Nuovo attacco al mercato dei poveri. La storia di Stefania, venditrice del Balon a Torino

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Nuovo attacco al mercato dei poveri. La storia di Stefania, venditrice del Balon a Torino
(disegno di francesca ferrara)

Ogni sabato e ogni domenica si tiene un mercato delle pulci in via Carcano, in un angolo lontano della periferia settentrionale di Torino fra il cimitero monumentale e un centro di raccolta di rifiuti urbani. Il mercato – controllato dall’associazione Vivibalon – garantisce la sopravvivenza di persone che appartengono alle classi sociali più povere della città. Quest’estate la regione Piemonte ha modificato la legge regionale relativa a questo tipo di esercizio e ha imposto un limite di dodici mercati annuali. In seguito a un negoziato con la giunta cittadina, a dicembre è stata emanata una convenzione che alza a quaranta il tetto di mercati annuali: meno della metà delle giornate attuali. Anche la convenzione sancirebbe la fine del mercato, realizzando finalmente il desiderio di politici di destra interessati a guadagnare consensi grazie alla guerra a poveri e immigrati. Da poche settimane è nata una mobilitazione per difendere il mercato: un comitato raccoglie le firme contro la legge regionale, politici di sinistra ed entità del terzo settore sostengono la realtà di via Carcano, altri gruppi invocano sui social la necessità di preservarne l’esistenza.

Certo è importante opporsi alle politiche regionali discriminatorie, eppure provo scoramento nel leggere gli appelli alla difesa di via Carcano. Il mercato di via Carcano è un ghetto dove negli ultimi anni sono stati rinchiusi i poveri a seguito di politiche di riqualificazione urbana che hanno interessato l’area di Porta Palazzo e Borgo Dora. Nel 2017 il mercato domenicale, che un tempo occupava piazza della Repubblica, è stato spostato qui, accanto al cimitero. Poi nel 2019 la giunta Appendino ha attaccato il mercato degli straccivendoli che si teneva ogni sabato al Balon di Borgo Dora: i venditori più poveri sono stati esiliati in via Carcano dopo nove mesi di resistenza e lotte, in seguito a cariche della Celere e multe onerose. Mi auguro che possibili forme di solidarietà si espandano e siano efficaci e spero si possa immaginare uno scenario che trascenda la mera difesa di una gabbia. Per questo credo sia fondamentale conoscere la storia del mercato e ascoltare la voce e le esigenze di chi lo anima ogni settimana. Per contribuire al radicamento di una lotta consapevole, segue la storia di vita raccontata da Stefania, venditrice al Balon negli anni Sessanta, Ottanta e in questo secolo, impegnata nella resistenza contro lo spostamento del mercato nel 2019 e oggi venditrice in via Carcano(francesco migliaccio)

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Sono nata in corso Brescia al 32, dove c’era una piola con una bocciofila nel cortile. All’età di quattordici anni lavoravo in fabbrica, mia madre mi faceva lavorare perché avevamo bisogno di soldi, mio padre era piastrellista, una testa matta anche lui perché era stato partigiano e non trovava lavoro. Una vita difficile. Sono andata a lavorare in fabbrica, ma studiavo anche. A quel tempo ho conosciuto il padrone del Maglificio Calzificio Torinese, quello con il simbolo dell’aquila, da cui poi sarebbe nato Robe di Kappa. Ho conosciuto il proprietario e lui mi ha preso a benvolere e mi lasciava studiare: facevo le tecniche alberghiere e studiavo lingue. Questo proprietario era interessato alla mia formazione e mi ha aiutato, facendomi andare a scuola la mattina e il pomeriggio a lavorare. Andavo a scuola dalle otto all’una, mangiavo e alle due andavo in fabbrica e lavoravo fino alle dieci. Questo fino a diciassette anni. Nel frattempo ho trovato casa a mia mamma, perché noi abitavamo in una stanza soltanto al terzo piano di corso Brescia, una casa ballatoio, eravamo tre figli, mamma e papà. Ho trovato una casa al terzo piano in via Monza, davanti alla fabbrica Nebiolo, avevano appena chiuso la Nebiolo. Io e le mie sorelle avevamo una camera, i miei un’altra. E mio papà muore nel ’65.

