a Lione che nel 2018 è stata fondata la Jeune Garde, in nome dell’autodifesa popolare di fronte alle aggressioni fasciste contro cortei, iniziative della sinistra e semplici cittadini. Tant’è che, nonostante l’assordante silenzio di una larga fetta della sinistra francese in questi giorni, la Jeune Garde in questi anni ha fornito decine di formazioni all’autodifesa ad associazioni, partiti e sindacati della gauche un po’ ovunque nel paese. 

La presunta presenza di persone vicine alla Jeune Garde durante la rissa poi finita in tragedia a Lione ha fornito le munizioni a una larga parte dell’arco politico-mediatico per gli strali lanciati contro La France Insoumise. Ma soprattutto, ha offerto la scusa perfetta per rigirare il senso profondo del fronte repubblicano e dell’antifascismo, invocando un cordone sanitario non contro i fascisti, la violenza ch’essi impongono, o contro i loro padrini politici come Le Pen e Bardella, ma bensì contro… gli antifascisti e La France Insoumise. 

Una tale inversione accusatoria è morbosa, grottesca. Solo con questi aggettivi si può qualificare, per esempio, il fatto che l’Assemblée Nationale abbia osservato un minuto di silenzio per la morte del “giovane Quentin” (al quale si è associato anche La France Insoumise). Presto si scivola, invece, nel reame dell’inquietante. Come altrimenti descrivere ciò che si prova, a fronte della notizia che i neofascisti di tutta Europa hanno convocato una manifestazione per sabato 21 febbraio a Lione, per commemorare il loro camerata [il corteo ha radunato tremila neofascisti, insulti agli arabi e ai gay, saluti nazisti, ndr]. E a fronte del fatto che il ministero degli interni francese ha rifiutato di vietare la manifestazione, malgrado che la famiglia di Deranque abbia rifiutato di partecipare all’iniziativa e che il sindaco della città ne abbia chiesto l’interdizione?

È anche da questi epifenomeni che si deduce l’avvenimento, ormai compiuto, della bascule. Si era in un regime, in un paradigma, nel quale la violenza neofascista era condannata, quantomeno formalmente; nel quale la parola neofascista era oggetto almeno di critica e dubbio. Poi un giorno ci si guarda intorno e le si vede entrambe glorificate, sostenute, incoraggiate. Si era in un paradigma nel quale l’estrema destra istituzionale era tenuta a distanza da un (sempre più vacillante) “cordone sanitario”, ed ecco che in un battito d’occhi il cordone sanitario si è steso, poi stretto, intorno a noi. 

Non è detto che l’estrema destra francese riesca a vincere le prossime elezioni presidenziali nel 2027. Ma è chiaro che c’è tutto un pezzo della politica francese, dai macronisti ai socialisti alla destra “repubblicana”, che sta facendo di tutto per fare in modo che questo accada. Per far ciò, questo arco dell’irresponsabilità è pronto a scatenare non solo la strumentalizzazione più becera di un fatto tragico, ma anche la violenza e il terrore: giacché non possono non sapere che, facendo quello che hanno fatto e dicendo quello che hanno detto in questi giorni, sdoganano e legittimano la violenza fascista. La bascule sta tutta qua: in questa grande, svergognata opera di legittimazione del fascismo, il contraltare al tentativo di mettere al bando, se non direttamente fuori legge, l’unica sinistra in Europa che, nel bene e nel male, fa paura alla borghesia. (filippo ortona)

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