Dai “maranza” alle “bestie islamiche”. Razza, linguaggio e politica in Italia

dai-“maranza”-alle-“bestie-islamiche”.-razza,-linguaggio-e-politica-in-italia
Dai “maranza” alle “bestie islamiche”. Razza, linguaggio e politica in Italia
(disegno di ginevra naviglio)

Non sono molti a ricordare storie come quella di Azouz Marzouk, giovane tunisino accusato della strage di Erba, o di Mohammed Fikri, marocchino arrestato per l’omicidio di Yara Gambirasio perché un suo «ya rab» – “mio Dio” in arabo – fu scambiato per un «Yara». Eppure, questi due episodi sono tasselli della costruzione da parte dello Stato e dei media italiani dell’arabo e del musulmano come nemico interno, barbaro e tagliagole. Una categoria che alimenta quella che Bouteldja definisce una forma di stato “integrale razziale”.

A gennaio Abanoud Youssef, diciottenne, è stato ucciso a La Spezia da un suo coetaneo per motivi di gelosia. Il sindaco ha commentato l’accaduto affermando che “l’uso dei coltelli avviene solo in certe etnie” – chissà come mai dichiarazioni di questo tipo ci vengono risparmiate quando a compiere femminicidi sono italiani bianchi. Passano gli anni ma l’arabo e il musulmano restano l’“altro italiano”: da temere, contenere ed escludere a tutti i livelli.

Prendiamo quello politico: anche quando ci è concessa una presenza nelle istituzioni – basta pensare a figure molto esposte come Ouidad Bakkali o Sumaya Abdel Qader, la prima deputata e la seconda consigliera comunale a Milano, entrambe del Partito Democratico – questa non implica l’esercizio di un reale potere. Si tratta il più delle volte di rappresentanze funzionali a una narrazione inclusiva, ma svuotata di sostanza. Nessuna tra queste persone, per esempio, ha osato denunciare apertamente, neanche in questi anni terribili, la natura genocidaria del progetto israeliano: gli slogan conciliatori come l’auspicio a “una pace giusta” o al “rispetto del diritto internazionale” si innestavano a pieno sulla linea imposta dalla sinistra bianca e liberale. La fedeltà al partito o all’ente istituzionale di cui queste figure fanno parte è la condizione decisiva per la loro sopravvivenza politica.

D’altronde, essere arabi e musulmani in Italia significa essere continuamente sacrificabili, oltre che target privilegiato dell’assalto mediatico e della repressione. Gli ultimi due anni hanno rappresentato un banco di prova per lo stato razzista italiano: misurare la reazione pubblica a una repressione mirata contro una specifica parte di cittadini che vivono, lavorano e partecipano alla vita culturale, sociale e politica del paese.

Non esiste persona araba e musulmana in Italia che non comprenda la portata di quanto avviene in Palestina o che non si identifichi in quella causa come paradigma di liberazione collettiva. Le nostre famiglie ci hanno cresciuto davanti ad Al Jazeera (anche se ora preferiamo guardare Al Mayadeen), insegnandoci a riconoscere l’inganno dell’Occidente che ha ridotto i nostri paesi in macerie: Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina, Siria, Libano, Yemen, Algeria. Le nostre identità sono molteplici, ma unite da un sentimento anticoloniale che ci porta a riconoscerci nel popolo palestinese e a individuare una serie di momenti-frattura. Ricordiamo bene l’assassinio di Mohammed El Durrah in diretta su Al Jazeera, durante la Seconda Intifada a Gaza, un evento sconosciuto ai nostri coetanei italiani, ma che ha creato una rottura tra noi e il loro. Mohammed eravamo noi.

Ho trovato stimolante la lettura di Bouteldja sul contesto francese, e ho riconosciuto i limiti evidenziati da questo giornale soprattutto rispetto all’infelice scelta editoriale nella traduzione del titolo, che chiama in causa un termine come “maranza”: una parola che vende così tanto da aver dato nome persino a un pacchetto di leggi (“anti-maranza”) e a discutibili (e purtroppo fantasiosi) teoremi sulla loro presunta “alleanza con i centri sociali” nei momenti più conflittuali delle manifestazioni contro il genocidio in Palestina.

