Oggi un’azienda come Apple non potrebbe nascere in un garage

oggi-un’azienda-come-apple-non-potrebbe-nascere-in-un-garage
Oggi un’azienda come Apple non potrebbe nascere in un garage

Caricamento player

A Los Altos, una cittadina vicino a San Francisco, in California, si trova uno dei garage più famosi al mondo. Sarebbe lì infatti che esattamente cinquant’anni fa, il primo aprile del 1976, Steve Jobs e Steve Wozniak fondarono la Apple Computer Company, l’azienda che oggi si chiama Apple Inc. e ha una capitalizzazione di mercato superiore ai 3mila miliardi di dollari.

Non troppo lontano da Los Altos si trovano altri garage storici: quello dove fu fondata la multinazionale di computer e stampanti Hewlett-Packard, nel 1939, o quello dove più recentemente nacque Google. Il mito dell’azienda di successo nata da una grande idea e con pochi soldi, appunto in un garage, è da tempo parte della retorica della Silicon Valley, l’area attorno alla baia di San Francisco dove sono nate alcune delle maggiori aziende tecnologiche del mondo. È tuttavia sempre meno realistica, per diversi motivi.

La Silicon Valley cominciò ad attirare capitali all’inizio del Novecento, grazie alla vicinanza alla Stanford University, e dopo la Seconda guerra mondiale divenne un importante polo tecnologico per il settore militare statunitense. Nel 1956 vi si trasferì William Shockley, inventore del primo transistor, componente fondamentale per l’informatica, portando alla nascita di aziende come Intel. Fu questo ecosistema di imprese, università e capitali a rendere possibile, almeno per un periodo, che due studenti in un garage potessero dare origine a una multinazionale da miliardi di dollari.

Il primo prodotto di Apple fu un personal computer, Apple I, che secondo quanto raccontato dai fondatori fu progettato e costruito perlopiù da Wozniak per hobby. Wozniak si fece aiutare da Jobs, che ai tempi aveva 21 anni e come lui aveva lasciato l’università per andare a lavorare nel settore informatico: il garage dove secondo loro tutto ebbe inizio era quello della casa dei genitori di Jobs. Nel giro di pochi mesi, nel 1977, l’azienda ottenne un importante investimento dall’imprenditore Mike Markkula, che permise ad Apple di sviluppare Apple II, con cui iniziò ufficialmente il suo successo commerciale.

Oggi per avviare una startup simile è difficile che qualcuno parta da zero. Solitamente ci si rivolge fin dall’inizio a venture capitalist e angel investor (investitori specializzati in aziende innovative ad alto rischio), o si tenta di entrare a far parte di un acceleratore di startup, un’organizzazione che aiuta le aziende nelle prime fasi della loro vita. Questo tipo di investitori è attivo nell’area da tempo – uno di questi, Sequoia Capital, finanziò Apple nel 1978 – ma negli ultimi decenni i capitali a loro disposizione sono cresciuti enormemente, così come la loro influenza nel settore.

Un’altra ragione è più prosaica: il prezzo degli immobili nella zona attorno a San Francisco è cresciuto molto negli ultimi decenni, fino a diventare tra i più alti degli Stati Uniti e a causare una grave emergenza abitativa. La vecchia casa della famiglia Jobs oggi sarebbe un patrimonio immobiliare fuori portata per la maggior parte delle persone: basti pensare che da alcuni anni si sono diffuse nella zona «le startup di coinquilini», i cui dipendenti e fondatori vivono assieme per ridurre le spese.

A cambiare, inoltre, è anche il tipo di prodotto che viene sviluppato nella Silicon Valley. Sia Hewlett-Packard che Apple, per esempio, si occuparono sin da subito di hardware, producendo computer localmente. La stessa Silicon Valley, del resto, deve il suo nome al silicio, componente principale dei transistor e dei microprocessori che venivano sviluppati e prodotti dalle aziende della zona.

Oggi la produzione di chip e dispositivi elettronici è stata delegata quasi interamente ad altri paesi, come Cina e Taiwan, mentre le aziende statunitensi si sono specializzate nei servizi o nello sviluppo e nel design di prodotti. Come recita la scritta sul retro dei prodotti Apple, «progettato in California, assemblato in Cina».

Come ha più volte spiegato Tim Cook, amministratore delegato di Apple, la scelta di produrre in Cina non dipende dal basso costo della manodopera locale ma dall’unicità della filiera produttiva cinese, l’unica in grado di produrre a prezzi competitivi dispositivi sofisticati come gli iPhone. Lo dimostra il caso della città di Shenzhen, diventata un centro specializzato nella produzione di prodotti tecnologici di ogni tipo, tanto da essere detta «la Silicon Valley dell’hardware».

Il progresso scientifico e industriale degli ultimi cinquant’anni ha reso impraticabile l’idea di costruire da zero – e su scala industriale – un prodotto tecnologico competitivo, senza passare per la Cina o Taiwan (dove ha sede TSMC, il principale produttore di semiconduttori al mondo). A dominare il settore tecnologico statunitense oggi sono infatti perlopiù aziende di software e servizi come Meta, Amazon e Google, o startup che propongono prodotti simili.

Guardando poi alle grandi aziende di successo degli ultimi anni, quelle che si occupano di intelligenza artificiale generativa come OpenAI e Anthropic, è evidente che nessuna avrebbe mai potuto nascere in un garage o in un dormitorio. Per sviluppare un modello linguistico di grandi dimensioni servono infatti personale specializzato e l’accesso a potenti data center, per cui sono necessari notevoli investimenti.

Va infine detto che, come ogni mito, anche la storia del garage di Apple è stata probabilmente arricchita da elementi di fantasia ed esagerazioni. L’azienda ebbe infatti un terzo co-fondatore, Ronald Wayne, all’epoca già quarantenne, che aveva lavorato a lungo per Atari, storico marchio di videogiochi, dove conobbe Jobs e Wozniak (Wayne lasciò Apple nel 1977). Quanto al garage di Los Altos, Wozniak ne ha successivamente ridimensionato il ruolo, sostenendo nel 2014 che il primo computer dell’azienda, Apple I, fu in realtà costruito altrove da lui stesso, e che il garage serviva soltanto «a farci sentire a casa».

Related Post