
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
A El Mouradia, quartiere popolare di Algeri, mi svegliavo all’alba quando cantavano il muezzin e il gallo. Nell’incertezza del risveglio le voci si mescolavano e immaginavo che il gallo annunciasse il sole che sorgeva, la tenuta del mondo un giorno ancora e l’immensità dell’universo. La finestra della mia stanza s’affacciava sul minareto della moschea e in basso, nel cortile, c’era un pollaio: ero sulle colline di Algeri e si sentiva ancora la presenza antica della campagna. Uscivo in strada presto, quando il ferramenta era ancora chiuso e il fruttivendolo esponeva le merci nelle cassette, saliva l’odore di pomodori marci e schiacciati. Un venditore ambulante di sardine aspettava sul bordo della via. All’incrocio c’era una piccola rivendita di pentole e accanto Amin, l’uomo dei telefoni, scambiava sottobanco euro con dinari a un tasso conveniente. Al bar chiedevo il solito caffè e il dolce al cioccolato, parlavano solo arabo ma ci intendevamo e sul televisore seguivo le azioni migliori della nazionale algerina.
Vedevo sulle insegne di alcuni negozi il nome francese La Redoute e i primi giorni non capivo perché. Due panettieri mi dicevano “arrivederci” in italiano quando camminavo lungo la via che portava alla rotonda e alla strada larga, là dove finiva El Mouradia. Davanti alla rotonda stazionava sempre una camionetta della polizia, giorno e notte, e un contingente di agenti sostava con aria pigra e sfaccendata. Dall’altra parte della strada larga si trovava la residenza presidenziale, in un quartiere inaccessibile di bianchi edifici coloniali. Prendevo un taxi collettivo per lasciarmi alle spalle il presidio di polizia e i palazzi del potere, scendevo in basso verso il porto e la casbah. Il mare appariva dalle curve sinuose, ero su un vasto terrazzo d’asfalto.
Tornavo a casa al tramonto, prima del canto serale, quando donne e uomini si affrettavano per gli ultimi acquisti e il panettiere vendeva le baguette che restavano. I ragazzi giravano in bici e nel bar si beveva solo gazzosa Hamoud, la stessa dall’Ottocento. Una sera il mio occhio vagava sui muri del quartiere, seguivo le scritte – spesso in italiano – lasciate dagli ultras del Mouludia, slogan in rosso e verde, quando a un tratto vidi su un muro di cinta alcune piastrelle verdi dove era scritto in caratteri gialli “Paroisse Sainte Anne” e due pesci stilizzati sormontavano la scritta. Era un resto, un segno del mondo precedente alla guerra d’Algeria.
El Mouradia si chiamava La Redoute e qui vivevano comunità di pieds-noirs, gli europei d’Algeria, coloni e discendenti di coloni, ma ora non ci sono più. C’era una chiesa, la chiesa di Sainte Anne con due palme all’ingresso. Le palme esistono ancora, ma l’edificio cristiano è stato abbattuto e oggi sorge un edificio in vetro sede dell’Anam, l’Agence nationale des activités minières. Alla sera osservavo i tetti e cercavo quelli spioventi: leggevo forse i segni di vite coloniali scomparse. Come interpretare questi resti? Ero disorientato. Gli strumenti che avevo appreso in Palestina erano inutili – impossibile osservare le macerie coloniali con lo stesso sguardo dedicato alle pietre di villaggi scomparsi in Galilea – e certo non riuscivo a contemplare con nostalgia le piastrelle che ricordavano una comunità cristiana scomparsa. A El Mouradia, un tempo La Redoute, ho scoperto fantasmi a me nuovi e non sapevo quale sguardo adottare per loro.
