Ruggine a Taranto. Il dissalatore per una città senza confronto

ruggine-a-taranto.-il-dissalatore-per-una-citta-senza-confronto
Ruggine a Taranto. Il dissalatore per una città senza confronto
(disegno di irene servillo)

A Taranto, proprio al confine con i comuni di Massafra e Statte, è stata fortemente voluta da Acquedotto Pugliese la realizzazione del più grande dissalatore d’Italia, quello alla sorgente del fiume Tara. Il Tara è un fiume carsico lungo appena due chilometri, con una portata media ridotta. Il fiume, di cui abbiamo già scritto, rappresenta però un luogo di assoluto valore ambientale e soprattutto sociale: durante le calde estati sono rituali i bagni refrigeranti e i trattamenti con i fanghi, ritenuti benefici dalla comunità ampia ed eterogenea che si riversa sulle sponde e nelle conche del fiume. Con un trampolino e qualche struttura arrangiata a riva tra le canne di giunco, il Tara è l’unica oasi per ragazzi e anziani dei quartieri operai che faticano a raggiungere i tratti di spiaggia balneabile oltre gli impianti della zona industriale, l’acciaieria e la raffineria dell’Eni.

La costruzione del dissalatore viene giustificata da Acquedotto Pugliese come mezzo per contrastare la crisi idrica in Puglia, ma lega a sé innumerevoli interrogativi, alcuni tuttora irrisolti. In partenza, il costo dell’opera previsto si aggirava intorno ai 98 milioni di euro, di cui circa 27 da finanziamenti Pnrr e oltre 70 dal Fondo Sviluppo e Coesione. A marzo dello scorso anno, in seguito a una variazione del quadro economico approvata dall’Autorità Idrica Pugliese, l’opera raggiunge un costo di circa 130 milioni di euro, dove l’incremento dovrebbe giungere dai proventi tariffari dell’Acquedotto.

Ciò che fa più rumore riguarda la provenienza delle acque del Tara: trattandosi di un fiume carsico, la sua portata dipende direttamente dai fenomeni piovosi. Perciò è lecito chiedersi come possa tale impianto rimediare alla carenza di acqua se il suo stesso funzionamento dipenderà dalle variazioni di portata del fiume. Può la Regione Puglia spingere per la realizzazione di questo progetto, con simili investimenti e un significativo impatto ambientale (visto che sul Tara sussiste già un prelievo di 1.100 l/s destinato all’ex Ilva e all’agricoltura), senza impegnarsi a pensare ad alternative al progetto se non l’utilizzo delle autobotti? Nel frattempo, secondo l’Istat, la rete idrica pugliese registra perdite pari al 46,3 per cento delle acque trasportate e ad ottobre è stato dichiarato per la Puglia lo stato d’emergenza idrica. Caso simile persiste in Sicilia, dove la costruzione di diversi dissalatori non sembra aver minimamente posto rimedio alla carenza di acqua.

LA TECNICA COME MURO
Se con il precedente articolo si è voluto restituire una fotografia del contesto in cui si colloca l’opera, questo vuole essere invece uno strumento di analisi e comprensione delle dinamiche politico-amministrative che hanno accompagnato il progetto fino a oggi. Nonostante l’iter autorizzativo si sia concluso i primi giorni di settembre e i lavori siano partiti a pieno ritmo alla fine dello stesso mese, con nove ditte previste sul cantiere e circa centoventi lavoratori, l’opposizione della comunità, che non comprende le iniziative della politica locale e degli enti pubblici, rimane forte e ha acquisito sempre più consapevolezza nel tempo.

Due strade perfettamente parallele, mobilitazione e iter autorizzatorio, che non hanno mai avuto modo di incontrarsi, nemmeno quando la mobilitazione ha espresso la necessità di sviluppare un confronto politico serio e motivato sull’opera. Le rivendicazioni della comunità del Tara sono in linea con quelle di altre vertenze del territorio: la discarica di inerti alle porte del quartiere Paolo VI, la proposta di costruire un impianto di rigassificazione nel porto di Taranto, le sempre più inquietanti vicende dell’ex Ilva che continua a mietere vittime tra operai e cittadini, la raffineria dell’Eni. E ancora: la volontà di realizzare un impianto fotovoltaico off-shore nel porto di Taranto, l’ampliamento dell’inceneritore di Massafra, le discariche, la marina militare che non intende indietreggiare restituendo spazi sottratti alla città per più di un secolo. Quelle elencate sono tutte vicende che hanno come comune denominatore l’appropriazione dei luoghi a danno delle comunità che li vivono e che non vengono minimamente coinvolte nei processi decisionali, opere tutte giustificate dall’invocazione di un presunto bene superiore o dalla presenza di altre opere impattanti.

