
Il 16 marzo 2026 è stato approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore di Torino che introduce un cambiamento radicale: riduce il potere decisionale del consiglio comunale sull’uso del suolo, favorendo accordi diretti tra giunta comunale e privati. Questo rischia di limitare la trasparenza e la partecipazione dei cittadini, che potrebbero essere esclusi dalle decisioni. Questo passaggio si inserisce in una trasformazione più ampia: il piano regolatore, nato nel 1942 come strumento pubblico per guidare lo sviluppo urbano e tutelare i bisogni collettivi e il patrimonio storico ambientale, nel tempo è stato progressivamente piegato agli interessi del mercato e Torino rappresenta un caso emblematico di questa evoluzione.
LA CITTÀ INDUSTRIALE
Dopo la Seconda guerra mondiale Torino visse una trasformazione molto rapida. La città cresceva in modo disordinato e si costruiva soprattutto per guadagnare: tra il 1945 e il 1950 furono rese abitabili circa 18 mila stanze, mentre tra il 1951 e il 1955 si arrivò a circa 65 mila. La crescita fu strettamente legata allo sviluppo industriale: tra il 1951 e il 1971 la popolazione passò da circa 650 mila a oltre un milione e 200 mila abitanti. Questo aumento fu trainato soprattutto dall’espansione della Fiat, guidata da Vittorio Valletta, che attirò un’enorme immigrazione interna per soddisfare la domanda di lavoro nelle fabbriche, secondo il modello produttivo fordista.
Questa crescita coinvolse anche il settore edilizio, per la forte richiesta di abitazioni e infrastrutture. Tuttavia, la ricostruzione avvenne senza un piano regolatore aggiornato: gli interventi venivano decisi caso per caso, utilizzando un vecchio regolamento del 1908, spesso aggirato tramite deroghe. In questo contesto si sviluppò una forte speculazione edilizia. Tra il 1949 e il 1956 il Comune concesse 1.617 licenze edilizie in deroga, mentre la Commissione igienico-edilizia approvò oltre 2.700 sopraelevazioni. Si diffuse un’edilizia verticale, orientata a massimizzare i profitti, con la costruzione di nuovi grattacieli, soprattutto nel centro cittadino.
Molti piccoli proprietari furono costretti a vendere i loro terreni a grandi gruppi immobiliari, dando luogo a una concentrazione della proprietà fondiaria. Questo processo fece aumentare il valore delle aree e rese più difficile per il Comune intervenire, per esempio, per il recupero del centro storico.
IL PIANO DEL 1959
La redazione del nuovo piano iniziò nel 1950 e il progetto preliminare fu discusso e votato il 7 aprile 1956. Tuttavia, l’approvazione definitiva arrivò solo nel 1959. Il piano era stato elaborato da una commissione guidata dall’urbanista Giorgio Rigotti e prevedeva una città futura di circa un milione e mezzo di abitanti, rispetto ai 930 mila residenti al momento dell’approvazione.
Il modello elaborato era orientato a disegnare un progetto simile a una grande mano, che ha il palmo piantato nella vecchia zona centrale di Torino e che protende le dita verso il territorio circostante per favorire la crescita industriale e residenziale privata. Il lungo ritardo nell’approvazione e la debole capacità di controllo pubblico favorirono ancora una volta l’espansione edilizia privata e la speculazione. La lentezza nella sua elaborazione aveva già compromesso molte aree libere; inoltre, la mancanza di una forte volontà pianificatrice portò a un uso disordinato delle risorse e dei programmi per i servizi pubblici. L’edilizia privata rispondeva a un bisogno crescente di case e l’amministrazione comunale supportava questa urbanizzazione per favorire gli interessi del mercato fondiario. A questo si aggiungeva il problema dell’incentivazione della motorizzazione privata, che non favorì una virtuosa organizzazione dei trasporti pubblici urbani. Gli insediamenti di edilizia pubblica non furono sufficienti per rispondere al bisogno di domanda e spesso venivano previsti verso gli estremi margini del perimetro della città.
Le periferie, spesso sovraffollate e poco attrezzate, divennero il centro delle proteste sociali. Tra il 1965 e il 1970 la città fu attraversata da forti mobilitazioni, legate anche alle lotte operaie nella Fiat Mirafiori e ai movimenti studenteschi del 1968. Le richieste riguardavano non solo il lavoro e l’università, ma anche il diritto alla casa, ai servizi e a una migliore qualità della vita urbana. In questo clima nacque nel 1972 il Coordinamento dei comitati di quartiere, in seguito a una protesta contro una variante urbanistica accusata di favorire gli interessi privati a scapito dei servizi pubblici.
IL PROGETTO DEL 1980
“Non so se mi illudo, ma la conoscenza di queste vicissitudini potrebbe anche contribuire a rendere le pubbliche amministrazioni più consapevoli della fatica degli urbanisti, militanti disarmati”, scriveva Giovanni Astengo nel libro Urbanista sotto accusa a Gubbio. Astengo era un urbanista molto impegnato, che vedeva il suo lavoro come una forma di “militanza”, cioè un impegno civile per migliorare la città. Nel 1977 contribuì a far approvare in Piemonte una delle leggi regionali più importanti per la tutela del territorio. Già dal 1975, con il cambiamento politico che portò i partiti di sinistra al governo locale e regionale, si aprì una nuova fase nelle politiche urbanistiche. In questo contesto, la legge regionale 56 del 1977 rafforzò il legame tra la pianificazione del territorio e le scelte economiche, cercando di rendere lo sviluppo delle città più controllato e attento all’interesse pubblico.