La mia era una famiglia tradizionalista. Quindi proibizionismo assoluto: fino ai vent’anni la mia vita era casa e lavoro, lavoro e casa, e niente di più. Uscivo la sera al massimo fino a mezzanotte dai diciotto anni ai ventuno. Mio padre muore e io ho ventun anni. Una sera – era ottobre o novembre del 1965 – esco e non rientro a casa per dormire. Mia madre dice: «Vattene via!». Io esco, me ne vado via, e mi trovo in mezzo alla strada. Lavoravo, però avevo la testa in panne e ho smesso di lavorare. E sono andata al Balon: lì ho conosciuto per la prima volta la realtà del Balon. Il Balon era ancora su tutto il fianco della Dora, da corso Giulio Cesare e scendeva giù. E c’era il fianco della Dora che era un prato e noi – che eravamo i più poveri – facevamo il mercato lì, tutto fino in fondo. C’era ancora la rotaia sul ponte e passavano ancora i treni. E c’era il Balon che continuava anche in via Borgo Dora e in tutte le viuzze attorno, ricordo che un uomo comprava il ferro davanti al Maglio. Si andava liberi, si arrivava la mattina e chi arrivava, arrivava: il primo si piazzava. È chiaro che io ero giovane e avevo un posto piccolino e c’erano i prepotenti che arrivavano con tanta roba e ti volevano mandare via, gli altri ti difendevano, ma era una lotta verbale tra compagni. Eravamo abituati a essere autonomi, a gestirci da soli, ci controllavamo da soli e facevamo in modo che non succedessero stronzate tra noi. Trovavo le cose in giro, amici che conoscevano le mie condizioni mi davano una mano. E questo è stato un periodo molto breve, un paio di mesi, però mi ha dato da vivere: sono sopravvissuta.

Abitavo in corso Vittorio Emanuele, in una pensione. Combinazione: ho vinto un concorso di miss, perché ero una bella ragazza, e ho partecipato al Cantagiro. Avevano liberalizzato la birra e io ero diventata Miss Birra Bruna, facevo il Cantagiro e facevo la velina. E lì ho conosciuto cantanti e musicisti, ho conosciuto la vita che non conoscevo. Sono andata a Ischia e lì ho conosciuto dei grandi sarti. E ho cominciato a fare la matta: non lavoravo più, ho fatto l’indossatrice per le sorelle Fontana, ho fatto la fotomodella per le fotografie della Fiat.

Poi ho fatto anche la rivoluzione del Sessantotto! Ho fatto la sessantottina, la rivoluzionaria, e nel frattempo andavo in giro di notte. Ero una testa accesa. A quel tempo vivevo con un musicista, però ho conosciuto il padre di mia figlia e sono diventata la sua amante. Lui è stato il primo importatore di flipper e jukebox dall’America, quindi era ricchissimo. Lui in via Po, angolo via Rossini, aveva aperto una discoteca. Il locale si chiamava Don Pepe. Sotto c’era la discoteca, al primo piano aveva un ristorante e di fronte aveva una paninoteca. E lui – dopo qualche anno – voleva che gestissi tutte queste attività. Al Don Pepe, di sera, servivamo tutto: whiskey, birra; di giorno invece non servivamo alcolici. Anche perché il Don Pepe è nato per i ragazzi che tagliavano da scuola e venivano da noi. Nel nostro locale di via Rossini è nata Lotta Continua e si incontravano anche quelli di Potere Operaio. Venivano sotto la sera, dove c’era la discoteca. Io partecipavo alle lotte alla Fiat nel ’69 e ’70.

Il padre di mia figlia nel frattempo faceva puttanate, aveva giri strani e io non lo sapevo. Quando mia figlia aveva otto anni suo padre è finito in galera in Francia. Mi aveva detto che era stato coinvolto involontariamente. E il palazzo dove c’era il Don Pepe era crollato, quindi non avevo più niente, non avevo la sussistenza. E lì sono tornata a fare il Balon, perché ero bloccata. Ho fatto di nuovo per qualche mese il Balon, che era sempre libero, non c’erano vincoli, niente: si arrivava, si piazzava e si vendeva. Mi figlia era piccola e veniva con me a fare il Balon; pensa, si ricorda che le avevano insegnato a fare le figure di carta, sai gli uccelli, le rane, e lei faceva quelle e le vendeva: dieci lire, venti lire. E mi aiutava così. Io vendevo le mie cose perché, essendo ricca prima, avevo tanta roba da casa mia. Poi un amico del padre di mia figlia mi ha detto: «Ma cosa fai a fare il Balon? Apri una sala giochi». E ho aperto una sala giochi in via Po, angolo via Rossini, la prima sala giochi di Torino è stata la mia. La sala giochi era di fronte al posto dove c’era il Don Pepe, là dove prima gestivo la paninoteca. Questo amico mi ha aiutato e abbiamo messo i flipper e i jukebox. E siamo andati avanti, poi c’erano i videogame e lì c’era la prima sala dei videogame.