FERNAND IVETON, TORNITORE
Uno stimolo per una nuova configurazione dello sguardo mi attendeva nell’antica casbah di Algeri. Andavo spesso a osservare la moschea Ketchaoua, oltre la via dei venditori di datteri, ai piedi della cittadella ottomana. La moschea fu innalzata nel Quindicesimo secolo dal dey Hassan Pacha, ma fu demolita dai francesi che costruirono nell’Ottocento una cattedrale cattolica in stile moresco. L’edificio è tornato luogo di culto islamico nel 1962, dopo la sconfitta del governo coloniale. Il mio sguardo vagava incerto tra minareti che ricordavano campanili, solidi muri di navata con arabeschi. Salivo tra le vie della casbah sopra la moschea e nel viavai di un mercato di frutta e verdura sostavo sotto l’antica sinagoga, oggi una moschea con gli arbusti che crescono dalle sporgenze e un alto minareto con le finestre ocra. Un mattino ho proseguito oltre e ho raggiunto il piccolo museo dedicato ad Ali La Pointe, sottoproletario e militante del Fronte di liberazione nazionale, personaggio protagonista nel film di Gillo Pontecorvo.
Nell’unica stanza del museo c’era la riproduzione di un documento che riportava la lista di tutti i combattenti e rivoluzionari condannati a morte ad Algeri durante la guerra anticoloniale dal 1954 al 1962. Comparivano i sessantasette giustiziati e si riportava la loro professione, la data di detenzione e il giorno della morte. Ho riconosciuto subito nomi arabi e cabili. Il quarto nome è stato un richiamo: “Fernand Iveton”. Fernand Iveton – vi era scritto – nato ad Algeri il 1926, tornitore, catturato il 19 novembre 1956 e decapitato all’alba di un febbraio del 1957. Un francese d’Algeria, un pied-noir tra i combattenti caduti per decreto dello stato.
Ho ritrovato il nome di Iveton nella città coloniale quello stesso pomeriggio. Ero alla Librairie du Tiers Monde in piazza Emir Abdelkader. Sfogliavo un pamphlet di Rachid Boudjedra, scrittore e intellettuale comunista algerino. Nel piccolo libro del 2017, Les contrabandiers de l’Histoire, Boudjedra si scaglia contro gli artisti e intellettuali algerini che negli ultimi decenni hanno iniziato un’opera di revisionismo storico, criticando la lotta coloniale e dipingendo con colori nostalgici gli occupanti cacciati. Verso la fine l’autore mostra come il revisionismo tenda a cancellare il contributo degli algerini di origine francese alla lotta contro la madrepatria e menziona Fernand Iveton, “comunista algerino” che “fu militante della causa nazionale” e fu ucciso “sotto il regno dei socialisti” quando François Mitterand era ministro della giustizia e “rifiutò di accordargli la grazia”.
Oggi Iveton è dimenticato ad Algeri. Esiste una piccola via con il suo nome alle estreme propaggini della città, presso l’ultima fermata della metro. Un suo ricordo, tuttavia, è mantenuto in Francia ed è merito di Jean-Luc Einaudi, storico indipendente francese, e di estrema sinistra, che ha dedicato le sue ricerche ai militanti comunisti francesi d’Algeria, alle violenze e ai crimini commessi dal governo coloniale durante gli anni della guerra. Nel 1986 Einaudi ha scritto un libro d’inchiesta dedicato al giovane militante algerino ghigliottinato: Pour l’exemple. L’affaire Fernand Iveton.
Qui ho scoperto che Iveton nacque sulle colline di Algeri, quando la città estendeva appena le sue dita su un territorio di campagna. Era di Clos-Salembier, oggi El Madania, un quartiere sorto accanto a El Mouradia, a pochi minuti a piedi dalla casa dove vivevo. Ho visitato El Madania una sera e ricordo vecchi algerini giocare a carte sugli scalini, accanto a un albero, e un uomo dai capelli bianchi che pittava il muro della via dove abitavano gli Iveton. Il padre di Fernand era un comunista e la famiglia si installò prima in una baracca, poi costruì una casa in muratura. Vivevano accanto agli arabi musulmani e agli ebrei e la povertà li accomunava. Iveton era andato a scuola vicino Clos-Salembier e poi, da maggiorenne, frequentava la sezione del partito comunista algerino a La Redoute. Era il 1947 e il partito, dopo le esitazioni del dopoguerra, aveva sostenuto le prime rivolte nazionaliste e anticoloniali. Molti pieds-noirs uscirono dal partito comunista per questo, mentre vi entrarono nuovi lavoratori arabi. Iveton vi rimase e racconta un suo compagno, Ahmed Akkache: “Aveva una voce grave, seria. Aveva dei movimenti lenti, ma fermi e sicuri. Era un ragazzo un po’ sentimentale. La domenica, all’uscita dello stadio, andava a vendere i giornali”.
