
Sarà presentato martedì 27 gennaio, alle 17:30 nella redazione di Napoli Monitor (via Broggia, 11), il numero 15 de Lo stato delle città (a questo link indice e punti di distribuzione a Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino e nelle prossime settimane in altre città).
Tra gli articoli della rivista c’è Voglia di uccidere, di Maurizio Braucci, che riproponiamo oggi ai nostri lettori.
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Giovani che uccidono altri giovani, spesso con pistole, altrimenti con coltelli. È un tema, quello della morte per futili motivi, che sembra non interessare l’opinione pubblica se non per l’arco di un momento: quello dell’ennesima vittima. Ogni dibattito che nel corso degli ultimi anni è seguito alle tragiche vicende di giovani uccisi per un litigio, si è sempre ridotto a discorsi sulla sicurezza e sulla certezza delle pene. Francesco Pio Maimone, Santo Romano, Gianbattista Cutolo, Emanuele Tufano e Pasquale Nappo, sono tra gli altri nomi di giovani uccisi a Napoli e provincia. In altre provincie del sud le pistole hanno sparato in situazioni che in passato sarebbero esplose con una violenza non armata. E quindi, perché tante armi e tanto desiderio di uccidere? La profezia di un poeta e il film di un grande regista possono aiutarci a rispondere. La prima riguarda l’intervista che Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo giorno di vita, concesse a Furio Colombo, in cui parla dell’Italia del 1975: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere”.
I più meticolosi leggono in questa dichiarazione il resoconto di un momento storico dove il conflitto ideologico, tra ricchi e poveri, tra destra e sinistra, era talmente acceso che dalla rivalità si era passati alla guerra nelle strade. Ma se intendiamo la storia come un’eco del passato che arriva fino a noi, in questo allarme di Pasolini non possiamo non scorgere qualcosa che riguarda il nostro presente, impoverito ancora di più da contenuti violenti e narcisistici lì dove prima erano ideologici. Oggi non potremmo dire che è all’interno di dinamiche di lotta di classe che dei ragazzi incensurati muoiono a causa delle armi da fuoco e altri vengono condannati a pene più lunghe dei loro anni. Ma dovremmo specificare che si tratta di conflitti intraclassisti, che scoppiano tra persone appartenenti alla stessa dimensione sociale, e questo per effetto della trasformazione della lotta tra le classi in lotta di classe unilaterale, cioè da parte dei ricchi contro i poveri, come aveva scritto il compianto Goffredo Fofi pochi anni fa. In pratica i più poveri si fanno la guerra tra loro, per effetto di un’implosione disperata dei diritti e delle opportunità, oppure, aggiungo io, la fanno contro i ceti che sono potenzialmente dei loro alleati: quella classe media con cui ancora possono avere dei contatti sociali e che riconoscono come diversa da loro eppure ancora eguale a loro, in una specie di competizione tra disperati e omologati, dove l’omologazione è diventata l’unica via di adesione ai modelli del consumo. Quando, nell’agosto del 2023, fu ucciso Gianbattista Cutolo, ventiquattrenne musicista napoletano, scrissi una lettera aperta al suo giovanissimo assassino, spiegando che aveva sparato contro un ragazzo che abitava a pochi passi da casa sua, un futuro lavoratore intellettuale proveniente da una condizione sociale più agiata ma non contrapposta alla sua. In pratica, aveva ucciso un alleato e non un rivale. Lo stesso si può dire per i tre omicidi avvenuti a Monreale, ad aprile del 2025, dove un diciannovenne della periferia palermitana, si è armato per punire un rimprovero subìto da alcuni giovani operai del posto, cioè degli sfruttati. Nello stesso periodo, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, ho realizzato un cortometraggio sul tipo degli spot sociali, a metà tra finzione e documentario. Ho intervistato due ragazzi e una ragazza che raccontavano perché, secondo loro, le morti per futili motivi sono in aumento, e le spiegazioni sono state semplici: procurarsi una pistola è diventato molto facile, e si va in giro armati perché si pensa che anche gli altri siano armati. Mi sembra un circolo vizioso: le armi in mano ai più giovani aumentano perché sono aumentate le armi; il fatto che le armi siano aumentate fa temere per la propria vita e quindi ci si arma. Ma la leva della paura e l’aumento degli armamenti, non sono forse i punti forti dei partiti di destra che hanno preso potere in molti paesi del mondo?
