
È trascorso un anno dall’emanazione della sentenza Cedu che condanna l’Italia per aver violato il diritto alla vita di due milioni e mezzo di abitanti, residenti in novanta comuni tra Napoli e Caserta. Gli anniversari possono offrire occasioni autocelebrative ma servono anche a fare dei bilanci, tanto più, nel caso specifico, in ragione del fatto che la corte ha concesso all’Italia solo due anni per approvare misure generali per affrontare il fenomeno dell’inquinamento in Terra dei Fuochi.
L’8 agosto 2025 il governo ha approvato il decreto legge n. 116, “Disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti per la bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi”. Il decreto ha un approccio prevalentemente sanzionatorio, con lo slittamento di diverse fattispecie di reato da contravvenzioni a delitti punibili con la reclusione. Così facendo si rende inapplicabile l’istituto dell’oblazione o della tenuità del fatto, che avrebbero prodotto l’estinzione del reato, e si legittima l’utilizzo di strumenti di indagine più invasivi, come le intercettazioni telefoniche, l’arresto in flagranza differita e le operazioni sotto copertura. Il decreto interviene in modo significativo sul Testo Unico Ambientale (TUA), introducendo un’ulteriore differenziazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Configura per ogni reato ambientale un’ipotesi base, per cui sono previste sanzioni amministrative, e una più grave (c.d. “di pericolo”), quando dalla condotta deriva un pericolo per la vita, per l’incolumità delle persone o per l’ambiente, oppure qualora esso avvenga in siti già contaminati, per cui è prevista la reclusione.
Il governo sembra mostrare i muscoli dinanzi all’annosa questione degli illeciti in materia di rifiuti ma, a ben vedere, il tentativo di rispondere alla sentenza Cedu è maldestro, e si risolve nella creazione di un sistema ipertrofico, sempre più complesso e di difficile applicazione, che finisce per generare anche effetti paradossali: nella sua fattispecie più grave, l’abbandono di rifiuti non pericolosi per opera dei singoli cittadini è punito per esempio con la reclusione fino a sei anni; l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi (con cui si indicano una o più fasi nell’ambito della filiera, per opera di un’impresa o un ente) è invece punita soltanto con una sanzione amministrativa. Ancora, il reato di miscelazione non autorizzata (una sorta di “diluizione” di rifiuti pericolosi con altri non pericolosi), pratica molto frequente in Terra dei Fuochi, viene anch’esso declassato e punito con contravvenzione. Se il nuovo articolo 259 aggiunge, inoltre, un’aggravante laddove i reati di combustione illecita, spedizione illegale di rifiuti e gestione non autorizzata siano commessi nell’ambito di un’impresa, in sede di conversione è scomparsa la disposizione che vedeva il titolare d’impresa responsabile anche per omessa vigilanza sugli autori materiali del reato riconducibili all’impresa stessa. Pur chiedendo quindi la corte maggior fermezza nel contrasto ai reati ambientali, del tutto inascoltata è rimasta la richiesta di rendere più precisa la ripartizione delle competenze e tra lo Stato e le regioni, per evitare sovrapposizioni o vuoti di responsabilità.
Così formulato, l’inasprimento delle sanzioni per i crimini ambientali non solo è inutile, ma è del tutto anacronistico. Lo fanno notare i membri dell’opposizione in sede di discussione parlamentare: i rifiuti si muovono su nuove rotte, e la criminalità organizzata non opera più esclusivamente nel mercato illegale. Ha piuttosto gli occhi puntati sulle bonifiche, fa affari con i comuni – spesso l’unico soggetto economico rilevante sul territorio – attraverso appalti con affidamenti diretti e fumosi raggruppamenti temporanei o consorzi, che consentono di eludere i controlli antimafia, concentrati esclusivamente sulla società madre. A conferma di ciò, la recente scoperta di una nuova discarica nel territorio tra Nola e Marigliano, i cui rifiuti, secondo quanto riscontrato dai volontari antiroghi di Acerra, sembrerebbero provenire proprio dalle operazioni di bonifica del Regi Lagni.
A fugare ogni dubbio circa il reale interesse dell’esecutivo ad affrontare la questione, c’è la dimensione dello stanziamento previsto dal decreto, di quindici milioni. Le previsioni di spesa formulate dal suo stesso commissario fanno infatti riferimento a tutt’altro ordine di grandezza: dal suo insediamento, il generale Vadalà redige ciclicamente una relazione sullo stato dei lavori; i siti individuati a oggi sono duecento novantatré, di cui ottantacinque sono di competenza pubblica e i restanti duecento otto di competenza privata (rispetto a questi ultimi le varie amministrazioni comunali dovrebbero agire in danno). Per la loro bonifica sono necessari dieci anni e due miliardi di euro.
I quindici milioni previsti sono però insufficienti persino per i soli siti individuati nel piano per il biennio 2025-2027, settanta circa di cui solo una quindicina risultano già finanziati, o parzialmente finanziati, con fondi regionali (stanziati in alcuni casi già nel 2009, come per località Calabricito). A questi finanziamenti vanno aggiunti gli ulteriori quarantotto milioni stimati per le azioni di prevenzione della salute pubblica, i biomonitoraggi e l’aumento degli screening per le patologie tumorali. Tocca ahinoi citare, a tal proposito, il deputato dei Verdi Borrelli: «Con quindici milioni ci può giusto pulire i guardrail degli assi periferici della provincia di Caserta». Certo, sul finire dell’anno il governo ha emesso un ulteriore stanziamento, proveniente dalle casse del ministero dell’ambiente. Ma si tratta di appena sessanta milioni per le bonifiche, a cui vanno aggiunti due milioni di euro per le attività di prevenzione sanitaria. Cifre che appaiono ancora decisamente insufficienti.
E dunque, a che punto siamo con queste bonifiche? Sentiti telefonicamente i membri del comitato esecutore della sentenza ironizzano: «Se non stiamo a zero, siamo comunque a uno». Questa considerazione rispecchia in effetti quanto scritto nel report: per i pochi siti finanziati si è ancora in una fase di caratterizzazione e in alcuni casi di rimozione dei rifiuti top soil, per un totale di tremila tonnellate. Sul versante tutela della salute lo scenario è anche peggiore. Nei vari congressi che hanno preceduto l’anniversario della sentenza, gli stessi esponenti politici che fino a qualche anno fa minimizzavano i rischi connessi all’esposizione di sostanze contaminanti pericolosi – come diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici – intonavano come un ritornello la necessità di aumentare screening oncologici, abbassare l’età minima per l’accesso agli stessi e implementare biomonitoraggi. Tuttavia, l’Asl Napoli 2 Nord, che più di tutte si sovrappone amministrativamente all’area della Terra dei Fuochi, non fornisce dati circa le attività di screening da giugno 2025.
Il comitato di esecuzione della sentenza Cedu, seppur critico nei confronti del commissariamento, rinnova tuttavia la collaborazione con lo stesso, ma mette in guardia rispetto a un preoccupante scenario. Senza un adeguato stanziamento di risorse e un intervento strutturale sulla filiera dello smaltimento di rifiuti – oggi frammentata in un sistema di scatole cinesi che favorisce la continua movimentazione degli stessi – la corte potrebbe giudicare inadeguate le misure messe in campo dal governo, e aprire un procedimento sanzionatorio per l’Italia, i cui costi ricadrebbero, inevitabilmente, sulla collettività. (maddalena de simone)