Per ricostruire, a quasi vent’anni dalla morte, la storia di Iveton, Einaudi consulta documenti dell’epoca – le sue lettere, le parole lasciate al processo, le audizioni verbali dei testimoni, le dichiarazioni dei suoi compagni di lotta di allora – e raccoglie testimonianze orali di chi gli è stato vicino e gli è sopravvissuto. Emerge tra loro la voce di Hélène, la compagna polacca che lo raggiunse in Algeria nel 1954. Trovarono casa ancora in Clos-Salembier, El Madania. Fernand lavorava nel quartiere di Hamma, era operaio presso il gasometro che forniva l’energia elettrica alle strade della città. Hélène non aveva le stesse convinzioni di Fernand, ma era sconcertata dalle ineguaglianze, in particolare dalle condizioni dei braccianti. E racconta a Einaudi di aver comparato la situazione algerina a quello che aveva visto in Francia sotto l’occupazione tedesca: “Che cosa hanno fatto i ragazzi quando non ne potevano più? Ils sont partis dans le maquis, sono diventati partigiani. Qui è la stessa cosa”. Si sposarono nel luglio del 1955, ad agosto esplose l’insurrezione guidata dal Fln e un mese dopo il partito comunista algerino fu dichiarato illegale dal governo coloniale.
Nei primi mesi del conflitto Fernand, raccontano i testimoni, accoglieva con un senso di malessere e di impotenza le ambiguità del partito comunista algerino. Legati alla linea del partito comunista francese, i dirigenti algerini sostenevano che gli atti di insurrezione servivano al gioco dei colonialisti, erano mere provocazioni. Eppure, all’interno del partito algerino era nata un’organizzazione militare, le Combattants de la libération, conosciuta anche come Maquis Rouge. I militanti del Cdl desideravano unirsi alla battaglia, ma erano osservati con sospetto dai nazionalisti che temevano la concorrenza di forze politiche alternative nella lotta per la liberazione. Così i comunisti algerini erano schiacciati tra la linea del partito francese, incapace di fare i conti con il colonialismo, e i sospetti del Fln. Al Maquis Rouge aderì Henri Maillot, ragazzo di Clos-Salembier e amico d’infanzia di Iveton.
Una sera a El Mouradia sono uscito per mangiare una pizza da Mario in cima alla salita oltre il portone. Quando non c’era il sole le strade diventavano libero territorio di scarafaggi e di richiami divertiti tra i giovani alla fine dell’estate. Dalla pizzeria ho poi passeggiato verso il cimitero cristiano. Davanti ai suoi cancelli c’erano un hotel chiuso e abbandonato, la casupola di un parrucchiere e la luce di un chiosco che vendeva caffè la notte. Gli edifici si affacciavano su una piccola piazza e la targa riportava il nome di Henri Maillot. Nell’ottobre del 1955 Maillot fu costretto a servire nell’esercito francese. Accolse la chiamata con l’intento di disertare al momento giusto. L’occasione si presentò nella primavera del 1956. A Maillot fu affidata la direzione di un convoglio d’armi e il militante riuscì a dirottare un camion carico di più di cento mitragliatrici, centoquaranta revolver e casse di granate. Fuggì con le armi e si diede alla macchia assieme a compagni di partito. Sia il governo che i nazionalisti algerini iniziarono a cercare il gruppo di Maillot per neutralizzarlo: era un pericolo per entrambe le compagini. Maillot e i suoi compagni furono uccisi a freddo dopo essere stati catturati dai soldati francesi, era il giugno del 1956.
