
Come tutti gli anni, dall’inizio di questa settimana il Centro Culturale Handala Ali ha avviato la propria campagna di tesseramento. Quest’anno, però, l’iniziativa ha indispettito alcuni esponenti politici dei partiti di governo e il quotidiano Il Giornale, che ha avviato una campagna stampa contro gli attivisti e le attiviste del centro, diffamandoli e diffondendo informazioni false, tanto da costringerli a replicare con un comunicato stampa, pubblicato ieri. Lo riproponiamo, ricordando che è possibile visitare il centro (nonché tesserarsi) tutti i martedì e giovedì pomeriggio, in via Candelora 4/5 a Napoli.
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Dal 27 gennaio, il Centro Culturale Handala Ali è oggetto di una campagna mediatica, condotta dal quotidiano Il Giornale e da altre testate, che mette apertamente in discussione la libertà di associazione, diritto costituzionalmente garantito. Con un linguaggio diffamatorio e privo di qualsiasi riscontro giudiziario, il nostro centro viene accusato di aver partecipato a mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese insieme ad altre realtà, come l’Udap (Unione democratica arabo-palestinese) e i Gpi (Giovani palestinesi d’Italia), come se questo costituisse un reato. Negli stessi articoli vengono riportate le dichiarazioni di una deputata di estrema destra che, in occasione del lancio della nostra campagna di tesseramento, arriva ad accusarci di voler fondare un presunto “partito filo-Hamas”: un’accusa ovviamente infondata e strumentale.
Il Centro Culturale Handala Ali nasce sei anni fa a Napoli come progetto di diffusione culturale e politica, in memoria di Ali Oraney, storico esponente della diaspora palestinese. Da allora promuove la cultura palestinese attraverso libri, incontri pubblici, seminari e collaborazioni con università e associazioni, costruendo uno spazio vivo di memoria, solidarietà e partecipazione nel quartiere e nella città. In quanto associazione culturale no-profit, la nostra forza risiede nella comunità che sostiene e rende possibile questo progetto. Proprio questo radicamento sociale e la sua capacità di costruire partecipazione rendono il Centro Culturale Handala Alì un obiettivo di attacco, nel tentativo di screditarlo e ridurre la Palestina a una questione di “sicurezza” e terrorismo.
Quanto sta accadendo non è un episodio isolato. Da mesi in Italia è in corso una campagna repressiva contro il movimento di solidarietà con la Palestina, costruita attorno al paradigma della “sicurezza” e finalizzata a criminalizzare associazioni, realtà politiche, singoli palestinesi e chiunque sostenga la causa, sistematicamente accusati di terrorismo. Ne sono prova il tentativo di espulsione dell’imam Mohammed Shahin a Torino, l’arresto di cittadini arabi e palestinesi – tra cui Mohammed Hannoun, presidente dell’Api – sulla base di presunte “prove” prodotte e trasmesse direttamente dall’intelligence israeliana, senza possibilità di verifica indipendente, oltre al processo politico che ha colpito Ali Irar, Mansour Doghmosh e Anan Yaeesh, anch’esso basato su un impianto accusatorio proveniente da Israele: un’ingerenza esterna gravissima, che mette oltretutto in discussione l’autonomia del sistema giudiziario italiano.
Questo è il segnale grave di un processo più ampio di importazione di logiche e pratiche repressive proprie del sistema di “sicurezza” israeliano, in cui la sospensione delle garanzie e la criminalizzazione preventiva diventano strumenti ordinari di controllo sociale. La repressione che colpisce oggi chi si mobilita in Italia è parte dello stesso sistema di dominio che in Palestina produce violenza e annientamento. Questa offensiva riflette la paura del governo italiano e del sistema sionista nei confronti della Resistenza palestinese e di un movimento di solidarietà capace di rompere la narrazione dominante che occulta genocidio, occupazione e apartheid israeliani.
In questo quadro si inseriscono anche i recenti disegni di legge – dai ddl Gasparri e Del Rio al provvedimento leghista approvato nei giorni scorsi alla Camera – che, attraverso l’adozione delle definizioni dell’Ihra, mirano a equiparare antisemitismo e antisionismo, criminalizzando il dissenso anche a livello penale e colpendo non solo la libertà di ricerca e di insegnamento, ma la libertà di espressione in generale. A questo si aggiungono le recenti liste di proscrizione promosse dal movimento studentesco figlio del partito di governo, volte a identificare gli insegnanti “di sinistra” colpevoli, fra le altre cose, di parlare della questione palestinese.
A questa deriva contribuisce una parte del giornalismo italiano che, dopo aver taciuto in merito all’uccisione di centinaia di giornalisti palestinesi, oggi funge da scorta mediatica a politiche che mirano a cancellare il genocidio in corso e le responsabilità del governo italiano nella sua complicità politica, economica e militare. Le diffamazioni sul Centro Culturale Handala Alì che sono state riportate da alcuni giornali ne sono la prova concreta.
Ma noi non arretreremo di fronte ai tentativi di criminalizzare la solidarietà e di cancellare il genocidio palestinese. Continueremo a parlare di Palestina, a mobilitarci e a organizzarci. Se questo viene considerato un reato, allora rivendichiamo con forza di essere, oggi come ieri, colpevoli di Palestina. (centro culturale handala ali)

