
La vicenda della costruzione del Muba – Museo delle bambine e dei bambini nel quartiere popolare del Pilastro a Bologna (ricostruita per Monitor da Salvatore Papa) mette in luce due elementi ricorrenti nelle politiche urbanistiche degli ultimi anni: l’uso strumentale delle istituzioni culturali e la manipolazione dei processi di partecipazione. Nel caso specifico, a questi due ingredienti si aggiunge la militarizzazione dell’area in cui sorgerà la nuova opera. Ma andiamo con ordine.
UN OGGETTO MAGICO…
Innanzitutto bisogna cercare di capire che cosa è il Muba, pensato – come si legge nei documenti ufficiali – per la fascia da 0 a 12 anni, per le scuole e le famiglie. Colpisce il fatto che, nonostante il cantiere sia ormai avviato, manchi ancora il progetto culturale. Le uniche informazioni disponibili sono contenute nel Documento di indirizzo alla progettazione (Dip), allegato al bando di concorso per la progettazione architettonica dell’edificio pubblicato nell’ottobre 2022. La descrizione generale è questa: “Il nuovo Muba dovrà essere un luogo magico, capace di stimolare la curiosità, motivare l’apprendimento, stimolare i sensi dei piccoli visitatori, che dovranno poter fare in questo nuovo spazio una esperienza unica e irripetibile. Il Muba dovrà essere un luogo per giocare, per sperimentare, per studiare, per imparare e per comprendere. Una palestra mentale dove i bambini dovranno essere messi nelle condizioni ideali di conoscere per scoperta, valorizzando la dimensione ludica e imparando a osservare le cose e le situazioni da più punti di vista”.
Non molto, come si può vedere. Una definizione generica, qualche luogo comune, un po’ di enfasi più adatta a un depliant promozionale che a un documento di progettazione. Qualche elemento in più lo troviamo nella descrizione degli ambienti. Al piano terra sono previsti: un’esposizione degli elaborati realizzati durante gli atelier, uno “spazio interattivo ad alto contenuto tecnologico […] in cui i bambini dovranno poter costruire la propria carta di identità digitale”, una palestra sensoriale per i bambini da 0 a 3 anni, un’area dedicata al cibo (non poteva mancare nella città che del cibo ha fatto il suo brand principale) denominata “spazio per il food”: qui sono previsti un ristorante “a misura di bambino” e una caffetteria.
Al primo piano troviamo l’area dei laboratori, dedicati a tre temi: spazio, memoria, città e cittadinanza. Ciascuna di queste aree è dotata di una stanza “pensata come un ambiente immersivo in cui significante e significato corrispondono” (un passaggio illuminante circa la tendenza a ricorrere a frasi prive di senso per supplire alla carenza di idee) e di un atelier per la “rielaborazione pratica e attiva dei contenuti fruiti nelle stanze espositive”.
Infine il tetto, per attività ludiche, sportive e di psicomotricità.
A questo testo se ne aggiunge un altro, più breve, intitolato Documento di indirizzo alla progettazione del concetto educativo-museografico. Non aggiunge molto, ma contiene un passaggio rivelatore. Nel sottolineare che il Muba dovrà essere – tra le altre cose – un luogo creativo, afferma che “la creatività aiuta a sviluppare il cosiddetto problem solving, ovvero la capacità di trasformare un’esperienza difficile e problematica in un processo di crescita costruttiva personale”. Come è noto il problem solving è un concetto che ha origine nella cultura aziendale e rappresenta uno dei termini più in voga del vocabolario neoliberista. Viene correntemente impiegato per supportare una visione utilitaristica dell’educazione, che – secondo questa prospettiva – dovrebbe fornire non più un sapere critico, ma strumenti operativi per “risolvere problemi” contingenti e funzionali alla flessibilità nel mondo del lavoro. È agli antipodi della creatività, nonostante l’anonimo estensore del documento creda che si tratti di un sinonimo.