L’altro spunto di analisi è quello offerto dal film The Funeral (Fratelli in italiano, 1996) di Abel Ferrara, scritto da Nicholas St. John. Qui un mafioso, Ray Tempio, cerca l’autore del misterioso assassinio del suo giovane fratello, Johnny, e lo trova in un semplice bulletto che prima si difende dicendo di averlo ucciso perché il giovane aveva violentato la sua ragazza e infine confessa che lo ha fatto solo perché era stato picchiato da lui davanti alla propria fidanzata. Queste le parole di Ray prima di vendicarsi: “Tu pensi che meriti di vivere dopo che hai ucciso un uomo? Puoi continuare a vivere in pace con la tua coscienza? Una volta che punti una pistola non c’è più modo di tornare indietro. Mia moglie, che non ti conosce, mi ha pregato di risparmiare la tua vita, di lasciare che sia Dio a punirti e di tenere le mie mani pulite. Se Johnny avesse violentato la tua ragazza, per il suo bene, io ti avrei risparmiato. Ma tu hai agito solo per rabbia, tu sei pericoloso. Tu non hai rispetto per la vita della gente, non c’è posto per uno come te nella società e il carcere è una cortesia che non meriti. Io non vedo altra scelta per me”.
Sono le parole di un gangster che sente la legge del crimine come non sottratta a quella di Dio, e che crede di affermare un senso di giustizia anche se attraverso la violenza. Queste due citazioni dovrebbero farci riflettere sul fatto che esistono sicuramente ragioni sociali intorno all’aumento della violenza armata tra i giovani, ma allo stesso tempo la gratuità di questi fenomeni racconta anche della loro gravità amorale. Un altro grande poeta, William Wordsworth, ha scritto che “il bambino è il padre dell’uomo”, e se dei ragazzini agiscono distruggendo le proprie e altrui vite per non altro che rabbia, vuol dire che non solo il presente ma anche il futuro sono macchiati di sangue versato per stupidità ed esaltazione. Ma guardando agli adulti, io sento che tra il genocidio di Gaza, che ha mostrato la perdita di ogni rispetto verso la vita dei bambini, e l’assuefazione che in troppi hanno verso la morte gratuita dei giovani intorno a loro, c’è una continuità. Il conformismo che regola gran parte dei discorsi mediatici a riguardo dovrebbe farci temere di diventare complici di quelli che pure percepiamo come gesti crudeli, se ci affidiamo allo scetticismo di non poter far altro che restare a guardare. Provocare chi non crede che tutto questo si possa cambiare, è non solo un dovere ma un diritto dell’intelligenza umana. I giovani custodiscono le possibilità future di abituarsi al male oppure di rifiutarlo. E noi tutti siamo moralmente morti se non crediamo che dire “basta” abbia ancora un senso. Le parole della madre di Pasquale Nappo, il diciottenne ucciso a novembre scorso a Boscoreale, sono una terribile sintesi di tutto questo: “Credo sia stato un errore, una fatalità nella quale mio figlio non c’entrava nulla. Quando ho sentito di casi del genere in televisione, non avrei mai creduto che sarebbe potuto succedere a me”. Pasolini aggiungeva, nell’intervista che ho citato, che “l’inferno sta salendo da voi”, ma se questo è vero, dobbiamo chiederci cosa non impedisce e non previene questa salita.
Un altro grande artista, il regista Vittorio De Seta, mi raccontò con una metafora quello che lui pensava del male, dopo che la sua compagna e collaboratrice Vera Gherarducci era morta a causa di una leucemia. Da questa drammatica esperienza aveva capito che, come nel caso della leucemia, quando i globuli rossi si abbassano perché il midollo osseo non ne produce più, nella società il male aumenta anche per effetto della diminuzione del bene, e il male diventa impazzito, delirante e autodistruttivo, appunto perché non ha più antagonismi. Mi è sempre sembrata una metafora chiarissima nella sua semplicità.