Negli ultimi anni molti giovani arabi e musulmani sono stati indagati per presunto antisemitismo o terrorismo, per semplici post sui social. Seif Bensouibat, educatore romano di origine algerina è stato rinchiuso in un Cpr per un post su Instagram, mentre più noto è diventato il caso dell’imam torinese Mohammed Shahin. Persino una preghiera durante l’occupazione dell’Università di Torino ha fatto scatenare il panico, mentre la sinistra, con i sui silenzi e i suoi distinguo “alla Fratoianni”, alimenta l’odio anti-arabo senza muovere un dito contro le leggi securitarie, o per sostenere le campagne a favore dei prigionieri palestinesi in Italia – intanto Anan Yaeesh è stato condannato a cinque anni e mezzo dalla Corte d’Assise dell’Aquila, Ahmad Salem a quattro anni per “terrorismo di parola” e Mohammed Hannoun accusato di “finanziamento al terrorismo”.

In operazioni di questo genere il linguaggio è un’arma importante. Lo stesso insopportabile termine “maranza” è un errore concettuale. Non parliamo di una categoria razziale o etnica, ma di una forma di controcultura urbana legata alla classe, che tende tra l’altro a rifiutare il dominio culturale occidentale, rivendicando uno spazio di visibilità: un processo generazionale che, come spiegato nel volume Controverse curato da Livia Apa, mostra tutte le fratture che attraversano la diaspora. Se la generazione dei nostri genitori cercava l’integrazione spaccandosi la schiena senza far troppo rumore, la nostra rivendica la rottura e la fierezza dell’identità. Così, capita che anche molti giovani italiani bianchi oggi imitano i codici “maranza” – trap, Baby Gang, Simba la Rue, borsello e bomber – estendendo il segno a una intera estetica giovanile, estraendolo dal contesto da cui proviene.

Ogni semplificazione in categorie e gruppi monolitici segue, al contrario, la stessa retorica etnicista del sindaco di La Spezia, cancellando qualsiasi discorso più complesso dal dibattito, per esempio quelli sulla marginalità, il disagio giovanile, il desiderio, le sfide quotidiane di queste adolescenze. Persino chi lavora nel campo della ricerca accademica scivola su questo terreno, banalizzando un fenomeno attraversato da molte sfumature e chiaroscuri, cercando di romanticizzare un’esperienza e un’estetica attraversata da contraddizioni, dolore, stigmatizzazione, estraendo peraltro capitale sociale ed economico da quest’operazione.

Chi vive le conseguenze della razzializzazione sul proprio corpo e su quello della propria famiglia sa bene cosa vuol dire essere additato come “maranza”. Sappiamo anche che le nostre vite valgono meno di quelle degli italiani bianchi, una consapevolezza che genera rabbia, ma che ci rende più lucidi. Le parole di Feltri e Sallusti sullo “sparare in bocca ai musulmani” e le “bestie islamiche” non sono provocazioni, ma test di consenso: fino a che punto l’opinione pubblica riterrà accettabile la disumanizzazione dei nostri corpi? È una strategia del colonialismo, questo spostare la barbarie lentamente ogni volta un po’ più avanti, sfruttando la poca capacità, anche di chi è in buona fede, di comprendere gli effetti della razzializzazione e della sua azione nel processo di socializzazione politica.

Ma i giovani delle nostre comunità sono spesso discendenti o diretti sopravvissuti alle conquiste coloniali europee del secolo scorso, o alle guerre e crisi prodotte da quelle stesse logiche di dominio. La loro lotta per essere riconosciuti come pienamente umani nello spazio europeo è anche una lotta della e per la memoria: comprendere la genealogia della presenza indigena e razzializzata in Italia è dunque essenziale per costruire una solidarietà materiale e reale, fondata sulla comprensione dei dispositivi di potere che governano gli esseri umani. La razza è uno di questi e l’uso utilitaristico del linguaggio al suo servizio un inganno da svelare. (laila hassan)

Related Post