Questo riduzionismo aziendalista trova un riscontro anche nel progetto vincitore del concorso, firmato dal raggruppamento temporaneo di imprese guidato dallo studio Aut Aut di Roma. Nello spiegare perché l’edificio che verrà realizzato ha la forma di una fabbrica (una “reinterpretazione giocosa e singolare dell’archetipo della fabbrica”, è scritto nelle note), gli architetti affermano di essersi ispirati a Loris Malaguzzi, il creatore dei servizi per l’infanzia di Reggio Emilia a partire dagli anni Sessanta, “secondo il quale il bambino è un produttore di conoscenza”. Chissà se questa ridicola sciocchezza ha fatto guadagnare punti nel concorso.
Non sappiamo chi abbia scritto gli indirizzi. Sappiamo, però, che l’ordine logico della progettazione è stato sovvertito. Nell’immaginare un servizio pubblico, infatti, sarebbe necessario seguire poche e semplici regole. Si dovrebbe partire da un’analisi dei bisogni (qual è il servizio necessario per quello specifico contesto sociale?) e su questa sviluppare la progettazione. Entrambi gli aspetti dovrebbero essere affidati prioritariamente a coloro che operano nel territorio negli ambiti professionali identificati dal servizio. La progettazione architettonica degli spazi dovrebbe partire da questi due elementi ed essere condotta in stretta collaborazione con chi ci lavorerà. Il piano di gestione, infine, dovrebbe essere sviluppato contemporaneamente alle altre fasi.
Nel caso del Muba nulla di tutto questo è accaduto. L’analisi dei bisogni non c’è stata (ci torneremo nel prossimo paragrafo). Nelle polemiche delle ultime settimane, l’amministrazione comunale ha difeso il progetto sostenendo che era nel programma elettorale della maggioranza. Questa è dunque la ragione principale alla base della scelta, come se un’opera pubblica indicata in un programma elettorale debba trovare giustificazione in se stessa, senza necessità di essere sottoposta a una verifica e a un’analisi dettagliata. La progettazione culturale non è ancora completa, e la sua versione preliminare, estremamente generica, non è il frutto di chi lavora nel territorio. La progettazione architettonica è stata fatta solo sulla base di queste indicazioni di massima, e successivamente è stata in qualche modo modificata (ma i contenuti di questo confronto non sono di dominio pubblico) dal Comitato scientifico, che è stato nominato due mesi dopo l’affidamento dell’incarico allo studio Aut Aut (e non include nessuno degli operatori che lavorano nel territorio in campo culturale e educativo). Infine, il progetto di gestione non esiste. Mentre le ruspe hanno iniziato a scavare non sappiamo ancora chi gestirà il museo, quanti saranno gli operatori, quali saranno gli orari di apertura, quali saranno i prezzi delle attività a pagamento, a quanto ammonta il budget e quali sono le previsioni di incasso, ecc. L’amministrazione comunale si limita a ripetere che sarà un museo “a guida pubblica”. Nella sua ambiguità, questa formulazione svela che la gestione sarà affidata molto probabilmente a soggetti privati.
…CHE PORTA “BELLEZZA”
Giunti a questo punto dell’analisi, non è ancora emersa una valida giustificazione della scelta di collocare il museo al Pilastro. Torniamo quindi al Documento di indirizzo alla progettazione alla ricerca di un nesso tra il contesto e l’opera da realizzare.
Il Dip contiene un paragrafo intitolato “Contesto di vulnerabilità”, nel quale riporta l’Indicatore sintetico di fragilità demografica, sociale ed economica. Questa sezione evidenzia le criticità del quartiere, anche se purtroppo è piuttosto scarna. I dati relativi al disagio socio-economico sono comunque reperibili in rete, aggiornati a febbraio 2026. Il Pilastro risulta al primo posto tra le aree di disagio a Bologna. Se questo dato complessivo viene scomposto, troviamo che almeno quattro indicatori risultano i peggiori non solo nell’ambito comunale, ma anche rispetto ai quattordici comuni capoluogo di città metropolitana presi in considerazione dall’indagine Istat:
– incidenza percentuale di individui con basso livello di istruzione;
– incidenza percentuale di individui di età compresa tra 15 e 29 anni che non sono occupati e non sono iscritti ad alcun corso di studi;
– incidenza percentuale di studenti che abbandonano la scuola o ripetono l’anno;
– incidenza percentuale di individui con occupazione “non stabile”.
