Religione, femminismo, emancipazione. Studentesse musulmane a Napoli

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Religione, femminismo, emancipazione. Studentesse musulmane a Napoli
(disegno di otarebill)

Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città

Mentre si passeggia per il centro storico di Napoli, in particolare nella zona di piazza Garibaldi, è facile osservare come la fisionomia della città, almeno in superficie, rifletta anche le istanze e le necessità di una società multietnica in continua evoluzione. Nonostante non esistano dati precisi circa la presenza musulmana in città, si stima che vi risiedano circa trentamila musulmani provenienti da cinquantatré paesi (senza considerare i convertiti), prevalentemente nei quartieri del centro: San Lorenzo, Mercato, Pendino, dove il costo degli affitti è più basso e si concentra gran parte delle attività commerciali, per le quali lavorano molti musulmani. Questa forte presenza della comunità musulmana ha portato all’apertura di spazi pubblici che rispondono ai suoi bisogni culturali e religiosi. Nei tre quartieri sono infatti situate le sette moschee della città, che sono in realtà sale di preghiera o centri di aggregazione, e negozi di alimentari halal. L’alta concentrazione di queste strutture ha reso però difficile per i musulmani non residenti in centro usufruire quotidianamente degli spazi islamici, quasi assenti nelle province e in misura ridotta nelle zone lontane dal cuore della città. Ne parlo con Afaf e con Iman, studentesse marocchine dell’Orientale, su una terrazza dell’università.

È ora di pranzo e abbiamo appena seguito una lezione di arabo. Mentre si presentano, le loro voci si confondono con il rumore dei clacson nel traffico di via Marina e cercano di sovrastare il caos della zona portuale della città. Afaf ha diciannove anni e studia inglese e arabo. Vive in una frazione di Caserta con la sua famiglia e mi racconta che per arrivare all’università impiega quasi un’ora. Nella sua zona «i musulmani si contano sulle dita di una mano», ma frequentando l’università sta conoscendo delle ragazze arabe, alcune arrivate in Italia da meno di due anni. «A Caserta – dice – non esiste una comunità musulmana, quindi la fisionomia della città risente poco dell’esistenza di gruppi culturali e religiosi diversi, che hanno necessità diverse, e ciò ha impattato molto sul modo in cui ho vissuto la mia religione per tanto tempo, perché mi ha impedito di essere la musulmana che vorrei essere. Io mangio la carne del supermercato, perché la macelleria islamica più vicina è a Santa Maria Capua Vetere e non siamo neppure certi sia davvero halal. Nel mese di Ramadan i miei vanno a Napoli per comprare la carne, ma sarebbe impossibile comprarla qui tutti i giorni. E non vado in moschea, perché quella più vicina è al centro di Napoli. Si sente che a Napoli la comunità musulmana è più forte. Qualche giorno fa passeggiavo con un’amica a piazza Mercato ed è stato confortante notare che vendevano tappeti per la preghiera e che ci fossero persone musulmane che mi sorridevano, mi stringevano la mano e mi chiedevano come stessi. Avevo la sensazione che mi stessero dicendo “tu sei mia sorella, anche se non ti conosco”. Frequentare Napoli è un’opportunità per crearmi uno spazio in cui vivere la religione diversamente da come ho fatto finora».

L’assenza di una comunità musulmana adeguatamente riconosciuta si nota anche dagli spazi interni all’università. Afaf mi spiega che durante la giornata ci sono cinque momenti di preghiera, ma che spesso è a lezione e non riesce a rispettarli: «Qui in università non c’è una sala adibita alla preghiera, non solo musulmana, che invece è presente in molte università all’estero». Iman è una studentessa fuorisede. Mi racconta di essere cresciuta a Cersosimo, un piccolo paesino in provincia di Potenza, e che la sua famiglia era l’unica musulmana della zona. Mi spiega che l’Islam è una religione comunitaria, in cui è centrale il concetto di “umma”, vale a dire la comunità di fedeli, e che quindi non sentire l’appartenenza a un gruppo ha una grande influenza sull’esperienza religiosa del singolo. Secondo Iman il cristianesimo è una religione più individuale, in parte perché nasce in una società che spinge all’individualizzazione; qui un cristiano non sente il bisogno di rivedersi in qualcun altro, perché dà per scontato che gli altri siano come lui, credano in ciò in cui crede lui. «Penso che noi, in quanto esseri umani, sentiamo la necessità di appartenere a un gruppo – mi dice Iman –. Sarebbe stato bello condividere il momento della preghiera in moschea o l’esperienza del mese di Ramadan con altre persone, perché sapere che qualcuno vicino a me doveva pregare o digiunare mi avrebbe invogliata a farlo. Quando manca quel senso di appartenenza, spesso rischia di venire meno anche un’identità religiosa forte e definita».

