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L’intelligenza artificiale è uno dei pochi ambiti della tecnologia in cui la retorica commerciale è incentrata sulle prestazioni, e poco o niente sui costi e sui consumi. Forse perché sono il suo punto più debole: tutto il settore si basa su una filiera produttiva lunghissima, sul presupposto di una disponibilità di risorse eccezionalmente ampia, e su investimenti enormi e difficili da ripagare. Per questo se ne parla da tempo come di una possibile bolla finanziaria. Se davvero lo è, secondo alcuni analisti, allora quella bolla potrebbe presto scoppiare a causa della crisi energetica mondiale dovuta alla guerra in Medio Oriente, con conseguenze per tutta l’economia globale.
È un’ipotesi discussa da settimane da diversi esperti, basata su analisi e previsioni di dati economici, ma anche su considerazioni piuttosto intuitive. La guerra sta stravolgendo politiche e priorità di molti paesi in materia di ricerca e approvvigionamento dell’energia, e non avrebbe senso aspettarsi che non avrà un impatto profondo su «una delle invenzioni più energivore di sempre» e su una filiera «in grado di attraversare oltre 70 confini prima di raggiungere il consumatore finale», come l’ha descritta l’economista britannico Tej Parikh in un recente articolo sul Financial Times.
La crisi energetica, la più grave degli ultimi decenni, ha avuto effetti anzitutto sui paesi dell’Asia orientale e meridionale, il cui fabbisogno energetico dipende in particolare dal gas naturale e dal petrolio provenienti dal golfo Persico, ancora necessari per generare elettricità. In due di questi paesi, Corea del Sud e Taiwan, si trovano Samsung, SK Hynix e TSMC, le tre aziende responsabili della maggior parte della produzione di chip di memoria e semiconduttori necessari per far funzionare i sistemi di AI e i data center (oltre a smartphone, automobili, elettrodomestici e molto altro).
TSMC, taiwanese, produce quasi tutti i chip di fascia alta per l’AI progettati da Nvidia, attualmente l’azienda di maggior valore al mondo. In altre parole, se la domanda di energia di due paesi non viene soddisfatta, la produzione mondiale di semiconduttori ne risente.

Uno stabilimento della TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) a Hsinchu, Taiwan, il 28 marzo 2026 (Daniel Ceng/Anadolu via Getty Images)
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Una prova delle difficoltà del settore è che questa situazione sta rendendo imprescindibile un approccio finora trascurato, nel campo dell’AI: l’efficienza energetica. Mentre nel resto del settore tecnologico la riduzione dei consumi e l’autonomia sono obiettivi riconosciuti da anni, nello sviluppo dei sistemi di AI l’efficienza è diventata un requisito indispensabile solo di recente.
Proprio l’amministratore delegato di Nvidia, Jensen Huang, ha scritto a marzo che la necessità di rendere le prestazioni dell’AI “scalabili” – cioè espandibili alla bisogna senza incrementare proporzionalmente i costi – dipenderà dalla capacità di progettare diversamente i chip. Ma non è detto sia possibile realizzare chip del genere senza un aumento dei costi di produzione, in un settore ancora e da sempre caratterizzato dall’assenza di un modello di business sostenibile.
L’incertezza sul futuro dell’AI dovuta alle ripercussioni della guerra in Medio Oriente riguarda anche l’approvvigionamento di altre risorse materiali, a parte l’energia necessaria a svilupparla. Per produrre i wafer di silicio (il materiale semiconduttore su cui vengono realizzati i minuscoli circuiti integrati) servono in particolare tre elementi molto difficili da sostituire: elio, zolfo e bromo. E tutti e tre provengono principalmente dall’area del Golfo.
Prima della guerra circa un terzo delle scorte mondiali di elio, usato per raffreddare i wafer, proveniva dal Qatar (uno degli impianti principali, a Ras Laffan, è stato bombardato). Il mar Morto è la più grande riserva mondiale di bromo, il materiale standard per incidere i wafer. Quanto allo zolfo, usato per rimuovere impurità dai chip, circa la metà di quello trasportato via mare in tutto il mondo passa attraverso lo stretto di Hormuz, controllato dall’Iran. «Più a lungo rimarrà chiuso, più gravi saranno le conseguenze», ha scritto Parikh.