Altri indicatori estremamente negativi sono riferiti all’incidenza percentuale di individui a basso reddito e al tasso di occupazione nella fascia 25-64 anni.
Di fronte a questo scenario, l’idea del Muba viene argomentata in questo modo: “La scelta di localizzare la struttura in quest’area particolare della città, oltre che per le peculiari caratteristiche di fragilità economico-sociale e di povertà educativa del contesto più prossimo, risiede nella profonda convinzione che proprio laddove si verificano condizioni di disagio e difficoltà si debba agire portando bellezza nei luoghi, cura e ricchezza nelle proposte, dando vita a opportunità inedite non solo per chi risiede e abita l’area oggetto di intervento, ma per tutte e tutti coloro che, da ogni territorio, potranno e vorranno raggiungere il Pilastro per vivere un’esperienza estetica, ludica e formativa di altissima qualità. Imperdibile occasione è quindi quella di considerare il Muba un attrattore a livello nazionale, capace di riqualificare un’area inserendola nei luoghi di interesse turistico e educativo per le scuole e le famiglie […].
Non è rintracciabile alcun nesso logico tra il disagio sociale del quartiere e la realizzazione del museo, nulla che vada oltre semplici affermazioni di principio non corredate da vere e proprie argomentazioni (siccome il quartiere è povero, ci mettiamo un museo: questo è il senso della prima frase, che non articola un ragionamento ma stabilisce un dogma). In sostanza, l’idea poggia su due basi: la prima è una concezione paternalistica dell’intervento pubblico (noi amministratori regaliamo un elemento di “bellezza” al rione), la secondo è l’attrattività, chiodo fisso delle politiche urbanistiche dei nostri tempi, fossilizzate nella convinzione che lo sviluppo delle aree urbane venga da fuori, e che un ruolo decisivo debba essere giocato da attori di passaggio, che non vivono o lavorano stabilmente nelle città ma, con la loro presenza occasionale o temporanea, portano benessere e ricchezza. Il turismo è in cima ai loro pensieri. Talmente in cima che a Bologna gli amministratori locali sognano di portarlo anche in un quartiere popolare e periferico, per salvarlo da se stesso.
Ecco quindi che il Muba, più che un valore per il quartiere, è un pretesto. È un oggetto-calamita, il cui effetto di attrazione dall’esterno è più importante rispetto al contenuto e alla sua capacità di incidere sul tessuto sociale della zona. Ma non è detto che l’attrazione funzioni. A poca distanza dal Pilastro c’è un altro ingombrante oggetto-calamita su cui la precedente amministrazione comunale aveva puntato moltissimo: Fico (Fabbrica italiana contadina), ora ribattezzato Grand Tour Italia, un progetto commerciale infiorettato con improbabili velleità culturali inaugurato nel 2017 e tenuto faticosamente in piedi fino a oggi nonostante l’evidente fallimento.
Il Muba potrà contare sull’attività didattica con le scuole, ma cosa ne ricaverebbe il quartiere? Questa domanda indirizza verso un altro aspetto che i documenti del comune di Bologna non chiariscono, e che rappresenta un aspetto decisivo della questione: come può il Muba diventare un luogo di frequentazione quotidiana per chi abita nella zona, come auspicato anche nel Dip e come ripetuto in continuazione dagli amministratori locali per cercare di convincere gli scettici? Come può offrire tutti i giorni “una esperienza unica e irripetibile”? Non può farlo, evidentemente. La sua natura è diversa, l’esperienza che può offrire è episodica, non può essere replicata con continuità.
Di fronte al futuro museo c’è la biblioteca di quartiere Luigi Spina. È lì dal 1974, ed è un punto di riferimento importante per la comunità locale, come riconosciuto anche nel Dip. È un luogo gratuito, rivolto a tutte le età, ricco di attività, e garantisce una possibilità di frequentazione quotidiana che a un museo è negata. Però, come tutte le biblioteche di quartiere, è in sofferenza: spazi, personale, fondi non sono sufficienti, l’orario è ridotto rispetto alle necessità. Il disimpegno del Comune in questo ambito è sotto gli occhi di tutti ed è oggetto da tempo di una mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori dei musei e delle biblioteche pubbliche, che denunciano carenze strutturali, esternalizzazioni, mancanza di finanziamenti. L’impegno di assumere centocinquanta persone è stato disatteso (ne sono state assunte solo quarantuno). Di fronte a tutto questo, la realizzazione di una nuova struttura, i cui costi di gestione non sono neanche stati definiti e i cui contenuti risultano in gran parte indeterminati, assume il sapore di una beffa.