La morte dell’amico convinse Iveton della necessità di passare all’azione. Ci fu un accordo tra Fln e partito comunista algerino: i militanti di quest’ultimo potevano unirsi all’insurrezione a titolo individuale, accettando di essere inquadrati nelle strutture nazionaliste. Iveton divenne parte di una cellula comunista che rispondeva agli ordini del Fln. Tra loro c’era anche un ingegnere che forniva gli esplosivi agli insorti: era Georges Arbib, un ebreo di origine italiana nato a Tunisi. Racconta Arbib a Einaudi: “Ho percepito l’antisemitismo molto presto e per questo mi sono avvicinato a persone che erano maltrattate come noi. Ho compreso che il problema era lo stesso. A questo si aggiungeva la miseria raccapricciante che vedevo intorno a me, le ingiustizie palesi. […] Ho aderito al partito comunista a diciassette anni, quando era illegale in Tunisia. Volevamo rivoltarci e il partito comunista era l’organizzazione che, all’epoca, nella lotta antifascista, ci permetteva di esprimere al meglio la nostra rivolta. […] Tutto ciò che vedevamo intorno a noi, la nostra situazione di minorità, non oppressa da un punto di vista economico, ma disprezzata e rigettata, ci costrinse a batterci per avere un posto al sole, contro le discriminazioni e le leggi antiebraiche, e tutto questo mi ha portato a riflettere sul problema dei musulmani. Così abbiamo sentito un moto di avvicinamento a loro”.
LA SOLITUDINE DI IVETON
Il 30 settembre 1956 esplosero due bombe in luoghi pubblici di Algeri – una nel Milk-Bar – e colpirono civili, anche donne e bambini. Erano le prime bombe poste dal Fln nella capitale. Racconta un compagno di Iveton: “Non eravamo d’accordo nel fare delle vittime nei bar. Iveton era contro le operazioni del Milk-Bar […]. C’erano delle vittime che non avevano fatto nulla. Noi siamo contro l’esercito, i colonialisti, coloro che agivano”. Un altro membro della cellula era contrario a quegli attentati, “ma bisognava comprendere il perché di queste bombe. C’era paura da parte della popolazione algerina in seguito alla bomba della casbah [posta dalla polizia francese]. Bisognava dimostrare a questa popolazione che il Fln era capace di fare altrettanto. Era una risposta. Anche se questa azione non ha scusanti, si può spiegare”. E disse Iveton a Hélène: “Non è così che si deve agire, non è uccidendosi tra loro che troveranno una soluzione”.
Iveton sentiva il bisogno di agire perché percepiva l’apertura di un divario sempre più netto tra il mondo arabo e quello europeo. La guerra – con la repressione del governo coloniale e gli attentati in risposta – stava nutrendo le identità contrapposte. Mesi dopo, durante il processo intentato contro di lui, Iveton avrebbe detto al giudice: “Sono sincero nelle mie idee politiche e pensavo che la mia azione poteva provare che non tutti gli europei d’Algeria sono anti-arabi, perché c’è questo fossato tra noi che si scava sempre di più…”. L’azione, per Iveton, era un tentativo di colmare quel fossato.
La cellula di Iveton scelse come obiettivo il gasometro nel quartiere di Hamma. Iveton poteva accedervi facilmente perché vi lavorava. Non c’era l’intenzione di far saltare la struttura principale: era troppo sorvegliata e l’esplosione avrebbe sventrato l’intero quartiere causando vittime civili. Scelsero di piazzare la bomba accanto al tubo che collegava al gasometro il forno dove bruciava il carbone. Era un gesto dimostrativo: avrebbero lasciato la città al buio. L’ordigno era programmato per esplodere alle sei e mezza di sera, ma Iveton chiese di ritardare di un’ora la deflagrazione per avere la certezza di non ferire alcun operaio. Il 14 novembre 1956 raggiunse il posto di lavoro con la bomba nel borsone, la depositò in uno sgabuzzino, ma un collega, insospettito dai suoi movimenti, denunciò la presenza dell’ordigno. Giunsero i militari ad arrestare Iveton.