Iman mi spiega che l’assenza di una comunità musulmana a Cersosimo, e in generale in Basilicata, si riflette nello spazio pubblico del suo quartiere e impatta sulla quotidianità della sua famiglia. «Mio padre nei giorni festivi va a pregare in una moschea in Calabria, a due ore di macchina da casa, e lì vicino c’è anche una macelleria halal, dove compriamo la carne. Io mi sono trasferita a Napoli da poco, quindi non conosco bene la città e non frequento ancora posti come piazza Mercato, ma almeno so che esistono e questa è una consolazione. So che se voglio andare in moschea posso farlo senza dover guidare per due ore e che se ho voglia di mangiare la carne ci sono le macellerie in cui posso comprarla. Posso finalmente contare su degli spazi che nel mio paesino non esistono e che in qualche modo mi permettono di rafforzare la mia identità musulmana. È bello vedere che Napoli, al pari di altre città, si sta modellando sui bisogni di quella che ormai non è più una minoranza, ma un gruppo consolidato con delle necessità. Credo che anche qui, nelle strutture universitarie, ci siano i presupposti per creare degli spazi inclusivi, in cui potersi rilassare o in cui poter pregare».

Per Afaf essere una musulmana in Italia significa anche cercare di preservare cultura e religione dalle spinte all’occidentalizzazione. «Non ho mai avuto amici musulmani e i miei non conoscono arabi qui a Napoli, perché nella mia zona ce ne sono davvero pochi. Io e la mia famiglia non abbiamo un legame quotidiano con la cultura marocchina: non mangiamo il couscous tutti i venerdì, che è il giorno sacro, dedicato alla preghiera e alla famiglia, e il tajine, una pietanza che si cucina all’interno di un particolare piatto di ceramica che dà il nome al cibo, lo mangiamo una volta a settimana. Se avessimo un legame più forte con le nostre tradizioni lo mangeremmo tutti i giorni, ma mangiamo con il pane e utilizzando la mano destra, perché è sunnah, cioè è una consuetudine presente negli Hadith, detti e fatti attribuiti al profeta che fanno parte della Sunna». Afaf mi parla delle due feste importanti celebrate dall’Islam, l’Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio [che comporta l’uccisione degli agnelli, pratica proibita in Italia all’interno di case private e negli spazi pubblici] e la festa della rottura del digiuno alla fine del Ramadan, l’Eid al-Fitr, che negli ultimi anni si è celebrata a piazza Garibaldi e a piazza del Plebiscito. Mi racconta che i suoi genitori sono arrivati in Italia venticinque anni fa e che quindi si sono “italianizzati”: sua madre non porta il velo e a casa non parlano in arabo, infatti sua sorella minore non conosce ancora la lingua, se non qualche parola. «Io l’ho imparato per necessità durante un’estate che ho trascorso in Marocco – mi spiega –. Avevo sei anni, dovevo comunicare con i miei parenti e i miei genitori non erano con me. Lo parlo come lo parlerebbe un bambino e si sente la mia pronuncia italiana. Mio padre ha subìto l’occidentalizzazione meno di mia madre. Lui va molto più spesso in Marocco e ha un legame più forte con la cucina marocchina e con il paese».

I genitori di Iman sono arrivati in Italia più di trent’anni fa: «I miei a casa parlano in arabo, ma quando lo parlo si nota che sono italiana, e spesso mi capita di fare confusione tra le lingue o di passare da una lingua all’altra. Mia madre è arrivata qui quando aveva ventidue anni, quindi ha lasciato andare la cultura e la lingua, ma porta ancora il velo». Iman va spesso in Marocco e cerca di mantenere un contatto costante con l’arabo, che parla bene, perché sa che i suoi genitori ci tengono a preservare la cultura marocchina e la religione islamica. «Stando qui e tornando lì ti accorgi di quante differenze ci sono tra un mondo e l’altro». In Marocco la situazione è diversa rispetto ad altri paesi più tradizionalisti. «Si può tranquillamente girare senza indossare l’hijab – mi spiega –, si è superata l’idea che le donne debbano necessariamente portarlo. Quello sul velo è un discorso molto complesso, che spesso utilizza la religione come giustificazione di una cultura patriarcale e repressiva».