Nel quartiere c’è anche molto altro. A fianco della biblioteca c’è Casa gialla, uno spazio per adolescenti aperto nel 2022. E molti altri servizi pubblici per bambini, adolescenti, immigrati, ecc., gestiti dal Comune e da associazioni, attivi da anni, la gran parte dei quali non sono stati coinvolti nella progettazione del Muba. Eppure al Muba viene assegnato il ruolo di “fulcro” di tutti i servizi attivi nella zona, di coordinamento di quello che viene chiamato “ecosistema educativo”. Perché questo ruolo dovrebbe essere assunto da una struttura nuova affidata alla gestione di persone che non hanno conoscenza ed esperienza del territorio? In che modo il Muba potrebbe svolgere questo ruolo? A queste domande cruciali non c’è risposta: finora hanno prevalso gli slogan e le enunciazioni astratte.
IL DISCO ROTTO DELLA PARTECIPAZIONE
Di fronte alle critiche crescenti dal momento in cui il cantiere si è installato al Pilastro, l’amministrazione comunale ha rivendicato di avere realizzato un lungo percorso di partecipazione intorno al progetto del museo, articolato in decine di incontri che avrebbero coinvolto associazioni, cittadini e scuole. Proviamo a verificare quanto c’è di vero in questa versione attraverso i rapporti della Fondazione Innovazione Urbana, che ha gestito gli incontri.
La prima fase della partecipazione si è svolta tra ottobre e novembre 2022. In quel periodo sono stati realizzati: un incontro con i “corpi intermedi” (le associazioni e le organizzazioni attive nel quartiere, di cui però non è riportato l’elenco), due laboratori con i bambini della scuola primaria Romagnoli (e una mostra con i lavori realizzati), un incontro con una dozzina di adolescenti presso la Casa gialla. Tutto qui. Molto poco, se si pensa che il resoconto di questa fase è stato allegato ai documenti del bando di concorso per la progettazione, e doveva quindi servire da orientamento per i partecipanti.
Anche sul contenuto c’è da riflettere, specie per quanto riguarda i passaggi relativi al verde, uno degli argomenti più sensibili. La realizzazione ha comportato infatti l’abbattimento di quattro alberi di alto fusto, derivante anche dal cambiamento della collocazione dell’edificio, prevista inizialmente al posto di una piastra di cemento adiacente la biblioteca e poi spostata di pochi metri, nel parco. Questo esito non era nei desideri di nessuno dei partecipanti agli incontri: né dei “corpi intermedi” (“Viene […] sottolineata l’importanza di un consumo di suolo più limitato possibile con l’obiettivo di valorizzare la componente verde e arborea esistente che caratterizza molto fortemente il parco”), né dei bambini, che agli alberi e alla possibilità di arrampicarsi e costruire case sul loro tronco hanno dedicato molto spazio. Gli alberi, però, sono stati abbattuti, e l’edificio occuperà 750 mq dell’area verde (che non doveva essere toccata).
Difficile sostenere che la volontà dei partecipanti sia stata rispettata. Alcuni degli insegnanti coinvolti hanno raccontato che durante i laboratori alcuni bambini hanno realizzato “disegni in cui addirittura […] sognano un percorso attrezzato tra gli alberi del parco e immaginano il museo come una casa sull’albero. Di fatto sul museo si è lavorato poco, ci si è concentrati principalmente sul parco. Quando abbiamo visto quale area dovrebbe occupare il Muba, ci siamo sentiti traditi. […] Se avessimo immaginato una progettualità così estrema, non avremmo partecipato al percorso. Non siamo stati ascoltati, le idee nostre e dei bambini non sono state tenute in considerazione” (Corriere di Bologna, 1 marzo 2026).