È un paradosso che Taranto continua a vivere anche con la vicenda dissalatore: una delle aree pugliesi che più soffre i disservizi della rete idrica viene chiamata a sacrificare un pezzo di sé, mettendo a rischio uno dei pochi luoghi rimasti indenni dal feroce sviluppo industriale e urbanistico degli ultimi decenni. A testimonianza di ciò si prenda la motivazione al parere negativo all’opera, in conferenza di servizi, da parte della Soprintendenza del ministero della cultura. Tra le oltre cinquanta pagine di motivato dissenso si legge: “La realizzazione del progetto trasformerebbe in modo irreversibile il paesaggio identitario. Il paesaggio non è soltanto un fatto visivo. La convenzione europea del paesaggio lo definisce come ‘una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni’, il cui carattere deriva dall’azione congiunta di fattori naturali e umani. Il territorio diventa paesaggio quando gli abitanti si riconoscono in esso, nei suoi tratti identitari, contribuendovi non solo con interventi materiali ma anche in senso culturale e simbolico. Solo attraverso tale processo può maturare una percezione positiva del paesaggio. Tale dinamica difficilmente può attivarsi in un contesto in cui la trasformazione avviene in tempi così rapidi e mediante l’introduzione di impianti e infrastrutture di grande scala, come nel caso in esame”.

Nonostante questo dissenso all’opera, la Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio della Regione Puglia, come si legge dal verbale della conferenza di servizi, ritiene che non ci siano criticità rilevate dal punto di vista paesaggistico. La conferenza si conclude a gennaio 2025, oltre i novanta giorni regolamentari, nonostante il parere del ministero, nonostante le prescrizioni significative da parte di Arpa Puglia, nonostante le prescrizioni dell’Asl di Taranto, nonostante i dubbi sulle interferenze con la rete gas di Snam. Tale conclusione coincide con il rilascio della Valutazione di impatto ambientale dell’opera, una delle principali autorizzazioni che concorrono al rilascio del Paur (Provvedimento autorizzatorio unico regionale), il vero e proprio via libera ai lavori. Il 20 febbraio 2025 viene rilasciata, sempre dalla Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio, l’autorizzazione paesaggistica all’opera, altro tassello necessario al rilascio del Paur.

Il ruolo ricoperto in questa vicenda dalla Regione non è affatto marginale, ma centrale e soprattutto decisionale. Lo stesso rilascio del Paur è responsabilità della Regione, che coordina la conferenza di servizi, cura l’istruttoria e i rapporti con gli enti coinvolti. A maggio, in occasione della presentazione dei candidati alle elezioni amministrative di Taranto per il Pd, un gruppo di cittadini riuniti nella rete civica Difesa fiume Tara, ha colto l’opportunità per interrogare sulla vicenda Emiliano, sempre presente agli eventi di partito, che spesso si svolgono nei salotti buoni della città e per il solo periodo di campagna elettorale. Alla fine dell’evento, l’ex governatore regionale decideva di accettare il confronto con la compagine civica, mentre gli altri partecipanti, attoniti, facevano da cornice alla discussione. Da queste parti, infatti, cercare un confronto schietto con i vertici politici dei partiti non è pratica diffusa. Il presidente, incalzato dalla rete, respingeva ogni attribuzione di responsabilità politica rispetto alla vicenda: «Per Acquedotto Pugliese decide la sua governance», «io non sono il faraone», «se Acquedotto Pugliese ha scelto è perché ci sono delle motivazioni tecniche». Quest’ultima affermazione è stata il vero e proprio leitmotiv con il quale la mobilitazione ha dovuto fare i conti. Pur trattandosi di scelte innanzitutto politiche, la stessa politica, a ogni livello, quando interrogata sulle proprie responsabilità, ha sempre ricondotto il dibattito a una mera questione tecnica. In occasione del sit-in promosso dalla rete civica nell’aprile 2025 presso la presidenza della Regione Puglia a Bari, nonostante fosse stato chiesto un incontro di natura esclusivamente politica con Emiliano, a presentarsi sono stati tre dirigenti di Acquedotto Pugliese, uno di Arpa Puglia e uno della Regione. La giustificazione fornita è che il governatore non avrebbe potuto rispondere a questioni decisionali di Acquedotto Pugliese in quanto frutto di scelte tecniche. La tecnica ancora una volta usata come un muro tra comunità e politica. 

