Un portuale. In ricordo del Comandante Danilo

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Un portuale. In ricordo del Comandante Danilo

Ho conosciuto Danilo Oliva durante le ricerche sul lavoro portuale, dieci anni fa, nel suo ufficio al Circolo dell’Autorità Portuale di Genova, non lontano dalla Sala Chiamata e dalla Lanterna. Lo sguardo attento, accigliato, Danilo nascondeva un carattere cordiale, autoironico e umile. Aveva la voce di chi è abituato a parlare con schiettezza in mezzo alla gente. Di tanto in tanto rispondeva alle domande in dialetto. Indossava una camicia chiara e delle bretelle di ordinanza. La sua bassa statura pareva elevarsi non appena apriva bocca, e quando parlava alle assemblee, in piedi, le braccia appoggiate al tavolo e il corpo leggermente in avanti, gli altri ascoltavano attenti.

Danilo Oliva è stato presidente per vent’anni del Circolo dell’Autorità Portuale, e per usare le sue parole, «era malato di porto». Sapeva vita, morte e miracoli di quelle banchine, se non altro perché quella storia l’aveva vissuta in prima persona, da lavoratore e da sindacalista, in una congiuntura piuttosto delicata. Una delle ultime foto lo ritrae insieme a Francesca Albanese e Greta Thumberg in occasione dello sciopero generale del 28 novembre scorso. Danilo ha avuto il tempo di vedere cosa sono stati capaci di fare i suoi ragazzi, tra l’ottobre e il novembre 2025. Portuali come lui, che hanno imparato anche dall’esempio di quelli come lui. Portuali che non lavorano per le guerre e per l’economia del genocidio. Che sul posto di lavoro sanno come farsi rispettare.

Danilo è morto la notte del 9 gennaio scorso. Aveva 88 anni. Quella che segue è la sua voce, raccolta in un’intervista condotta nella primavera del 2016, mentre faceva i conti con il passato.

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Sono pericoloso perché se mi lasci il pallino domani notte siamo ancora qua.

Io sono Oliva Danilo. Sono nato il 2 luglio del 1937 a Genova. Ho sempre vissuto a Genova. Sono nato a Sampierdarena, nel rione della Coscia. Sono figlio di lavoratore portuale e nipote di lavoratore portuale. Mio nonno Oliva è stato uno dei primi dipendenti del Cap, il Consorzio Autonomo del Porto, quando è stato costituito. Mio padre è entrato nel Consorzio quando mio nonno è andato in pensione. Allora c’erano dei meccanismi che qualcuno ritiene discutibili, probabilmente a ragione, però c’era la possibilità per un lavoratore che lasciava il posto di lavoro di… insomma mio padre è entrato in quanto figlio. Io sono entrato al Cap con un concorso pubblico per impiegati esecutivi nel 1961. Sono stato in attività fino al 1998.

Sono stato impegnato fin da bambino politicamente nel Pci, anzi ho cominciato nella federazione giovanile, poi in procinto di compiere i diciotto anni mi hanno iscritto al partito i compagni più anziani, ma ero già impegnato nel circolo della Fgci come segretario, nel circolo Massimo Gorchi, cose che te le dico perché non mi dispiace per niente la mia vita da questo punto di vista.

Sono stato impegnato da sempre, proprio da bambino, perché ho avuto la fortuna che non sono stato allevato solo dai miei. Subito dopo la Liberazione, quando si sono rimesse in moto tante cose, i compagni non vivevano solo la militanza nel partito, nella sezione. Ho vissuto in mezzo a un gruppo di anziani come mio padre, ci si vedeva la domenica, ci si frequentava, si andava in campagna. E ho avuto la fortuna di avere a che fare con alcuni compagni di grande esperienza, alcuni comunisti del ’21, quando essere antifascisti era una cosa piuttosto impegnativa. E spero tanto di aver assimilato qualcosa da questi compagni, gente che ha vissuto la vita dalla parte di chi dà e mai dalla parte di chi prende.

Ho cominciato a lavorare prima nel vecchio circolo, poi negli anni Cinquanta ho fatto gli studi fino al liceo scientifico. Mi ero iscritto all’università, la mia passione era la chimica. Ai miei tempi lavorare e studiare era difficile. Per vicende familiari era necessario che mi mettessi a lavorare. Ho dovuto scegliere. Ho lavorato da un corriere che collegava la Liguria col Veneto. Poi nel ’61 il Cap aveva mandato questo concorso per impiegati esecutivi. Ho partecipato. Mi hanno chiamato nel corso della mia ferma.