Un processore con un chip Nvidia integrato in mostra alla fiera sull’intelligenza artificiale AI EXPO 2026 a Taipei, Taiwan, il 25 marzo 2026 (Daniel Ceng/Anadolu via Getty Images)
Oltre che per l’approvvigionamento delle materie e per le infrastrutture energetiche, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e altri paesi del Golfo sono fondamentali anche perché sono investitori che acquistano la maggior parte dei chip. Se la guerra continuerà, i prezzi dei chip aumenteranno, perché chi li produce comincerà a razionare le scorte e a contendersi le poche forniture. A quel punto le valutazioni delle aziende crollerebbero, e le conseguenze sarebbero durature, perché anche se la guerra finisse domani servirebbero mesi per ripristinare l’intera catena di approvvigionamento.
Per definire la situazione attuale diversi esperti hanno utilizzato la parola “policrisi”, resa celebre dopo la pandemia dall’economista britannico Adam Tooze, che la usò per definire una situazione in cui crisi diverse ma interconnesse si verificano contemporaneamente e si amplificano a vicenda in modo imprevedibile.
Parlando con Foreign Policy, lo stesso Tooze ha detto di recente che l’estrema sensibilità delle aziende dell’AI alle fluttuazioni dei prezzi dell’energia e agli approvvigionamenti di elio le rende estremamente vulnerabili. E che la combinazione tra la carenza energetica e la quantità enorme di capitali presi in prestito per sostenere il settore aumenta il rischio di una crisi.
Di policrisi in riferimento all’industria dell’AI hanno scritto anche i due stimati giornalisti di tecnologia dell’Atlantic Matteo Wong e Charlie Warzel, allargando ulteriormente la prospettiva. Negli ultimi mesi del 2025 quasi tutta la crescita economica negli Stati Uniti è derivata da investimenti nel settore dell’AI, che molti analisti di Wall Street considerano però una bolla. «Se la crescita dovesse arrestarsi o se la tecnologia venisse percepita come incapace di mantenere le promesse, la bolla potrebbe scoppiare, innescando una reazione a catena nell’intero sistema finanziario», hanno scritto Wong e Warzel.
Secondo alcuni esperti e consulenti finanziari sentiti dall’Atlantic, da ipotetica la prospettiva del crollo del mercato dell’AI è diventata plausibile e quasi inevitabile, dato che una crisi energetica mondiale sembra imminente e gravissima anche nella migliore delle ipotesi. E il crollo avrebbe conseguenze sull’intero mercato azionario, perché finanziatori privati e banche hanno acquistato il debito delle aziende tecnologiche nella convinzione di ottenere rendimenti ingenti. Finirebbero per essere coinvolti tutti, «persino chi non ha idea di cosa contenga il proprio fondo pensione».

Cartelloni di Amazon Web Services (AWS), il servizio di cloud di Amazon, nell’area espositiva della conferenza organizzata da Nvidia GTC a San Jose, in California, Stati Uniti, il 17 marzo 2026 (David Paul Morris/Bloomberg/Getty Images)
La policrisi, determinata dal fatto che le fragilità sono transnazionali e interconnesse, sarebbe tra l’altro una delle principali differenze per esempio rispetto alla crisi finanziaria del 2008, avviata dallo scoppio della bolla del settore immobiliare. Un’altra è che la fragilità di un singolo settore, in questo caso l’AI, si rifletterebbe sulla stabilità di «alcune tra le più grandi aziende nella storia del capitalismo», fanno notare Wong e Warzel. Microsoft, Google, Meta e Amazon forniscono servizi cloud e gestiscono data center su vastissima scala, e tutte insieme hanno investito centinaia di miliardi di dollari in infrastrutture per l’AI.
Per farlo hanno contratto debiti enormi in parte con società di private equity, specializzate nei prestiti a imprese non quotate in borsa. Sono società come Blackstone, BlackRock e Blue Owl, a cui fondi pensione, fondi assicurativi e vari istituti finanziari affidano i propri capitali da investire. Operano come banche, di fatto, e sono diventate nel tempo potenti e influenti quanto lo erano prima del 2008 le banche d’affari Bear Stearns e Lehman Brothers, poi fallite.
«Tutti sono coinvolti in questo sistema. Le banche prestano denaro al credito privato, che a sua volta lo presta altrove. Questo aumenta il rischio», ha detto all’Atlantic Brad Lipton, dirigente del Roosevelt Institute ed ex consulente di un’agenzia governativa per la protezione finanziaria dei consumatori.
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Il cambiamento comincia a emergere anche dalle variazioni del valore delle azioni delle grandi aziende. Negli ultimi anni, a ogni nuovo investimento in data center, il valore aumentava. Ora gli investimenti sono più cospicui di prima, ma comincia a diffondersi la consapevolezza che non generano nemmeno lontanamente i ricavi necessari. Dall’inizio del 2026 le principali società responsabili del grande sviluppo dei data center – Google, Meta, Microsoft, Amazon, Nvidia e Oracle – hanno perso tra l’11 e il 29 per cento del loro valore.
Un’altra ripercussione della guerra in Medio Oriente sugli investimenti finanziari è che ha mostrato quanto siano fisicamente vulnerabili le infrastrutture da cui dipende lo sviluppo dell’AI. I data center sono diventati obiettivi, come dimostra l’attacco con droni da parte dell’Iran sui data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, all’inizio di marzo, in un’area in cui le grandi aziende statunitensi avevano in programma di costruirne molti di più.
Alcune previsioni incoraggianti sulla stabilità economica di altre società – anche aziende dell’AI, soprattutto OpenAI e Anthropic – indicano che il mercato dell’AI potrebbe comunque resistere e non svanire in una nuvoletta nel dirupo come Willy il coyote, ha scritto il Wall Street Journal. Tra l’altro, ha aggiunto, le guerre storicamente non hanno un impatto duraturo sui titoli azionari statunitensi. Ma quella in Medio Oriente ha comunque esposto diversi punti critici dell’industria dell’AI, ora difficili da nascondere.
Come ha scritto Parikh sul Financial Times, se il regime iraniano sopravvivesse, saprebbe di potere usare in futuro la chiusura dello stretto come un’arma ogni volta che le tensioni con Stati Uniti e Israele dovessero riemergere. E in generale, secondo Wong e Warzel, la guerra ha mostrato che le grandi aziende «hanno privilegiato la velocità rispetto alla sicurezza fisica dei data center, alla ridondanza della catena di approvvigionamento, all’efficienza e all’indipendenza energetica, alla stabilità politica e persino ai rendimenti finanziari». E seguendo questo approccio hanno coinvolto l’intera economia.