DOPO LE ELEZIONI
La scorsa primavera una scarna e poco partecipata campagna elettorale per le elezioni amministrative, la retorica stanca di una classe dirigente che si reinventa da ormai trent’anni, hanno tracciato un solco invalicabile tra interessi comunitari e politica locale. Tutti i candidati hanno parlato del dissalatore: chi avrebbe voluto farlo a mare (come se spostare un problema ambientale equivalesse a eliminarlo), chi si dichiarava totalmente contrario. Lo stesso futuro sindaco Piero Bitetti, nella settimana precedente il ballottaggio, ha dichiarato che il Tara sarebbe stato difeso con ogni strumento giuridico e urbanistico. Le elezioni comunali si sono svolte tra maggio e giugno e, per tutta la successiva estate, si è assistito al progressivo rilascio di tutte le autorizzazioni necessarie alla conclusione del Paur. Intanto, la cittadinanza ha tentato invano di conoscere le reali posizioni della nuova amministrazione sul dissalatore, la discarica di inerti nel quartiere Paolo VI, la nave rigassificatrice nel porto di Taranto e l’accordo di programma per l’ex Ilva. Pur rivendicando, con presidi in occasione dei vari consigli comunali, la volontà di partecipare alle decisioni che riguardano le proprie vite, non hanno ricevuto risposte esaurienti. Alle dichiarazioni della campagna elettorale non è seguita alcuna azione, ma piuttosto un imbarazzante silenzio proveniente dal Palazzo di Città, o qualche sparuto “bisogna valutare”. A inizio settembre, tutte le autorizzazioni necessarie concesse, è stato dichiarato concluso il procedimento di rilascio del Paur. In risposta a ciò, la comunità ha chiesto che fosse il comune di Taranto a farsi carico del ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale, dando seguito alle promesse fatte durante la campagna elettorale. Il sindaco non sarebbe obbligato a presentare ricorso, ma ci si aspetta che venga effettuata una valutazione di merito sulla correttezza dell’iter autorizzativo, magari assegnando un mandato all’avvocatura comunale, oppure ascoltando i cittadini che nel frattempo avevano studiato le carte e richiesto un incontro al sindaco innumerevoli volte, senza mai ricevere risposta. La stessa rete Difesa fiume Tara ha preparato un dossier contenente una serie di punti dell’iter meritevoli di attenzione. Il dossier è stato consegnato nei primi giorni di ottobre all’assessora all’ambiente (in quota AVS), ma nonostante le parole del suo partito durante la campagna elettorale rispetto al tema dissalatore, la cittadinanza non ha potuto constatare alcuna azione dell’amministrazione in difesa del fiume Tara, tantomeno l’allontanamento del partito dal governo cittadino.

L’ultimo episodio, che sancisce la rottura di ogni rapporto istituzionale (se così può definirsi) tra comune di Taranto e mobilitazione è avvenuto il 13 ottobre 2025, in occasione di un consiglio comunale durato nove ore. Tra i punti all’ordine del giorno vi era una mozione che chiedeva alla giunta e in particolare al sindaco di impugnare il Paur presso il Tar. La mozione veniva emendata e trasformata in un impegno non più a impugnare, ma a valutare se vi fossero i motivi per impugnare, insomma un’ulteriore dilazione di fronte alla scadenza dei termini per effettuare il ricorso, fissata al 4 novembre. Nonostante questo, la rete Difesa fiume Tara non ha smesso di cercare un modo per presentare il ricorso, creando una collaborazione con il Gruppo di intervento giuridico, un’associazione che utilizza lo strumento del diritto per tutelare l’ambiente e i contesti a esso collegati. Il vero colpo di scena riguarda però i termini di presentazione del ricorso: si è scoperto che il Paur non era stato ancora pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia e che, secondo una legge regionale, i termini per impugnare un atto cominciano a decorrere dal momento della pubblicazione. Il Paur è stato pubblicato il 4 dicembre, addirittura dopo l’inizio dei lavori presso i cantieri del dissalatore. Così il Gruppo di intervento giuridico ha preso in carico il dossier ignorato dall’assessora, presentando ricorso presso il Tar del Lazio. Si è scelta la sede di Roma in quanto competente per le controversie che riguardano opere finanziate tramite Pnrr. Contestualmente la rete civica continua a proporre eventi di autofinanziamento che serviranno a sostenere le spese processuali. In attesa dell’esito del ricorso, resta una certezza: mentre istituzioni e politica hanno scelto di non assumersi responsabilità, assecondando le scelte di Acquedotto Pugliese, della Regione Puglia e dell’Autorità Idrica Pugliese, la difesa del Tara è ormai interamente sulle spalle della comunità locale. (domenico colucci)

Related Post