Il porto ce l’ho nel sangue, nella testa, nel cuore. Quando mio padre mi voleva fare un regalo da piccolo mi portava nel porto, a dieci anni ero già stato sull’elevatore dove lavorava mio padre. Ora non c’è più, era a Ponte San Giorgio ed era una delle macchine che rifornivano la centrale elettrica, che ancora adesso è fatta andare dal carbone e c’è il problema della dismissione del carbone. Però in quegli anni lì c’erano due di queste macchine addette allo sbarco diretto dalla nave al deposito della centrale elettrica dell’Enel alimentata a carbone.

Entrando al Consorzio conoscevo di più i vecchi, perché erano compagni di lavoro di mio papà. I giovani come me mi hanno subito agganciato politicamente e sindacalmente. Ho conosciuto il nostro grande dirigente Mario Bagnasco che adesso non c’è più. E ci siamo parlati per cinquant’anni.

Nel sindacato ho fatto prima il delegato di base. Negli anni Sessanta il sindacato ha cominciato a trasformarsi. C’è stato il primo congresso costitutivo del sindacato dei dipendenti dei consorzi portuali e delle aziende di mezzi meccanici. E ci siamo federati con la Filp, il Sindacato Italiano Lavoratori dei Porti. Si è costituito questo sindacato dei portuali, in un congresso costitutivo che ricordo perché c’ero. L’abbiamo tenuto nella sede della compagnia portuale di Livorno, in casa di un personaggio famosissimo dei portuali, il console della compagnia portuale di Livorno Italo Piccini. Abbiamo costituito questo sindacato e da lì abbiamo cominciato a crescere. Nel porto, fino agli anni Sessanta, i servizi accessori alla nave, la custodia delle merci, i servizi di assistenza allo sbarco e all’imbarco, il guardianaggio, lo facevano quattro imprese private. I padroni di queste imprese facevano i soldi e non li investivano in porto.

Dal 1945 in avanti c’è stato il consolidamento delle compagnie portuali. Nel contempo si è realizzato il consolidamento della Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie, che è stato un accorpamento di diverse attività. C’erano sette sezioni. La Stefano Canzio che era la sezione dei lavoratori impegnati a terra nella movimentazione delle merci. La San Giorgio che era la più grossa ed erano i lavoratori che operavano sulla nave. Poi c’erano i commessi di bordo che erano spuntatori, misuratori, poi c’erano cassai e barilai che riparavano casse, c’erano i pesatori che pesavano, poi i camalletti, i portabagagli. Tutti quelli che lavoravano in compagnia erano soci, avevano il lattone, un portatessere di ottone, in dialetto lo chiamavamo ‘u latun.

C’era una rivalità storica tra i dipendenti del Consorzio Autonomo del Porto, che si chiamavano “i consortili”, e i lavoratori portuali della Compagnia. Una rivalità che io non ho mai vissuto. Io rivendico per me l’aver tentato di mettere insieme. Secondo me il fallimento del nostro movimento sindacale è stato proprio questo, quello di non riuscire, nemmeno oggi, ad avere una realtà comune. I lavoratori dei terminal e i portuali della compagnia oggi sono tutti sullo stesso contratto, però non si conoscono nemmeno, non si parlano, sono come dentro a due comparti diversi. Questa è la negazione del buon senso, io dico non del marxismo-leninismo, ma del buon senso.

Abbiamo vissuto un periodo di contrapposizioni. Ora ti faccio entrare nella nostra logica. I dipendenti del Cap li chiamavamo i consortili, non li potevamo chiamare neanche portuali, perché i lavoratori della compagnia rivendicavano per sé il titolo di portuali. Sui mezzi meccanici cosa è successo? Che i lavoratori portuali della compagnia, che hanno cominciato a lavorare con le spalle, con le braccia, con le carrette, nel tempo hanno conquistato una parte dei carrelli, guidavano una parte delle semoventi, sempre in un regime di conflittualità con i consortili, perché la storia dei mezzi meccanici è quella dei consortili, cioè sulle gru, sugli elevatori c’erano i consortili dipendenti del Cap, mentre invece i lavoratori portuali erano addetti.