Imprigionato e interrogato, a inizio dicembre Iveton scrisse un resoconto sulle torture subite: “Mi hanno fatto passare su tutto il corpo, il collo, le parti eccetera, la corrente elettrica. Se la mia immaginazione è buona (perché avevo gli occhi bendati), penso che dovesse avvenire con un apparecchio del tipo spinterogeno. […] Vedendo di certo che non avevo più spazio per la corrente perché ero del tutto bruciato […] mi hanno fatto subire il supplizio dell’acqua. Sempre nudo, mi hanno avvolto il corpo con una coperta umida, sdraiato su un tavolo e legato molto forte, il collo che cadeva indietro all’estremità del tavolo, un uomo, qualche volta due, seduto sulla mia pancia, uno straccio a mo’ di garza sulla bocca e sul naso. Mi portano sotto un lavandino e l’acqua inizia a scendere; lo straccio si attacca al naso, impedendomi di respirare e sono obbligato a bere fino al soffocamento completo”. La simulazione d’annegamento era stata praticata anche dalla Gestapo nell’ultimo conflitto mondiale.
Iveton era solo. L’attenzione internazionale era concentrata sull’Algeria e la Francia intendeva dimostrare che la lotta anticoloniale aveva una matrice comunista e il paese, in caso di sconfitta di Parigi, sarebbe entrato nell’orbita sovietica. Iveton era un utile simbolo da immolare per validare il teorema. Il Fln, invece, non aveva alcun interesse a rivendicare l’attentato al gasometro di Hamma, anzi il supplizio di Iveton consentiva di allontanare l’attenzione dai suoi quadri. Così il processo al giovane militante divenne funzionale alle compagini in guerra. Il dibattimento si svolse rapido e Iveton fu condannato a morte, la grazia non fu mai concessa. Scriveva al suo avvocato a dicembre: “Viva la fraternità dei nostri due popoli, viva l’Algeria liberata per sempre dal colonialismo dove, uniti fraternamente, europei e musulmani formeranno l’Algeria di domani”. La sua solitudine mi appare ora come allegoria di una possibilità storica mancata. E ancora, a fine gennaio, quando attendeva con speranza la grazia dal presidente della Repubblica, scriveva: “Penso che per l’Algeria di domani, con la lotta di classe che si annuncia, noi avremo bisogno di tutti i compagni e gli algerini d’origine europea vi devono partecipare. Alla fine è il mio punto di vista. Ma quando dico questo, nel mio spirito non c’è distinzione razziale perché anche i musulmani sanno che dovranno lottare per le loro rivendicazioni sociali. E tutti insieme, europei e musulmani, faremo dell’Algeria un bel paese, fraternamente unito…”.
Dicono che un giorno Iveton abbia detto al suo carceriere francese: “Imbecille, non hai capito che lotto anche per te?”. I prigionieri erano rinchiusi in cima alla casbah nella prigione di Barbarossa, costruita tra i bastioni delle fortificazioni ottomane. Dall’alto della cittadella vedevo l’intero tratto costiero, d’estate il cielo era di cobalto e pesava sui polmoni, il mare una lastra immobile d’argento. I terrazzi delle case mi ricordavano Napoli e le strette vie erano frequentate da un silenzioso turismo interno. Gli avventori s’aggregavano ai tavolini dei ristoranti che friggevano sardine. Giravo lo sguardo ai vuoti lasciati dagli edifici crollati per cogliere d’improvviso uno scorcio lontano. Raccontano anche che l’11 febbraio 1957, mentre camminava nel corridoio della prigione che portava alla ghigliottina, Fernand Iveton abbia urlato in maldestro arabo: “Tahia el Djazaïr!”, “Viva l’Algeria!”.