Nel frattempo il padre di mia figlia torna dopo tre anni di prigione e mi fa la guerra. Voleva rimpossessarsi di tutto e io ho detto: «No, non mi sta bene perché non voglio avere a che fare con te». Lui mi ha buttato fuori di casa, mi ha tolto la sala giochi e io mi sono trovata di nuovo al Balon. Sono finita al Balon perché non avevo altra soluzione! Facendo il Balon, incontro un mio cugino e mi offre di lavorare con lui per INA Assitalia. «Vieni a lavorare con me, ti faccio fare il corso», dice. E lui mi ha aiutato veramente, mi ha mandata a studiare a Milano: ho fatto una specie di master in economia per poter lavorare nel mondo finanziario perché vendevo polizze pensionistiche, le prime polizze pensionistiche. A metà anni Ottanta nascono i fondi di investimento e mio cugino, con un suo socio, comincia a lavorare per Agos, finanziaria del gruppo Montedison e mi chiede se voglio lavorare anche io. Io faccio di nuovo un master a Milano e comincio. Chiaro che quel mondo lì era tutta un’altra cosa, non era più il mondo della notte, delle marachelle, non era più il mondo della tossicità. Era un mondo bello, mi piaceva. Poi sono caduta in disgrazia. Tutto quello che avevo guadagnato fino al 1988 – e guadagnavo bene perché avevo lavorato per INA Assitalia e poi Montedison – l’ho investito in un fondo sbagliato.

Allora vado a lavorare in banca. Do l’esame, che è un esame di stato, e divento consulente finanziario di questa grossa banca. Inizio nel 1988. Però sono una irrequieta e lavorando in banca conosco persone del settore immobiliare e mi chiedono se volevo lavorare per l’immobiliare e ho detto sì. Ho conosciuto gente molto ricca che aveva degli immobili e ho fatto l’amministratore per questi ricconi di Pinerolo. Uno è un assessore, tutta gente ricchissima, che aveva proprietà enormi, fazendas in Sud America. Mi guardi stupito, eh? Mi davano una percentuale sugli affitti che andavo a riscuotere. Tutti gli anni Novanta ho lavorato in banca e come privato per questa amministrazione. Mantenevo mia figlia, non mi costava poco. Ero una brava venditrice.

In seguito mia figlia è a Roma e io decido di mollare tutto e andare a Roma. Ho chiesto aiuto a una conoscente e lei mi ha fatto lavorare per una società di Milano, siamo nel Duemila, una società che si occupa di caricamenti nei supermercati. Coprivo il centro Italia: Lazio, Marche, Abruzzo. Facevo la refill manager per gli ipermercati. Questa società di Milano faceva i caricamenti dei supermercati, significa che mandava il personale nei supermercati a caricare per le grandi aziende: Coca Cola, Barilla e altre. Arrivava il materiale e i ragazzi pagati dalle società di distribuzione mettevano a posto gli scaffali. Io insegnavo ai ragazzi le tecniche per riempire gli scaffali e andavo negli ipermercati a controllare che facessero questo. In tutti gli ipermercati: Coop, Conad e altri. Io come refill manager gestivo duecentocinquanta ragazzi. Andavo in giro per l’Italia, non stavo mai a casa. Poi ho una discussione con mia figlia, litighiamo e io faccio le valigie e vengo via dopo aver vissuto due anni a Roma, era il 2002. E lascio quel lavoro di punto in bianco, a Milano erano disperati.

Torno a Torino e vado ospite da mia sorella. Poi avevo la residenza in una stanza che era una ex portineria, me la sono fatta riattare e ho messo il soppalco. Ero insoddisfatta, irrequieta. E sono arrivata a sessant’anni nel 2004, l’età della pensione, e vado in pensione, però lì non so più cosa fare. Allora sono andata a lavorare per un’agenzia di viaggi, però non faceva per me: sì, io parlo tre lingue, sono andata in Corsica, in Francia, ma non mi sentivo a mio agio a fare quel lavoro lì. Per qualche anno, tornata da Roma, sono sopravvissuta, ma ero in difficoltà e allora mi sono ricordata del mercato e di come mi aveva aiutato in passato: così mi sono riavvicinata al Balon!

Sono andata in giro per vedere che cosa succedeva al Balon e dal 2007 a oggi faccio il Balon. Andavo nel canale Molassi [dietro a via Borgo Dora, non distante dal luogo originario dove piazzavano gli straccivendoli] e allora il mercato dei poveri era controllato dall’associazione Vivibalon [l’ente che controlla il mercato dei venditori più poveri dal 2003]. Era cambiato, perché dovevi pagare una quota per il tuo spazio. Prima non dovevi pagare, non ero abituata e ho dovuto abituarmi, però non mi sono trovata male. Finché non ci hanno rotto i coglioni [nel 2019] non si stava male. Sempre raccattavo oggetti dagli amici, dai conoscenti, con la vita che ho vissuto conoscevo un mucchio di gente, di tutto e di più. La gente aveva visto che ero caduta in disgrazia. Prima ero milionaria, poi sono diventata una pensionata. Io in tutto prendo seicentoventi euro al mese di pensione, e questa cifra solo da quando ho compiuto ottant’anni.