La strumentalizzazione dei bambini – non c’è altro modo di definirla – è continuata nelle parole del sindaco, che è arrivato ad attribuire proprio a loro la scelta di spostare la collocazione del Muba: “Volevamo farlo inizialmente sulla lastra di cemento, ma abbiamo cambiato […] perché bambini e ragazzi nelle loro osservazioni ci hanno chiesto di mantenere l’area dove giocavano che è quello spiazzo di cemento, non l’area verde centrale dove invece non giocano mai” (Corriere di Bologna, 13 marzo 2026).
È lo stesso resoconto della Fondazione Innovazione Urbana a smentire il sindaco: nell’immagine grafica che riassume il modo in cui il parco è vissuto e i desideri per migliorarlo, sulla piastra di cemento in cui amerebbero tanto giocare, i bambini hanno collocato una cacca, il simbolo suggerito per indicare “il posto che mi piace di meno”. In altre aree, invece, hanno messo simboli divertenti per indicare i luoghi piacevoli del parco in cui giocano e stanno insieme.
Il resoconto della seconda fase, realizzata tra febbraio e luglio 2023, elenca due incontri con la Consulta comunale per il superamento dell’handicap e con Cinnica – Libera consulta per una città amica dell’infanzia; due incontri con il Diversity Team del comune di Bologna; un focus group con lavoratrici e lavoratori della biblioteca Spina; un incontro “dedicato alle comunità attive (principalmente scuole) e realtà associative del Pilastro”. Vengono registrate anche le riunioni tra il Comitato scientifico e lo studio Aut Aut (ma si tratta di incontri di carattere tecnico che solo con una evidente forzatura possono essere inclusi nei processi partecipativi) e uno stand informativo durante la festa estiva della Casa gialla. Tutto qui, ancora una volta.
Non sarebbe finita, in realtà. Il resoconto annuncia la terza fase, la più importante, nella quale “si prevede di coinvolgere la cittadinanza in modo più allargato rispetto a quanto fatto in precedenza”, un percorso che riguarderà “non solo il progetto architettonico ma anche quello allestitivo e dei contenuti, e sarà aperto a tutta la città”.
Di questa fase non c’è traccia. Non esiste alcun resoconto, né risultano incontri per i successivi due anni e mezzo. Bisogna arrivare al 16 dicembre 2025 per trovare l’invito a partecipare – a giochi fatti – a un incontro pubblico di presentazione del progetto. Le recinzioni del cantiere erano già montate da un mese.
FINZIONI, MENZOGNE E MANGANELLI
Come abbiamo visto, è sufficiente una lettura dei documenti ufficiali per individuare le falle del ciclo di progettazione, l’assenza di un’analisi dei bisogni del quartiere, l’uso strumentale di un’istituzione culturale e educativa calata dall’alto, l’assenza di un vero processo di partecipazione. Quello che viene sbandierato come un percorso ininterrotto costellato da decine di incontri con associazioni, operatori, cittadini, non è mai esistito. Tutto si riduce a una manciata di incontri episodici, interrotti da molto tempo, estremamente selettivi per quanto riguarda gli interlocutori prescelti, mai aperti alla cittadinanza. Nella vicenda del Muba troviamo riprodotti tutti i difetti strutturali del sistema di partecipazione messo in piedi nel corso degli anni dal comune di Bologna, basato sull’apparenza e completamente privo di effettivi poteri decisionali (per una analisi più approfondita rinvio a questo dossier).
Ora il Comune getta la maschera e impone il progetto con la forza. Forse per la prima volta (dopo quello del TAV in Valsusa) il cantiere di un’opera pubblica viene presidiato dalla polizia, che a più riprese ha effettuato cariche, picchiato i manifestanti e usato in maniera dissennata i gas lacrimogeni (a volte lanciati ad altezza d’uomo, come dimostrato chiaramente dai video che circolano sui social). Il rapporto tra centro e periferia cambia natura, il Comune sceglie il pugno duro, senza valutare le conseguenze. Nessuno può prevedere come questa storia andrà a finire. Per molti aspetti, però, è già finita male, molto male: certe lacerazioni sono difficili da ricucire. (mauro boarelli)