Negli ambienti accademici, sia in Oriente che in Occidente, accanto a un femminismo laico, che guarda alla religione come ostacolo all’emancipazione femminile, si è sviluppato un movimento femminista islamico, ancora poco noto tra le donne e le giovani della comunità musulmana, tant’è che Afaf e Iman mi dicono di non averne mai sentito parlare. La prima a parlare di femminismo islamico è stata l’antropologa iraniana Afsaneh Najmabadi nel 1994. Secondo questo movimento, all’origine dell’oppressione femminile e della diseguaglianza di genere nei paesi islamici non ci sono i testi sacri, bensì la loro interpretazione patriarcale da parte delle élite al potere, che hanno negato il punto di vista femminile nel processo di esegesi e distorto il contenuto dei testi, al fine di imporre e giustificare una gerarchia religiosa e socio-culturale intrisa di misoginia. Il dibattito sul velo è diventato uno dei principali terreni di scontro tra femministe laiche e femministe islamiche. Tra le femministe islamiche ci sono coloro che non indossano il velo, e coloro che lo indossano. Tutte però difendono la scelta di coprirsi il capo.

La prima immagine che viene in mente a chi pensa all’Islam è quella della donna velata, costretta a stare in casa, che nell’immaginario occidentale è il simbolo della coercizione e dell’oppressione di una religione che vuole la donna in posizione di subalternità, ma nessuno pensa mai all’uomo con il vestito lungo, la barba lunga e le braccia coperte. Così come le donne indossano il velo, anche gli uomini musulmani devono vestire con abiti modesti, che coprano la awrah, cioè la zona dalla vita fino alle ginocchia, come la tunica lunga fino alle caviglie, e devono indossare l’irham durante l’hajj, il pellegrinaggio verso la Mecca. «All’uomo musulmano – dice Iman – è concesso un margine di scelta molto più ampio: la donna che non vuole indossare il velo è un mostro, mentre l’uomo che non rispetta il codice di abbigliamento è socialmente accettato». «Noi ragazze ne paghiamo le conseguenze: se io venissi molestata in Marocco, sarebbe colpa mia, perché non porto il velo, ma come lo spieghi a tutte le ragazze con il velo che sono state molestate che non avrebbero potuto evitarlo? Che anche se avessero indossato il velo sarebbero state molestate lo stesso? Io non mi aspetto che tutti gli uomini musulmani abbassino lo sguardo quando passo davanti a loro, come c’è scritto nel Corano, ma mi aspetto che non mi infastidiscano».

La scelta di indossare il velo non ha solo un carattere religioso per le ragazze che vivono in contesti occidentalizzati. Indossare il velo significa scegliere la possibilità di rappresentarsi diversamente nello spazio pubblico e di rifiutare i simboli occidentali di emancipazione femminile, presentati come unica alternativa possibile di femminilità giusta. Se da un lato l’hijab è un simbolo di emancipazione e di rifiuto per il modello occidentale di femminilità, anch’esso limitante, dall’altro diventa uno strumento di oppressione nel momento in cui le donne sono obbligate ad indossarlo. Chiedo alle ragazze quanto del divario di genere, di cui l’obbligo di indossare l’hijab è solo una delle tante espressioni, è imputabile alle sacre scritture e quanto alla cultura e alla società. «Parlare di interpretazione patriarcale delle sacre scritture è giusto», sostiene Iman. Mi spiega che un esempio di interpretazione fallace è proprio legata all’uso del velo. Il versetto 59 di sura XXXIII del Corano esorta il Profeta a dire alle spose, alle figlie e alle donne di coprirsi con i loro veli, affinché vengano riconosciute e non molestate. Fatima Mernissi, sociologa e scrittrice marocchina, che fu impegnata in un processo di reinterpretazione delle sacre scritture, sosteneva che il velo avesse una funzione temporanea di protezione delle donne nei primi anni dell’Islam, durante la crisi militare della città santa di Medina. «Coprirsi potrebbe significare indossare vestiti con le maniche lunghe, o semplicemente non andare in giro senza vestiti. Le mie zie in Marocco sono state molestate, nonostante indossassero il velo e il vestito lungo, da uomini che possono scegliere di non seguire delle regole che esistono tanto per noi quanto per loro. Essere femminista non è scoprirsi né coprirsi, ma è la possibilità di scegliere liberamente di fare entrambe le cose, ed è patriarcale qualsiasi gesto che ci priva di questa possibilità».

Iman non porta il velo, ma ha sempre desiderato indossarlo. Mi racconta che quando era alle elementari si è presentata a scuola indossandolo e l’ha nascosto ai suoi genitori. Quando hanno chiamato sua madre, lei è arrivata a scuola e le ha detto di toglierlo. «Abitavo in un paesino molto piccolo e lì mia madre era l’unica donna a indossare l’hijab. Vedere una bambina con indosso il velo induce erroneamente a pensare che sia stata costretta a farlo, ma io ero soltanto una ragazzina che emulava la madre. Invece dei tacchi e il rossetto, io volevo indossare il velo, perché pensavo che mi avrebbe fatta sentire adulta».