Nacque così il progetto preliminare del piano regolatore del 1980, noto come piano Radicioni. Il piano puntava, da un lato, a ridurre il ruolo del centro storico come luogo delle attività economiche, favorendo invece il miglioramento delle abitazioni e dei servizi sociali; dall’altro, a rafforzare le periferie attraverso interventi di riqualificazione e nuove attività.
Queste idee si basavano su importanti leggi nazionali, come quella del 1971 sull’edilizia pubblica e la legge Bucalossi del 1977, che introduceva il principio secondo cui costruire non è un diritto automatico, ma una concessione pubblica. Tuttavia la sentenza n. 5 del 1980 della Corte Costituzionale cambiò radicalmente questa impostazione, affermando che il diritto di edificare è comunque legato alla proprietà privata. Questo fece aumentare notevolmente il valore dei terreni e rese molto difficile per i comuni acquistarli per realizzare servizi pubblici o edilizia popolare.
Nel frattempo, Torino stava entrando in una fase di crisi industriale. Un momento simbolico fu la chiusura dello stabilimento Fiat del Lingotto, annunciata nel 1982. Questo evento aprì un dibattito sul futuro delle aree industriali dismesse e sul nuovo ruolo della città. Nonostante le innovazioni, il piano del 1980 non fu mai realizzato. Nel 1983 la giunta si dimise e il progetto venne definitivamente abbandonato.
IL PIANO DEL 1993
Il piano regolatore generale di Torino del 1995 ha segnato una svolta profonda nel modo di pensare la città. Il piano nasce per affrontare la crisi delle grandi fabbriche e punta sulla riconversione delle vaste aree dismesse privilegiando le funzioni terziarie e residenziali, spesso guidate dalle dinamiche del mercato immobiliare. In molti casi ciò si è tradotto nella demolizione o radicale trasformazione di importanti complessi industriali, contribuendo a una parziale perdita della memoria storica produttiva della città.
Il nuovo piano regolatore di Torino organizzava la trasformazione urbana intorno a tre grandi “assi”, cioè tre direzioni principali di sviluppo. Il più importante era la Spina Centrale, un lungo corridoio che attraversa la città da nord a sud, realizzato sopra una linea ferroviaria interrata con l’obiettivo di collegare aree industriali dismesse, trasformandole in nuovi spazi urbani con case, uffici e aree verdi. In queste zone il piano stabiliva anche quanta costruzione fosse possibile: in termini semplici, per ogni metro quadrato di terreno si potevano costruire circa 0,7 metri quadrati di edifici privati. Questo limite poteva essere aumentato leggermente attraverso accordi tra pubblico e privato, per esempio cedendo aree per servizi o spazi pubblici in cambio della possibilità di costruire di più altrove.
Il secondo asse seguiva il fiume Po ed era destinato soprattutto a parchi e spazi per il tempo libero, mentre il terzo, lungo corso Marche, serviva a migliorare i collegamenti tra la città, le periferie e i comuni vicini. Il piano individuava inoltre alcune grandi aree industriali abbandonate – come gli ex scali ferroviari e la zona Dora – come luoghi prioritari su cui intervenire. Qui si prevedeva di costruire nuovi servizi, università, abitazioni e attività legate agli uffici e al commercio, oltre a progetti importanti come centri sanitari e di ricerca.
Per organizzare tutti questi interventi, il territorio della città veniva diviso in diverse categorie: le aree storiche, da proteggere; i quartieri già costruiti, dove si interveniva soprattutto per migliorare e riqualificare; le grandi aree da trasformare, cioè le ex zone industriali. Il piano prevedeva anche la creazione di parchi e infrastrutture pubbliche. Per farlo introduceva un meccanismo particolare: se un terreno privato veniva destinato a verde pubblico o servizi, il proprietario poteva “spostare” il diritto di costruire in un’altra area. Questo sistema, però, presenta diversi problemi: può favorire operazioni speculative, concentrando molte costruzioni in alcune zone e aumentando così la densità urbana. Inoltre rende il piano più difficile da gestire e può alterare l’equilibrio complessivo previsto.
Dal punto di vista teorico si disse che il progetto delle Spine avrebbe “ricucito” le parti separate o marginali della città. In realtà, questo recupero avvenne soprattutto attraverso una forte costruzione di nuovi edifici, più che con un reale potenziamento dei servizi pubblici. Alla fine, le aree ex industriali furono costruite al massimo possibile, mentre i servizi realizzati furono pochi rispetto ai bisogni reali dei quartieri. Nel frattempo, cambiò profondamente anche il rapporto tra pubblico e privato. Le grandi imprese immobiliari e finanziarie acquisirono un ruolo sempre più importante, e l’attenzione si spostò dalla pianificazione generale alla valorizzazione economica dei terreni e degli immobili. Non era più l’ente pubblico a comandare, ma la proprietà, e ciò che conta non è tanto costruire, quanto aumentare il valore economico delle aree rendendole edificabili.
Il tema dei guadagni legati al valore dei terreni (la cosiddetta “rendita urbana”) diventava quindi centrale. Così quella che viene chiamata “urbanistica contrattata” non fu solo un cambiamento tecnico, ma anche politico e culturale: lo Stato e gli enti locali rinunciarono in parte a controllare direttamente lo sviluppo del territorio, affidandosi di più al mercato e alla negoziazione con i privati. Quando prevale questa logica, il territorio rischia di diventare una merce, e la città perde la sua funzione pubblica, cioè quella di rispondere ai bisogni di tutti i cittadini. C’è ora da chiedersi quale sia l’ordine politico di una città in cui le trasformazioni non vengono discusse in maniera partecipativa per l’interesse della collettività, ma il suolo pubblico viene venduto ai privati attraverso gli interessi politici rappresentati dalla maggioranza di chi governa la giunta comunale. (alessandro mancuso)