Ti ho conosciuto nel canale Molassi in Borgo Dora nel 2017, 2018, poi è avvenuto lo sfacelo. Un macello! Succede che ci vogliono far chiudere, ma noi non eravamo abituati a questo tipo di atteggiamento da parte della politica. [Alle fine del 2018 la giunta Appendino intima lo spostamento del mercato gestito da Vivibalon: un trasferimento dalla sede storica di Borgo Dora in via Carcano]. Io chiaramente non sono d’accordo, voi ragazzi ci aiutate a fare casino, a farci sentire. Siamo andati davanti al municipio a far bordello, ma non è servito a nulla. A un certo punto il gran capo qui [di Vivibalon] ci dice che dobbiamo lasciare tutto perché la polizia ci trasferisce qui in via Carcano. Io sono una di quelle che non è venuta in via Carcano, sono stata nove mesi abusiva in canale Molassi. Pochissimi venivano qui in via Carcano. Le notti di venerdì accendevamo i fuochi e prendevamo i posti in Borgo Dora. Il venerdì sera andavo a prendere il posto dopo le sette nel canale Molassi, con il mio baracchino. Facevo il fuoco, stavo lì a chiacchierare, a tenere compagnia. A volte non ce la facevo e andavo a dormire, ma c’era sempre qualcuno che guardava affinché non mi rubassero la roba. E nessuno ha mai toccato niente! I ladri non esistevano, fra di noi non ci siamo mai rubati niente. In questa lotta ci organizzavamo da soli, tra noi, senza controlli, senza bisogno che qualcuno venisse a dirci come comportarci, anzi tra di noi ci controllavamo ed eravamo tanti, veramente in tanti. Anche per raccogliere le immondizie, eravamo noi a gestire: controllavamo che tutti buttassero dentro il camion, che continuava a esserci. Poi hanno costruito un muro [nel piazzale di San Pietro in Vincoli, accanto al canale Molassi] per impedirci di vendere ed è arrivata la Celere. Io sono una che è stata caricata dalla polizia! Volevo lo stesso piazzarmi, e non mi hanno lasciato, poi ho visto degli altri, poverini, che hanno piazzato e gli hanno sequestrato tutto, gli hanno fatto la multa, li hanno portati via, un sacco di casini. Io, combinazione, non avevo piazzato perché non avevo fatto in tempo: ero lì che manifestavo e mi hanno caricato! Nonostante hanno visto i miei capelli bianchi, non gli è fregato un cazzo di niente: hanno caricato lo stesso. E io sono una di quelle che si è messa a urlare e le ha prese.

E adesso? Mi sono integrata qui in via Carcano, sto facendo via Carcano. E quanti anni è? Dal 2020, tanti anni. Il mercato qui non è male, ma chi lo dirige [l’associazione Vivibalon] fa il bello e il cattivo tempo e noi venditori non abbiamo nessun potere: non fanno assemblee, fanno tutto loro. E nel frattempo la politica ha deciso che ci vuole chiudere perché dicono che qua ci sono i ladri, i delinquenti, ma non è vero. Pensa che qua hanno fatto delle multe con verbali per dei portasaponette. I vigili hanno fatto la multa di centosessanta euro perché sul banco di Michele hanno trovato due portasaponette che avevano ancora il cartellino attaccato e qui non si può vendere nulla di nuovo. Qui la gente vive di elemosina e i vigili vanno a caccia di due piccoli oggetti nuovi. E siamo anche tutti obbligati ad avere il tesserino addosso quando vendiamo. Passa il vigile, che ci conosce da sempre, e ci dice: «La tessera!». Siamo obbligati a tenere la tessera al collo, da qualche mese. Il Balon era la libertà e adesso ti hanno messo l’anello al naso!

Il Balon è stata un’ancora di salvezza in tutti i momenti difficili e adesso lo è ancora. Che cosa faccio io? Vado a chiedere l’elemosina? Se non faccio il Balon, come faccio la spesa? Non bastano le offese della vita? Ho fatto delle puttanate, e le ho pagate tutte, ma non rimpiango niente di quello che ho fatto. Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto nella vita: errori compresi. Anche perché io sono il risultato dei miei errori e se ho una sensibilità di un certo tipo è perché ho pagato sulla mia pelle i miei errori. Altrimenti non sarei così a ottantun anni, non sarei disposta a fare la guerra alla mia età. Quelli della mia età non hanno più voglia di fare la guerra, io ce l’ho ancora. E ti dirò di più: anche se non faccio più il Balon perché non ho più il fisico per farlo, se c’è bisogno di contestare, io ci sono, io vengo. Se chiudono via Carcano, ci mettiamo tutti qua davanti a protestare e far casino e poi torniamo in Borgo Dora, al Balon! Non c’è dubbio! Non c’è alternativa. Questa è tutta gente che, bene o male, vive di questo.  

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