Afaf concorda con l’idea che i testi della Shari’a, la legge divina islamica, siano interpretati da un punto di vista patriarcale. Mi spiega che il Corano è un testo criptico, non semplice da leggere, in quanto è scritto in arabo standard e nei paesi islamici si parlano perlopiù i dialetti. Inoltre, può avere tantissime interpretazioni diverse, ma quella dominante continua a essere quella che legittima l’oppressione femminile. «Il dibattito sul velo – dice Afaf – è parzialmente riconducibile alle interpretazioni. La donna indossa il velo perché è Allah che glielo dice, non l’uomo. Gli uomini non possono imporre il velo alle donne, è una scelta molto intima, quindi chi non si sente pronta a indossarlo è libera di non farlo. Portare il velo non significa rinunciare ai diritti sul proprio corpo o sulla propria libertà, significa voler professare ciò in cui si crede seguendo la parola di dio». La relazione religiosa – ci tiene a sottolineare Afaf – è tra il credente e Allah. Nessuno può giudicare le scelte altrui. Confessare i peccati è un peccato stesso, infatti nell’Islam non esiste la pratica della confessione attraverso un sacerdote. «Indossare il velo è un impegno e una scelta sentita. Non si indossa l’hijab per compiacere la propria famiglia ed è sbagliato pensare che ci copriamo per gli altri uomini, che non ci dovrebbero guardare a prescindere dal velo».

Per Afaf oggi l’hijab può avere una forte funzione di emancipazione: «Scegliere di coprirsi non significa accettare e legittimare l’oppressione, significa anche rappresentare una minoranza o contrapporsi a dei canoni presentati come libertari, ma altrettanto limitanti per le donne. Nella mia famiglia non tutte indossano il velo. Adesso non mi sento pronta a portarlo, ma in futuro lo farò, per seguire la religione in cui credo nel modo in cui dio ha detto che devo farlo. Mi è capitato di indossarlo e di essere criticata e discriminata per questa scelta, con frasi del tipo “è arrivato il kamikaze” oppure il grande classico, “perché non te ne torni al tuo paese?”».

Afaf e Iman mi raccontano che la maggior parte degli insegnamenti sull’Islam li ha ricevuti dai genitori, ma che il confronto con persone al di fuori del nucleo familiare aiuta a emanciparsi da insegnamenti che tendono a confondere cultura e religione, o che sono il frutto di un’interpretazione soggettiva dei testi. Afaf racconta di aver imparato tanto sull’Islam tramite i social e su internet, dove ha scoperto che nel Corano alle donne sono riconosciuti tanti diritti che non vengono mai menzionati e che di conseguenza non vengono rispettati. «Online si crea una comunità fantasma, che ti spinge a informarti e a voler sapere di più sui testi, su quello che è haram o halal o sui diritti e i doveri che abbiamo». Iman ha conosciuto tante ragazze che, in nome dell’Islam, hanno ricevuto un’educazione diversa rispetto a quella dei fratelli. Un’educazione prodotta da una cultura maschilista, che permea il modo in cui i bambini vengono cresciuti anche nei paesi occidentali, ma che, nel caso delle famiglie musulmane, spesso viene nascosta dietro l’Islam. Far risalire alla religione il divario di genere, soprattutto nelle dinamiche familiari, può portare le giovani donne musulmane a credere che nell’Islam non ci sia uno spazio per loro. «Spesso crescendo si impara che le scritture non sono l’origine delle discriminazioni – spiega Iman – ma altrettanto spesso capita che le donne abbandonino la propria religione per colpa del modo in cui sono state cresciute». Afaf e Iman mi spiegano che le scritture sacralizzano la figura della donna e che è la loro interpretazione a essere problematica. Nel Corano c’è scritto che la donna deve studiare, lavorare e crearsi una propria indipendenza economica. «Non lo conosci il detto “il paradiso è sotto ai piedi di tua madre”? – mi domanda Iman –. Significa che trattare bene le proprie madri è fondamentale per andare in paradiso e spiega quanto la figura della donna sia centrale nell’Islam».

Alle quattro e mezza ci salutiamo: io ho una lezione e Afaf deve avviarsi verso piazza Garibaldi per prendere il treno per Caserta. «Puoi scrivere questo?», mi chiede Iman prima di avviarsi verso casa: «Gli uomini, con il pretesto di costruire un mondo in cui le donne fossero protette, hanno finito per privarle degli strumenti per costruirsi da sole quel mondo. Questo è il vero problema. Ma si sa che gli uomini rovinano sempre tutto». (emma de simone)

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