La differenza tra Cap e Autorità Portuale è che il Cap aveva una consistente quota di impiego in termini di lavoro e di dipendenti nell’operativo. Oggi l’Autorità Portuale nell’operativo non c’è proprio. Ti dico di più, il Cap aveva un’officina di manutenzione con cinquecento addetti, operai che oggi non esistono più. La tradizione del Cap era concorso pubblico su prova d’arte per operai.

Non me la sono mai messa la medaglia, ma quando volevamo metterci la medaglia dicevamo, “vabbè, noi morti sul terreno non ne abbiamo lasciato neanche uno”. Io ero nel frattempo diventato il primo segretario generale della Filt genovese, non perché ero il miglior sindacalista, c’erano compagni più bravi di me, ma ai vertici dicevano: se non lo mettiamo a Genova, uno del porto dove lo mettiamo? Facciamo la Filt che diventa sindacato italiano lavoratori trasporti, tutte le categorie, ferrovieri, marittimi, gente dell’aria, camionisti. Quando sono diventato il primo segretario generale della Filt di Genova in quegli anni non ci abbiamo lasciato neanche un morto come portuali, però abbiamo perso tremila posti di lavoro negli spedizionieri, negli agenti marittimi, nelle altre categorie, che non fa un gran ben vedere, non ci poteva dare una grande gioia. Aver dovuto vivere questo massacro negli altri settori… io non l’ho vissuta bene.

Era diffuso nei lavoratori portuali della compagnia il concetto che sono loro quelli che servono la nave, sono loro che fanno la fatica, proprio a livello elementare. È diventato storico il confronto sulla meccanizzazione. Noi abbiamo tenuto fermo per oltre un anno un carroponte che era costato l’ira di dio. L’abbiamo tenuto fermo perché c’era in piedi la lite su chi doveva guidarlo tra consortili e portuali di compagnia. Quelli della compagnia sostenevano che la merce, non importa se fuori o dentro il container, deve essere manipolata da loro. Così ragionavano: “Quando me la portavo tutta sulla schiena la merce nessuno diceva niente, adesso che è nella scatola di metallo sono comunque io quello che la deve muovere”.

E questo per loro voleva dire anche crescita professionale, e in fondo era potere. I lavoratori delle imprese, quando lottavano, che non erano in grado di fermare niente, cosa facevano? Si radunavano sotto le gru. Lo sciopero dei lavoratori delle imprese era andarsi a piazzare sotto le gru e noi avevamo un regolamento che ti impediva di lavorare se avevi sotto della gente. Il mezzo meccanico diventa un elemento di potere, questa contrapposizione aveva delle radici come quella che ti ho detto: quello che si porta la cesta di carbone sulla schiena è il portuale, tu consortile sei lì che la conti, se dalla nave non lo tiro giù io il carico, tu non lo tiri giù. Questo era il concetto elementare originario. Ci siamo noi, ci sono i consortili, ci sono le imprese intorno a questa nave, però tutto sommato sulla nave e nella stiva ci sono io portuale, in terra ci sono io portuale, tu sei lì con la penna, tu sei lì a contare, tu sei lì a vedere… Noi avevamo un grande sindacalista che si chiamava Luigi Rum, ed era diventato il segretario generale nazionale dei portuali. Io ho avuto la sorte di partecipare a una riunione in corso Italia alla Cgil. È una cosa che può far ridere, mi dispiacerebbe che si ridesse perché è stato difficile per noi. Ma io mi sono ritrovato un giorno in corso Italia nell’ufficio di Luciano Lama con lui, Luigi Rum, segretario nazionale dei portuali, io segretario dei portuali a Genova e Giovanni Agosti, console della Compagnia portuale di Genova, per cercare di risolvere il problema del carroponte nell’ufficio di Lama. Il quale, va beh… ci rispose: “ma che cazzo volete da me?”.

Nel frattempo i provvedimenti di esodo proseguivano e proseguiva anche l’anagrafe. Per cui ci siamo ritrovati alla fine del millennio che praticamente nei terminal e nelle società c’erano solo i dipendenti diretti. Noi ormai, come consortili, eravamo tutti al circolo in pensione. (andrea bottalico)

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