LA CATENA DEL DOMINIO
La vicenda di Fernand Iveton mostra una modalità di interpretare il mondo: la storia di un traditore che attraversa i confini tra le identità diventa una mappa per agire e pensare. Dalle testimonianze di amici e compagni emerge il suo animo sentimentale, eppure non credo che Iveton fosse un ingenuo. Ancora, il desiderio di lottare insieme agli oppressi senza colpire i civili e adeguarsi così ai metodi del nemico non è l’esito di un’attitudine romantica. Nell’impostazione di Iveton intravedo un progetto politico capace di immaginare un’Algeria possibile – socialista, indipendente e aperta alle nazionalità araba, cabila ed europea – dopo la sconfitta francese e la dissoluzione del colonialismo.
La mia interpretazione è suggerita dalla scoperta di un’altra storia, quella di Bachir Hadj Ali. Ali era originario della casbah di Algeri, aveva pochi anni in più di Iveton. Era un poeta, musicologo, appassionato di musica popolare algerina e comunista. Aderì anch’egli, come Iveton e Maillot, al gruppo dei Combattants de la libération e durante la guerra anticoloniale divenne il segretario del partito comunista algerino. Alla fine del conflitto il Fln assunse il governo del paese e dopo pochi mesi l’esecutivo dichiarò il partito comunista fuori legge. Nel giugno 1965 il colonnello e ministro della difesa Houari Boumediène organizzò un colpo di stato e prese il controllo della repubblica algerina. La giunzione tra i vertici del Fln e le gerarchie dell’esercito – consolidata dal carisma del presidente Boumediène – garantì per decenni la stabilità politica, soffocando però la speranza di una rivoluzione sociale. A pochi giorni dal colpo di stato Bachir Hadj Ali creò una organizzazione di resistenza popolare, nel settembre fu arrestato e torturato nelle prigioni del nuovo regime repubblicano.
Bachir Hadj Ali subì le torture della polizia algerina per settimane. Riuscì tuttavia a scrivere un memoriale della sua prigionia su fogli di carta igienica che nascose all’interno di sigarette svuotate. Consegnò poi i testi alla moglie durante i colloqui e il suo racconto venne pubblicato in Francia l’anno dopo da Éditions de Minuit con il titolo L’arbitraire. Leggo dal capitolo dedicato alle torture fisiche: “Affondo nella morte. Risalita, urla, domande, silenzio, ‘Non so nulla’, affondato, risalita, urla, silenzio, urla fino a far esplodere le corde vocali, affondato. Mi risveglio, sdraiato sul cemento bagnato, vicino agli escrementi di coloro che mi hanno preceduto, uno stivale pesante e sporco si schiaccia sulla mia pancia gonfia d’acqua a dismisura. Prenderò questo bagno forzato ancora due volte”. Ancora la tortura dell’annegamento, la stessa che fu riservata a Iveton dal governo coloniale.
Frequentavo spesso un bar ai piedi della casbah, davanti al porto dei pescherecci dove tirava vento. Il locale era accanto all’antica moschea almoravide El Kebir e al bancone c’era sempre un ragazzo con la maglia del Napoli. Prendevo un caffè e un makroud con pasta di datteri. Al tavolino leggevo di Iveton e Bachir Hadj Ali, trovavo nei loro fantasmi il lascito di speranze irrealizzate e il monito che il potere cambia, muore e rinasce e spesso ripete le sue forme e tecniche di sopraffazione. Le loro figure mi sembravano argini impotenti, eppure necessari, alla barbarie del dominio cangiante e perpetuo degli uomini. L’11 febbraio 1957, quando uccisero Fernand Iveton, nella prigione Barbarossa era reclusa una militante anticoloniale di origine europea. Scrisse quel mattino una poesia e riuscì a consegnarla a Hélene Iveton. Gli ultimi versi erano: “Puis le coq a chanté / Ce matin ils ont osé, / Ils ont osé vous assassiner. / En nos corps fortifiés / Que vive notre idéal / Et vos sangs entremêlés / Pour que demain, ils n’osent plus / Ils n’osent plus, nous assassiner”. (francesco migliaccio)

